La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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domenica 3 ottobre 2010

Lettura del I capitolo di "Che minchione le formiche!"

A seguire la mia lettura del I capitolo di "Che minchione le formiche!", suddivisa in due parti per cause tecniche. Presto presenterò anche altri episodi, probabilmente in modo più tradizionale :)

I parte


II parte

giovedì 15 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 13p

[continua dal post precedente]

- Ma c’è la scuola!
- Ah, ma allora mi sono sbagliato, sei ancora un picciriddo! – lo lascio andare di botto e alzo la voce per fargli capire quanto mi abbia profondamente deluso – Vattene, sparisci, vai a giocare con i tuoi amichetti! Vuoi fare la fine di quei babbi di minchia che lavorano tutto il santo giorno e si rompono la schiena per niente? Liberissimo, ma togliti dalle badde che non ho tempo da perdere, io.
Con la coda tra le zampe, senza nemmeno alzare lo sguardo: - Non volevo dire questo, ma è che, se non ci vado, poi i carrobbineri mi vengono a cercare…
- Aaaaaaaaaah! – e porto un braccio a peso morto all’indietro ad indicare “se è solo per questo, sono quisquilie, pinzillacchere, bagatelle, bazzecole, carabattole” – E secondo te che fanno i carrobbineri? Ti prendono e ti portano a scuola, una, due volte, macari tre, ma poi? Hanno altre cose a cui pensare. Ma ora vai, ché sennunca è una giornata persa. – pacca sulla spalla e pace fatta.
L’ho convinto? Ma sì, l’ho convinto. Tutto tace nell’immensa vacuità del suo cervello, però era già dei miei, se così si può dire, ancor prima che mi interessassi a lui, quindi non so proprio di cosa mi sto preoccupando. Anche se fossi stato veramente Cosentino avrei scelto questo momento per mettere da parte gli scippi, che non sono altro che una fase formativa nell’educazione di un buon soldato, una Soldatsbildung (chissà perché, quando si parla di milizia, il tedesco mi sembra la lingua ideale). Certo non avrete davvero pensato che sia una fonte di guadagno ragguardevole, una di quelle attività che ti tirano su una famiglia? Pochi spiccioli e tanto rischio. Però, i ragazzi sviluppano la destrezza, la percezione del pericolo, la rapidità nella fuga, la pazienza dell’appostamento, un buon intuito da predatore e talvolta anche una qualche competenza intimidatoria. Dunque, escludendo l’abilità nell’uso delle armi, hanno una formazione abbastanza completa, relativamente in poco tempo. E soprattutto senza l’istituzione di C.A.P.M.M.C. (Corsi di Avviamento Professionale alla Manovalanza Minorile della Cupola). Ma ci pensate quanta burocrazia risparmiata? Un campo di addestramento, con la sua progettazione, realizzazione e manutenzione, un monitore ogni dieci, quindici ragazzi, vari collaboratori/attori per il role-playing (simulazioni di rapine a mano armata, estorsioni, lotta tra bande, studio e gestione delle dinamiche di gruppo…), per non parlare dei tempi inutili e dilatati destinati al pedinamento e poi i test, le valutazioni in itinere, gli esami finali. Improponibile. Così, invece, dopo neanche un paio di anni, se sono in gamba e legati con le famiglie giuste (e sì, anche in questo campo le raccomandazioni sono fondamentali), ricevono un’arma e nel giro di sei mesi al massimo hanno una discreta professionalità da spendere sul mercato.
Da quel momento sarà tutta un’altra musica, un altro ritmo, un’altra scenografia. All’esterno il quartiere potrebbe apparire grigio e miserabile come prima, ma non per loro, non per quei professionisti – mi viene la pelle d’oca per l’eccitazione al solo pensiero -. Loro non dovranno timbrare il cartellino come dei semplici operai perché saranno onnipresenti sul posto di lavoro, dato che il loro contratto ha avuto un inizio, ma non finirà mai (tranne per uno spiacevole incidente mortale), senza precariato, flessibilità o esubero di personale. Ma il concetto espresso con “lavoro” è quanto di più distante si possa riferire alla loro condizione, in cui è ravvisabile piuttosto la passione, l’entusiasmo, l’energia creativa – dirò di più -, la ragione di vita. Ciò che un occhio disamorato giudicherebbe una suburra di una città alla periferia dell’Europa, loro lo vedono un mondo, un intero pianeta vasto, gigantesco, come dei laboriosi folletti del sottobosco. Ingrugniti e rincagnati solo per esigenze sceniche, percorrono in salopette rossazzurre vaste praterie verde pisello sotto un cielo azzurro intenso sul cui margine in alto a sinistra (o a destra) vi è un gigantesco sole giallo ocra.

... continua

lunedì 12 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 10p

[continua da post precedente]
Li lascio e m’incammino verso la mia postazione, dove mi verranno a cercare tra poco. Il tempo di stancarsi di parlare delle minnuzze di Samantha, di sturare bottiglie con Natascia, di ragionare su Debborah, una compagna ripetente della terza, e il suo tariffario, che riporto qui di seguito, perché la ragazza ha appena quattordici anni e si sa che farsi una professione agli inizi è sempre difficile, soprattutto con la concorrenza che c’è al giorno d’oggi:
palpatina al seno: € 5,00
palpatina al sedere: € 5,00
palpatina alla passera: € 7,50
occhiata a ciascun elemento: € 2,50
due occhiate o più: è sufficiente fare la somma
slinguazzata breve sopra: € 10,00
slinguazzata breve sotto: € 15,00
scopata: non pervenuto (pare che nei locali scolastici non si senta a proprio agio)
  
Se sono proprio in vena, passeranno all’argomento scooter: gliel’hai tolta la strozzatura? non ancora? perché? io l’ho truccato, mi fa i 60 in salita, i 90 in discesa. sì, vabbé, il mio fa 90 in salita e 120 in discesa. ma quale salita? ma quale discesa? te la devi fare tu, però, dopo la miscela, con meno olio. con più olio. glieli hai messi i pedali dietro? non ancora. glieli devi mettere. non ne ho soldi. ma se era per quello perché non lo dicevi subito? li rubiamo al primo che troviamo. non volevo dare disturbo. ma che disturbo!
E in sequenza al calcio (o forse prima): hai visto ieri Aspirinho? un colpo di culo. ma che colpo di culo, è un fuoriclasse! fa di quei gol che nemmeno lo vedono. e infatti non c’era, ha fatto tutto da solo il portiere. hai sentito che Ombretto del Catania se ne vuole andare a Barcellona. cornuto, se lo fa, è un cornuto. se lo piglio, lo ammazzo. vado fino in Portogallo a prenderlo. ma Barcellona non è in Portogallo, ignorante, è in Francia. ignoranti tutti e due, è in Spagna. ah, sì, e allora Madrid dov’è? ma invece nel prossimo striscione come scriviamo “Catanesi si nasce” o “Catanisi si nasci”? “Catanesi si nasce” perché è in italiano e se c’è la televisione lo capiscono tutti. “Catanisi si nasci” è più bello e poi lo capiscono tutti lo stesso. sì, però, con “Catanisi si nasci” facciamo la figura degli ignoranti. tu com’è che dici? “Catanisi si nasci”, vabbé, che c’entra, è come Savvo, che si dice Savvo, ma si scrive con la “l”.
Eccetera, eccetera, eccetera.
Questo corpo comincia a starmi stretto: abbasso di riflesso la cerniera della giacca della tuta e mi massaggio la gola rugosa e pungente, grattandomi con vigore il sottomento, non troppo vistoso, per fortuna, per quanto flaccido. D’altronde non è che avessi tanta scelta: il tempo è stato tiranno, ma è andata come doveva andare, quindi se son rose fioriranno; in ogni caso è sempre meglio un uovo oggi che una gallina domani, anche perché l’uovo in questione è una gallina vecchia che, si sa, fa buon brodo… e poi chi si somiglia si piglia. E, in effetti, si è trattato di qualcosa di molto vicino all’innamoramento.
Era quasi la mezzanotte di ieri quando lo vidi per la prima volta, ma non fu una scelta guidata dall’urgenza, quanto dal mio istinto razionale. Qualcuno avrà storto il naso e con vocetta saccente si starà dicendo: ma non esiste un “istinto razionale”! Forse per voi, povere creature imperfette votate alla mortalità e all’insoddisfazione. In me l’analisi dei vantaggi ottenibili va sempre di pari passo con la brama di ottenerli ed è questo che mi rende un essere felice, al contrario di voi che desiderate la casa che non potrete mai acquistare, la donna o l’uomo che non vi ama, la professione che non vi si addice, la vita che vi ostinerete a percorrere senza alcun successo. Chiusa parentesi, quell’uomo faceva proprio al caso mio. Infatti, dopo aver messo da parte la mia naturale ripugnanza verso i vostri involucri corporei (la vostra pelle grassa e il suo odore acidulo di formaggio avariato, la vostra temperatura corporea perennemente soggetta all’ambiente che vi circonda, la necessità costante di introdurre liquidi e solidi nel vostro organismo e al contempo di evacuarne le scorie e soprattutto la vostra capacità di provare il Dolore, l’abbacinante dolore, l’intollerabile dolore e la Paura del dolore) – e il suo non era messo peggio di tanti altri: cinquantun anni, centosettantatre centimetri di altezza per settantuno chili, corpo segaligno, pelle olivastra assottigliata e macchiata dalla degenerazione cellulare che avanza, capelli brizzolati, tre denti avariati, un grado e mezzo di presbiopia, una piccola disfunzione renale, tendenza alla diverticolite, alluci valghi soggetti a frequenti infiammazioni -, mi entusiasmai per il ruolo che aveva giocato nella vita di Savvo.
Innanzi tutto Giuseppe Cosentino – perché questo è il suo nome - è il marito di Maria La Rosa, figlia di Salvatore La Rosa, zio di Nunzio La Rosa, che è poi il padre di un omonimo Salvatore La Rosa, da noi meglio conosciuto come Savvo, quindi diretto cugino del padre, nonché suo mentore degli anni giovanili quando ancor lungo la speme e breve ha la memoria il corso. Ancora oggi assiduo frequentatore del paterno ostello per partitelle amichevoli a tressette o di briscola in cinque, in cui le puntate non superano mai la ficcata con sua madre, e spesso un onesto datore di lavoro per tutti i membri attivi della famiglia. Lo definirei una figura di riferimento e un benefattore ancor prima che un parente. Quindi andai da lui, prima di incarnarmi, per le presentazioni di rito. Ho sempre una certa verginale ritrosia a prendere possesso di un umano senza avergliene dato sentore. È un po’ una questione di buona creanza, di stile, anche se la scaramanzia ha la sua parte sulla scena. Come dire: fatto la prima volta, perché non continuare tutte le altre?

... continua

domenica 11 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 9p

[contiua dal post precedente]

- E ora a voi tre, désolée, les enfants!
Pino, da bambino sorridente viene trasformato in Piagnisteo, ad Agata si scioglie la graziosa codina e invece della dolce ragazzina col suo semplice vestitino a salopette di lana scozzese sopra spessi collant marroni compare A ’ngrasciata, infine il posato, garbato, sereno ragazzo di quasi quattordici anni ritorna a essere il nostro Savvo.
Il dialogo seguente è un po’ la mia ricostruzione nuda e cruda, anche se priva del colore locale, di quel pranzo in famiglia:
- Savvo, fai sedere tuo fratello. – dice la madre con voce roca e ancora assonnata.
La televisione a tutto volume proietta le immagini di perfetti sconosciuti che spiattellano la loro vita urlandosi insulti reciproci e volgarità.
- ’Ngrasciata, fai sedere Pinù. – Savvo rimbalza alla sorella.
- Non chiamare tua sorella in quel modo, imbecille! – il rimprovero paterno arriva contemporaneamente a uno sganassone assestato in piena faccia.
Risata della sorella in sottofondo e pianto sempre più isterico di Piagnisteo, mentre Savvo lo costringe a sedersi accanto alla madre. I piatti di spaghetti al pomodoro finalmente vengono serviti.
- Agata, prendimi la birra, ché quella stronza di tua madre lo fa apposta a scordarsela. – aggiunge ancora il padre – E, tu, fai smettere quella lagna di tuo figlio una buona volta!
Adesso Piagnisteo è a terra che sbatte braccia e gambe, diventando quasi cianotico per lo sforzo di urlare.
- È anche tuo figlio. – risponde la madre con la stessa aria sonnolenta e priva di tono, mentre si china a sollevare il bambino da terra e lo inizia a picchiare vigorosamente, ripetendo all’ossessione – Stai zitto.
- Questo è tutto da dimostrare. – e fa l’occhiolino a Savvo che guarda in cagnesco sua madre; poi cambiando bruscamente discorso – Questa pasta è una colla e la birra è calda. Alla mensa della prigione si mangiava meglio. Ma tu guarda se un uomo deve stare ai domiciliari in questa condizione: senza poter uscire, senza un cazzo di divano comodo, senza riscaldamento, con sto cazzo di bambino che urla tutto il santo giorno. E tua moglie che fa, sta puttana? Ti dà la birra calda e una pasta molle come le sue tette. Si mangiava meglio in prigione, si mangiava.
- E perché non ci torni allora? – gli dice la moglie acida e rauca, quasi sottovoce, dopo essere finalmente riuscita a quietare il piccolo.
- COSA? – urla il marito e la afferra improvvisamente per i capelli.
Piagnisteo ricomincia a gridare con quanto fiato ha in gola, Savvo e A ’ngrasciata con scatto felino abbandonano il tavolo acquattandosi alle pareti.
- COS’HAI DETTO, PUTTANA, CHE MI VUOI IN PRIGIONE? E IO CI TORNO, STA’ TRANQUILLA CHE CI TORNO. SEMPRE MEGLIO DI QUI. MA PRIMA TI AMMAZZO. SÌ, TI AMMAZZO. COSÌ CI TORNO PER UN BUON MOTIVO, CI TORNO.
Savvo e A ’ngrasciata sgattaiolano fuori perdendosi il resto dello spettacolo.
Peccato per la frutta che non sono riusciti a mangiare. Ai ragazzi fa bene la frutta: è ricca di vitamine e sali minerali, sostanze nutritive alla base di una sana alimentazione, soprattutto in una fase di crescita tanto delicata come l’adolescenza.
E (parola del vostro amichevole guardone di quartiere) sono tutti lì, nel parcheggio vicino alla scuola, i nostri impavidi: Iaffio, Nino, Iancelo, LICANTRO; tranne Macco che arriva dinoccolato poco dopo i due fratelli. Si scambiano una pacca sulla spalla con i sopraggiunti, ma quando viene la volta di Iancelo si fanno letteralmente prendere un po’ la mano, tartassandolo a turno di colpi non proprio gentili. Poi qualcuno deve rivolgere le proprie attenzioni su A ’ngrasciata, dato che la vedo stringere i pugni e stirare il collo in avanti come un galletto lanciato all’attacco. Dopo di che tutti ridono, a parte la ragazzina, e Savvo le indirizza un affettuoso arrivederci con la punta delle sue scarpe. Lei prima volta i tacchi, poi si rigira urlando qualcosa con l’aria ancora più stizzita, quindi scappa quando nota un tentativo da parte del fratello di afferrarla. Ancora risate generali. 

... continua

venerdì 9 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 8p

[continua dal post precedente]

Ma è all’interno del dolce focolare domestico che si respira la vera atmosfera prenatalizia, da famiglia Tarallucci&Vino. Appena attraversato l’uscio, il grigio atrio scompare con i suoi odori stantii di muffa e frittura e con gli echi di becere grida da cortile. Una luce solare irreale inonda l’ingresso di un caldo color ocra: una cassapanca sulla destra di appresta a caricarsi allegramente degli zaini dei piccoli di casa, mentre l’appendiabiti al di sopra freme di ricoprirsi dei loro colorati cappottini.
Accompagna la scena il gioioso scampanellio di Jingle bells; babbi natale di varie fogge e colori, con o senza renne al seguito, fanno capolino qui e lì insieme a luminarie, ghirlande di rami e bacche, voile dorati e mini abeti stilizzati.
- Siamo a casa, mamma, papà! – cinguettano in coro, festosi per la loro rinnovata ricongiunzione.
E al sentire l’arrivo dei suoi cuccioli accorre verso di loro la mamma, in un giallo abitino anni ’50 con semplici scarpe bianche dal solido tacco, un grembiulino di candido pizzo, un’acconciatura a caschetto resa ancor più femminile da un largo cerchietto in tono col vestito. Il suo splendido abbacinante sorriso dà un caloroso bentornato a tutti contemporaneamente, prima che lei si chini e sollevi il suo bimbo di tre anni, che tra le sue braccia sembra essere giunto in paradiso. Poi con una mano accarezza il mento di sua figlia di undici stampandole un bacione sulla guancia, mentre dedica al maggiore solo una ruvida sfregatina di nocche sulla testa e una strizzata d’occhio d’intesa, dimostrandogli di aver finalmente capito che lui è ormai un ometto. E ride ascoltando le loro voci accavallarsi allegre sulla loro meravigliosa e appagante mattinata. I grandi attraversano il corridoio, quasi di corsa, sorpassando la loro mamma che avanza regale, attratti dall’aroma di buono che pervade la casa già pregustando il delizioso pranzetto che li attende.
Li raggiunge l’ammonimento bonario del padre: - Piano, ragazzi, non si corre a casa. – che sta aiutando la consorte a dare gli ultimi ritocchi ad una tavola imbandita in modo impeccabile. Veste comodi pantaloni di velluto a coste marroni sotto una camicia bianca dalle maniche arrotolate e sbottonata al collo con nonchalance. Con lui il rito dei saluti si rivela un gioco di brevi scaramucce col maggiore, un abbraccio romantico con la media e un furbesco rincorrersi intorno al tavolo col piccolo.
Anche la sala da pranzo è pervasa di luce e le semplici stoviglie scintillano come cristalli e argenti. Il chiaro moderno mobilio della madia e di una parete attrezzata lascia trasparire il caotico ordine dell’uso quotidiano, agghindato per l’occasione con brillanti rametti argentati e piccole sfere di vetro soffiato punteggiate di diamantini sberluccicanti.
In primo piano riluce un gigantesco albero di natale, in cui prevalgono papillon dorati alternati a fiocchi di neve da cui emana una raffinata luminescenza; al di sotto, ampie ceste di vimini traboccano di strenne delle dimensioni e colori più vari.
Ma ecco che i piatti fumanti non possono attendere ancora a lungo gli allegri commensali, che prendono posto ancora vocianti.
Poi le luci dei potenti riflettori si spengono, il jingle s’interrompe bruscamente e la troupe di questa “Vitaindirettadurantelefestedinatale” inizia a smontare le quinte.
Un giovane sulla trentina, folta barba, berretto con visiera calzato al contrario, t-shirt e pantaloni da safari con le tasche rigonfie, si sbraccia urlando ordini a destra e a manca: - Prima le pareti… carica le pareti sul camion… attento, su, più su, bravo così. Non perdere tempo a togliere quegli addobbi… - sta dicendo ad una ragazza con una scatola aperta in mano – ci costa più il tuo tempo che quattro palle di natale. Occupati di loro piuttosto. – fa un gesto vago, indicando tutti e nessuno, mentre il braccio di una gru solleva l’albero tintinnante dalla cima, lasciando al suo posto uno striminzito e spelacchiato alberello stracolmo di palle multicolori e soffocato dalle stelle filanti.
La ragazza, rivelatasi la costumista, in semplici jeans e maglietta nera, capelli neri lisci fissati a chignon da una sottile asticella di legno, viso candido e soave, dai tratti orientali, soffuso di un trucco giovanile, si appressa imbarazzata alla famigliola: - Ehm, excusez – ha un forte accento francese -, mais, avete sentito, devo riprendere gli abiti di scène.
Si toglie la bacchetta dai capelli che le ricadono fluenti lungo le spalle. Poi fa un gesto sbarazzino con le dita in direzione prima del padre che si ritrova in tuta acetata e ciabatte da mare stravaccato su una sedia scadente di fòrmica a grattarsi la pancia e guardare voglioso la ragazza che gli sta davanti, quindi della madre che resta in pantacollant, ciabatte scollate, un maglioncino azzurro pallido infeltrito, i capelli arruffati legati alla meno peggio con elastico e fermagli e un viso giallognolo struccato male. Come se niente fosse stato, riprende il suo posto ai fornelli di una vecchia cucina a gas su cui bolle una pentola male in arnese e sosta un pentolino, probabile causa delle macchie di sugo tutto intorno. Il resto del mobilio si rivela un frigo di media grandezza parzialmente arrugginito nelle finiture, una lavatrice (qualità di cui sopra), un lavandino a due pozzetti, di cui uno colmo di stoviglie e l’altro di biancheria in ammollo, una bassa credenza (su cui poggia un televisore, questo invece nuovo di pacca) e un pensile, entrambi di truciolato rivestito in laminato bianco mezzo scollato, un tavolo (la sua vera essenza: quattro gambe e una base) con cinque sedie spaiate, infine due reti singole con materassi disposte a elle in un angolo, con funzione di divani di giorno e letti per i figli grandi la notte.

... continua

mercoledì 7 luglio 2010

Che minchione le formiche! III-7p

[continua dal post precedente]


NASTRO N. 2
H. 09:55, all’interno della scuola media ---------- di Catania, nell’ufficio del Preside.
PROF: - Per prima cosa ha… - bla bla bla bla bla parla parla, solo questo sai fare. Tanto non mi fai paura né tu né lui. ’Sta Panzazza piena di merda che nemmeno se la trova più da solo la minchia. “Tesoro” ci deve dire a sua mogliera “vieni qua, tesoro, scamina un po’ qua sotto ché sennunca mi piscio nei pantaloni!” – E così ti faccio ridere! Ti rimprovero e tu che fai? RIDI! – non ha capito niente, non ridevo per lei, ma per la panzazza di quel porco, ma non è che glielo posso spiecare e poi, quando fa voci, mi fa ridere anche lei. BLA BLA BLA BLA BLAAAA. Le femmine c’hanno sta voce fina fina che ti entra nelle aricchie come un friscaletto e che, prima ti fa ridere, ma poi ti rompe la minchia.
SAVVO: - Ma perché, lei mi ha visto che è tanto sicura che sono stato io?
PROF: - Anche se non ti ho visto, c’è qualcuno che ti ha visto e di cui mi fido.
SAVVO: - E chi? Quella santarellina di Giulia? Quella ha visto la gomma, non è che sa chi l’ha appiccicata. Nessuno mi ha visto e lei incolpa sempre a me. – mica ti possono incolpare se non ti hanno visto! È come se un cristiano che arrobba se ne torna a casa tranquillo che non l’ha visto nessuno e gli sbiri lo arrestano lo stesso. Mica ti possono fare niente, io lo so.
PRESIDE: - Ora ne ho abbastanza. Qui non siamo a casa tua e questo non è un tribunale. Io non sono il giudice che ha bisogno di testimoni e prove inconfutabili per condannare. Per me è sufficiente la parola di un’insegnante…
SAVVO: - Anche se non ha visto niente…
PRES: - NON M’INTERROMPERE, MALEDUCATO!
SAVVO: - Certo, va be’, perciò, quella non ha visto niente e…
PRES: - SENTI… senti, voglio essere paziente ancora per un po’ con te. – ma talía che ingiustizia, va’! Uno non è stato visto e ci danno la colpa lo stesso. Cose dell’altro mondo - Hai ripetuto una volta la quinta elementare e due volte alle scuole medie e sempre per lo stesso motivo: non sai comportarti adeguatamente. La mamma è stata avvisata – e che ce ne frega a quella, basta che ronfa tutte le matine -, i servizi sociali pure, manca solo il tribunale minorile – vero è: Panzazza è figlio di sbiro e frati di giudice. Se lo dice, lo fa per davvero – e poi ti buttiamo fuori di qui, hai capito? Professoressa, mi faccia sapere se il ragazzo ha capito l’ultimatum – che sta dicendo?Lutti ma tu…? E poi non ci ho capito più niente e continua a bla bla bla bla bla sul diritto allo studio degli altri. Che se lo possono tenere stretto il loro diritto allo studio ché a me non m’interessa niente di studiare.


... continua

martedì 6 luglio 2010

Che minchione le formiche! III-6p

[continua dal post precedente]

Alleluia! Il miracolo si è finalmente compiuto. Non sono certo tutti pensieri coerenti e c’è anche parecchio da eliminare, reinterpretare, immaginare – per fortuna nessuna di queste capacità mi fa difetto -, ma nell’insieme ne vien fuori un discorsetto che è la fine del mondo e che vi riporto proprio come se stessi sbobinando una registrazione per un tribunale:


NASTRO N. 1
H 09:13, all’interno della scuola media ---------- di Catania, classe --------, dove Savvo è entrato alle h 08:45, sgranocchiando una qualche merenda e sghignazzando.
(Forse in risposta alla domanda: - Cos’hai fatto ieri invece di studiare?)
SAVVO: - Professoressa – le faccio, mentre gli altri stanno zitti zitti ad ascoltarmi, e capisco che sono il loro divo, meglio di quelli della televisione, perché io sono qui in carne e ossa; e allora mi preparo per spararla grossa, che poi tanto è tutto vero -, ho sturato bottiglie.
PROF: - In che senso? – quella mi guarda con quell’espressione di malo sangue che hanno tutte queste che calano da Catania.
SAVVO: - Nel senso che ho sturato bottiglie. – mi metto a ridere e anche tutti gli altri ridono, anche Samantha, che si agita avanti e indietro, facendo smuovere le sue minnuzze. Che sangue che mi fa! Ma sono sicuro che nessuno di loro, neppure quella bestia della professoressa ha capito che significa tirarsi la lingua con le ragazze. Poi mentre quella si gira un attimo, smetto di masticare e veloce come un fulmine appiccico la gomma nei capelli di Cristina. Perché proprio lei? Boh! E perché no? È carina e non fa la lastima. Stavolta qualcuno fa la spia. Giulia, la solita sbira, con quella voce sottile come un friscaletto, mentre gli altri continuano a ridere.
GIULIA: - Professoressa, Cristina ha una gomma tra i capelli. – ah, se avessi una pistola, mi basterebbe anche una scacciacani e bum bum sulla sua fronte, come sul tiro a segno. Allora sì che piangerebbe per un buon motivo, no che fa sempre la lastima, Mi hanno sporcato il libro, uah, mi hanno tirato i capelli, uah. Bum bum. Ti ho sparato un colpo in fronte. Non piangi più, Giulia? La professoressa sta gettando voci già da un pezzo.
PROF: - Sei sempre il solito. Non si può avere un solo minuto di calma con te in classe. Ma è mai possibile che non te ne freghi niente di quello che stiamo facendo. E anche se non te ne frega niente, la licenza te la devi prendere per forza, per accedere a qualunque professione. – e poi mi chiede - Ma cos’è che vuoi fare da grande?
SAVVO: - Lo scippatore. –  le rispondo così senza pensarci, un po’ per farla seccare, un po’ perché non vedo cos’altro potrei fare - Ci pare che voglio stare tutta la vita a lavorare come lei.
PROF: - Sì, ma almeno io non rischio di finire in galera. Faccio un lavoro utile alla società. – la società? E chi minchia è la società? Chi sarebbe? Questi minchioni dei miei compagni? – Rubando prima o poi ti arresteranno e passerai il resto dei tuoi giorni a entrare e uscire di galera.
SAVVO: - Solo i minchioni ci finiscono e io non sono minchione.


... continua

venerdì 2 luglio 2010

Che minchione le formiche! III-5p

[continua dal post precedente]

Storia delle Torri del re

C’era una volta in un paese lontano lontano, ai piedi di un grande vulcano, una città dominata da un’astuta corporazione di ribaldi, che si facevano chiamare le Buone Famiglie e che avevano come stemma un grande polpo nero su sfondo rosso. Le Buone Famiglie erano alleate con i grandi mercanti, mentre il popolo soffriva la fame e non erano in pochi, tra i più miserabili, a finire al loro soldo.
Un giorno avvenne che, sulle colline spopolate ai margini della città traboccante di anime, la corporazione concesse ai grandi mercanti di costruire un nuovo villaggio e, per riscuotere onori e prestigio da parte degli altri reami, chiamò un famoso maestro dall’Estremo Oriente. Questi, forse affascinato dalle sfere del sacro chakra o dalle sinuose curve dello yin e dello yang, fece intersecare un labirinto di strade ad anelli concentrici e per ciascun anello, affinché la sua percorrenza fosse una delle otto tappe di Buddha al raggiungimento della perfezione del nirvana, diede due nomi diversi a seconda che il viandante si recasse verso il sorgere del sole o verso il suo occaso.
Qui si innalzarono gigantesche torri, dove la plebe si assiepò come in piccionaie. Il re, che governava o pensava di governare quella città, aveva imposto e pagato col proprio tesoro alcune di queste torri, affinché i poveri che avevano richiesto il suo aiuto vi fossero alloggiati. Ma si dava il caso che anche i miserabili che appoggiavano la corporazione avessero bisogno di un focolare.
Così le Buone Famiglie si dissero: - Perché non acconsentiamo a che siano i nostri poveri a occupare le torri del re? Ne ricaveremo imperitura riconoscenza.
- Ma di quegli altri col regolare permesso del re che ne sarà? – chiese qualcuno.
- Non te ne curare troppo. Infatti, il re è lontano dalle nostre terre e non oserà levare le armi contro i nostri protetti.
- E se lo facesse?
- Di’ ai nostri poveri di non opporre resistenza e di lasciare le proprie case, ché, quando i missi dominici saranno partiti, essi potranno rientrarvi indisturbati. E poi non dimenticare che tra quelle mura cresceranno figli e figli dei figli pronti a combattere per i grandi mercanti che indicheremo loro… e si sa che un re può cambiare a seconda di quale scarsella sia più rigonfia d’oro!
I membri delle Buone Famiglie risero della loro astuzia e avvenne ciò che loro avevano previsto. Tante volte i missi dominici venivano a scacciare i loro poveri dalle torri, altrettante essi vi rientravano, finché il re non cambiava e ne veniva uno a cui faceva comodo l’appoggio dei grandi mercanti e della corporazione. Così le torri del re si popolarono e crebbero a tal punto che nessuno seppe mai più da allora il reale numero di quei poveri. Tanto che si dice che, mentre il re continua a contare non più di quarantamila anime su quelle colline, ve ne siano quasi altrettante nascoste in quelle grandiose torri.


... continua

mercoledì 30 giugno 2010

Che minchione le formiche! III-4p


[continua dal post precedente]

22 Dicembre: Giro giro tondo…


-3 (in Sicilia, periferia di Catania)
Voglio la lettura del pensiero di Savvo. Mi rimbomba nella testa l’eco tronfia delle mie stesse parole ed il senso di inopportuna soddisfazione provato a quell’infantile vittoria. Porco me! Come ho potuto scavarmi la fossa con le mie stesse mani? E quanto deve essere stato divertente per Lui vedermi gioire per quanto avrei presto capito essere stato un grossolano errore senza rimedio. Potevo chiedere di sentire le sue parole e le percezioni dei suoi sensi, quantomeno l’udito. E invece no! Voglio la lettura del pensiero di Savvo. Imbecille, Signore delle mosche che non sono altro! Cos’avevo in testa, liquami?
Ed ora eccomi qui, appostato dietro un putrido cassonetto, binocolo in mano come un ancor più lurido voyeur, nel tentativo di seguire quel moccioso, senza essere visto a mia volta. Dal suo risveglio a questo istante, che io sia dannato, gli unici messaggi pervenuti sono stati, in ordine temporale:
- ’Sto cazzo di sveglia! – quando mi ero ancora illuso che il primo pensiero del risveglio fosse foriero di una sequela di altri.
- E smettila di frignare. – circa mezz’ora dopo, ripetuto in varianti come “e stai muto”, “rompiminchia”, “appena mi alzo, vede”, tutte indirizzate con alta probabilità a suo fratello di tre anni.
- Quella ancora dorme. – dieci minuti dopo, riferito alla sorella di undici anni? O forse alla madre, dato che, a distanza di altri dieci minuti, sono tutti e tre fuori dal portone, a portata di binocolo.
Mi sento solo e nudo senza i miei poteri, con unica compagnia quei due neuroni scompaginati che rimbalzano nei vacui meandri cerebrali di Savvo. Ma quant’è vero che sono chi sono, chiunque dovesse vincerla questa sfida, la prima cosa che farò sarà liquidare questo sfigato. Non ha fatto altro che strattonare il piccolo, di nome Pino, di nickname Piagnisteo (per questo, sì, non posso dargli tutti i torti, strilla, urla e scalpita come se fosse posseduto da me), e strapazzare la sorella, Agata, detta A ’ngrasciata, non tanto, credo, per una particolare fobia verso l’igiene personale, quanto piuttosto per le sue mise, a dir poco eccentriche (canottiere a rete sopra maglioncini sbrindellati, pantaloni con una gamba arrotolata e una giù, calze spaiate, per non parlare delle acconciature selvagge stile aborigeno australiano, al paio con un rossetto sbavato, un eyeliner nero da procione tutt’intorno agli occhi e un ombretto dai colori fucsia, viola o blu che abbina ad un qualche elemento del suo abbigliamento, fossero pure le mutande, come oggi, il cui bordo, in tal caso, deve perentoriamente fuoriuscire dai pantaloni), a vestire un corpicino preadolescenziale da gattina rinsecchita. Savvo le tira i capelli, la schiaffeggia, le dà pugni nella schiena e, quando se la vede sfuggire di mano, la rincorre per colpirla a calci nel sedere. E questo per tutta la strada fino a scuola dall’orrendo alveare di quindici piani, che duecentoquarantadue individui chiamano “casa”: con l’acqua razionata, l’allaccio esterno della luce e privo di fognature.
E dato che non ho molto di meglio da fare, attendendo il miracolo della comparsa di un altro suo pensiero, e soprattutto che ieri (cioè fino a che avevo ancora tutti i miei poteri) mi sono preparato sull’argomento, vi racconto la storia dei palazzi occupati abusivamente.

... continua

lunedì 28 giugno 2010

Che minchione le formiche! III-3p

[continua dal post precedente]


- Allora se siamo intesi… – Lui mi strizza un occhio, cosa che in queste circostanze funge da firma contrattuale – non ti resta che cominciare, anche da subito. – mi sta per rispedire indietro, quando lo fermo appena in tempo.
- Aspetta! Ancora due questioncelle. La prima di ordine tecnico-pratico: ho bisogno di tutte le mie facoltà per trovare l’individuo-ospite adatto al mio scopo…
- Ti concedo fino alla mezzanotte di oggi.
- Mi sta bene. E la seconda è più che altro una curiosità: - mi atteggio ad un’espressione di candore assoluto; neppure un infante al battesimo saprebbe fare di meglio - com’è che non riesco a vedere il futuro di Savvo nemmeno al di là dei dieci giorni? Non è che è destinato a morire prima che io possa portare a termine questa sfida e che quindi mi stai semplicemente prendendo per il culo?
Naturalmente, Lui ribatte con una mimica facciale che significa: Ma chi, Io? Come hai potuto anche solo pensare una cosa simile?
- Ho dovuto nasconderti la visione del suo futuro per impedirti di barare e naturalmente ho via via oscurato anche quello di alcuni altri…
- Alcuni altri?
- Beh, in realtà, avevo cominciato un provvedimento ad personam, poi, però, mi sono annoiato talmente (e volevo essere sicuro che nessun futuro potesse interferire con questa sfida) – immagino proprio che Chiau Mei della Cina del Nord avrebbe influito sicuramente sulla vita di Savvo – che l’ho esteso a tutti gli umani.
- Mmm, ora che guardo meglio non  riesco a vedere un accidenti di niente… Ma che stai combinando?
- Niente, niente! – fa Lui come un bambino beccato con le dita nella marmellata; quindi si ridà un contegno da creatore del Cielo e della Terra, anche se mi sembra che la melma sulle gote gli si stia scurendo, quasi una specie di rossore – Sei sempre tu a farmi qualche sorpresina… questa volta avevo pensato, se non hai nulla in contrario, di festeggiarlo insieme il compleanno. Così, solo oscurandoti la lungimiranza…
- Potrai mantenere l’effetto sorpresa per me. – completo io.
Mi sento tanto pieno di amore per Lui che sta traboccando.


Lodato sia tu, Signor mio,
piena del mondo è la tua Grazia,
magniloquente, Domine del limo,


il peccator a Te paga il fio,
Santo, li adorator di Te sazia
e nella sfida fammi giugner primo!


Sono un pessimo rimatore, perciò una doppia terzina di endecasillabi ABC-ABC è il massimo che in questo momento di grande emozione mi senta di potergli dedicare. La lungimiranza in confronto di tanto affetto? Uno scambio più che accettabile, Padre mio. Ora, sono davvero pronto. Oreste, preparati a perdere!

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sabato 26 giugno 2010

Che minchione le formiche! III-2p

[continua dal post precedente]

Ad ‘Ain Kana mi ero imbucato fin dall’alba come servitore a cottimo per la festa di nozze che si sarebbe dovuta tenere quella sera. La paga era misera e quella morta di fame della padrona di casa stabilì a metà giornata di commutarne una parte “in natura”, concedendo il cibo che sarebbe rimasto alla fine della cerimonia. Gli scellerati dei miei compagni si mostrarono persino riconoscenti bagnandole la mano con i loro baci untuosi e costringendomi a fare altrettanto. – a proposito, dovrei metterGli in conto anche questi straordinari, ma lascio correre… non si dica che non so essere generoso – Comunque lo facevo per una buona causa: il Nazareno sarebbe stato tra gli invitati e avrebbe potuto aver bisogno del mio aiuto.
A farla breve mi toccò lavare quella porcilaia da cima a fondo, fare la spola dal mercato alla casa almeno sei volte (non c’era verso che la padrona non si scordasse qualcosa) e impastare, insieme a lei, quindici chili di farina. Quando gli altri servitori ebbero imbandito i tavoli e gli ospiti cominciarono ad arrivare, io ero già ben consapevole che il vino acquistato sarebbe stato a stento sufficiente per bagnarsi la lingua. La madre dello sposo avrebbe chiesto umilmente di scusare la propria stupida dimenticanza, dovuta al gran caos organizzativo, e tutti, anche se a malincuore, avrebbero dovuto fare buon viso a cattivo gioco.
Nessuno, però, aveva messo in conto che Mariām di Nazaret, figlia di Gioacchino ed Anna, moglie di Giuseppe il falegname e soprattutto madre di Yeshua (certo che senza i cognomi se ne perde di tempo!), riponesse una tale smisurata fiducia nelle possibilità del figlio. Ma si sa: ogni scarrafone è bello a mamma so’. Quale geniale idea germinò, infatti, da quella graziosa testolina? Visto che suo figlio poteva tutto, perché non risolvere quella quisquilia? E glielo chiese davanti ai suoi discepoli.
Ora, se la domanda fosse stata fatta in privato quel povero cristo avrebbe anche potuto inventarle una scusa qualunque, tipo: ma ti pare che posso scomodare il Padre mio, l’Onnipotente, per un bisogno così idiota come un po’ di vino ad una festa! E già che ci siamo vuoi anche un guardaroba nuovo, una villa in centro? Si sarebbe arrabbiato un po’, poi le avrebbe dolcemente concesso il perdono. Ma lei invece, no, cosa ti combina? Lo dice in pubblico. 
Yeshua cercò di ridurre il danno: - Madre, perché mi dici questo? Il mio momento non è ancora giunto.
Mariām non volle, tuttavia, sentire ragioni e con quell’insistenza tutta femminile lo lavorò ai fianchi per più di mezz’ora. Ma, figlio mio, cosa vuoi che sia mai, un giorno prima o un giorno dopo. Meglio ora che puoi rendere servizio a tutte queste brave persone. Lo so che è una sciocchezza, ma se devi cominciare con un miracolo, meglio con una cosa piccola, così ci prendi la mano e via dicendo.
I discepoli lo guardavano attoniti, ammirando estasiati il suo spirito di sopportazione, quando finalmente io gli parlai nella mente.
- Yeshua, sono il tuo Signore. Ordina ai servi di riempire d’acqua quei sei recipienti di pietra… - lui si voltò dal lato sbagliato – non di là, alla tua destra, sì, quelli. Vedrai che il contenuto si trasformerà in vino per mio volere.
Se c’è una cosa da precisare, è che era sveglio oltre che di buon cuore, quindi non gli ci volle molto per entrare nella parte. Diede degli ordini precisi e perentori, rimase con lo sguardo compreso nel suo ruolo senza inutili moine da circo. Io, nel frattempo, schioccai le dita, senza essere visto, e poi mi dedicai al mio ennesimo lavoro di facchinaggio.
Il capotavola, servito per primo, chiamò lo sposo e gli disse: - Tutti servono prima il vino buono e poi, quando si è già bevuto molto, servono il vino più scadente. Tu invece hai conservato il vino buono fino a questo momento.
Mi trattenni a stento dal replicare che non solo, se fosse stato per lo sposo (o per quella spilorcia di sua madre, che fa lo stesso), non ci sarebbe più stato vino scadente, ma nemmeno vino tout court.
I suoi discepoli furono senz’altro fidelizzati, ma io rimpiango ancora che il suo primo miracolo sia stato talmente sciocco e soprattutto per un così ridotto pubblico. Anche se forse, senza saperlo, sua madre per una cosa ha avuto ragione: meglio cominciare in piccolo. Se, infatti, Yeshua avesse reagito male ai miei suggerimenti mentali, avrei avuto modo di correggere il tiro le volte successive. Gli spiegai in seguito che avrebbe potuto fare qualunque cosa avesse voluto, ma lui purtroppo era fissato con quelle distribuzioni alimentari, a cinquemila uomini una volta, a quattromila un’altra. E, forse, mi dico oggi a fuorviarlo fu proprio quel primo imbarazzante miracolo.

... continua

lunedì 21 giugno 2010

Che minchione le formiche! III-1p


[continua dal post precedente]

Capitolo III


La doppia visione è finita nell’istante stesso in cui l’ho desiderato e al sollievo di aver lasciato quell’orribile chiesa si sostituisce il ritrovato disgusto per il budello in cui Lui mi ospita. Deve aver capito che tutta questa situazione mi puzza di bruciato: se questi per Lui sono risultati “discreti”, l’ottimo sarà forse destinabile a chi bestemmia una sola volta al giorno, alle prostitute che vorrebbero cambiare mestiere, a chi è colpevole di un omicidio preterintenzionale essendosene poi pentito, alla madre che ha quasi strangolato il proprio neonato… Lui sorride e io strizzo gli occhi e aggrotto la fronte tentando un ultimo sforzo di comprensione, ma inutilmente.
- Azazel, figlio mio – mi chiama così, il suo “essere forte”, tutte le volte che intende adularmi; la prima volta che gli umani mi hanno dato quel nome è stato dopo la mia prima unione con una loro femmina, quindi potrebbe anche essere un messaggio: farmi capire che ha già accettato la mia Maria-Elena -, non devi sottovalutare questa sfida. Ricordati che hai solo tre giorni di tempo – ha detto solo “tempo” nient’altro! – e di tempo terrestre, del pianeta Terra del Sistema Solare della Via Lattea… non mi freghi più con i tuoi giochetti, quindi mettiti d’impegno.
- Posso andare adesso? – provo l’ultima carta rimastami.
- No che non puoi, non ancora. Dovrai agire con la sola arma della persuasione, come Oreste, per cui ti revoco i tuoi poteri da ora fino alla mezzanotte del 24 dicembre.
- Non puoi farmi questo…
- Non posso?
- Non devi – arcua un sopracciglio con fare poco convinto -, non dovresti… - sto sbagliando tutto; occorre un rapporto più paritario tra noi: io ho fatto sempre tanto per Lui e Lui ha bisogno di me; non intendo essere sfruttato, mentre Lui gode del mio lavoro; ho i miei diritti e poi dov’è andata a finire la concertazione? – Apriamo un tavolo di trattative.
Sta sorridendo, riesco sempre a farlo distendere, per questo mi vuole bene: - Se proprio ci tieni, ti accontento subito.
Mi fa comparire una valigia metallica, proprio in mezzo a quel pavimento inzaccherato. Faccio per aprirla incuriosito e capisco trattarsi di uno di quei tavolini apriechiudi da campeggio, tanto in voga negli anni ’70.
- Che simpatico, davvero divertente! – mugugno ironico, ma senza farmi abbattere procedo ugualmente all’apertura dello strumento negoziale, adeguandomi con estrema dignità alla modesta seduta che trovo al suo interno. È il momento di discutere la mia posizione contrattuale e di regolamentare una volta per tutte il nostro rapporto professionale, altrimenti mi vedrò costretto ad incrociare le braccia. Lui continua a sorridere: buon segno – Punto uno all’ordine del giorno. Mantenimento della lettura del pensiero di tutti gli umani che incontrerò in seno a questa missione e anche di Oreste.
- Scordatelo.
- Allora di tutti gli umani.
- Non se ne parla nemmeno.
- Di Savvo o rinuncio.
Lo vedo ruminare un po’ sul da farsi, aggrottare la fronte, fessurare gli occhi, stantuffare col naso, infine sbuffare un: - Accordato, cos’altro?
Dal mio scranno plastificato mi travesto per l’occasione. Arrotolo all’avambraccio la camicia operaia a quadri, tiro leggermente su dalla cintola i pantaloni di velluto a coste, inforco gli occhiali da un astuccio in ecopelle appeso al collo e dal taschino della camicia spuntano fuori dei fogli stropicciati da cui leggo: - Punto due. Quale rimborso di… - faccio comparire sul tavolo una gigantesca calcolatrice a rullo e digito alla velocità della luce – trentaquattro giorni per il primo anno (terrestre!) di prova, trentasei giorni per cinque miliardi di anni a seguire, più la maggiorazione di due giorni per ognuno dei due milioni e mezzo di anni di livello professionale in “demonologia”, un centinaio di giorni di trasferta durante le incarnazioni  – un roboante DIN DIN conclude le operazioni e l’intero rullo di carta si srotola su tutto il tavolo prima, riempiendo la grande cavità intestinale, in cui ci troviamo, poi -, fa circa, calcolati per difetto, centottanta miliardi di giorni di ferie non godute. – Lui inghiotte rumorosamente e spalanca le enormi fauci – Riprendiamo, punto due. Godimento per i tre giorni a seguire delle serate libere dalle 20:30 fino alle 07:00 dell’indomani con annessa possibilità di dismissione delle future vesti corporee e di tutte le loro conseguenti limitazioni.
- Ac-ce-t-to. – lo sento balbettare – Purché non ci siano intromissioni notturne nella tua sfida.
Con un termine facilmente comprensibile da voi umani ho riacquistato, quantomeno part-time, i miei poteri magici. Il che non è cosa da poco: talvolta fa la differenza tra il credere e il non credere. Si fa presto a dire “se c’è la fede!”, ma vi posso assicurare che voi umani siete dei tipetti tosti da convincere e che, modestamente parlando, anche il Nazareno senza i miei servizi avrebbe avuto ben pochi pecoroni al suo seguito.

...continua

sabato 19 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-19p

[continua dal post precendente]

La signora – che in quanto femmina del Verro non me ne vorrà per l’inevitabile definizione - Troia e soprattutto la figlia non erano in vista e l’intera comitiva dei Nati Catanesi lo trovò un vero peccato, essendo entrambe di costituzione fiorente e di indole generosa. Savvo le ha rese protagoniste di non pochi sogni mattutini ad occhi chiusi, in cui ciò che non è brina si posa sui virgulti di tenera esuberanza, e di alcuni ad occhi aperti, quando l’immaginazione lo priva di sue coetanee. Ma anche loro erano sul posto e appena qualche ora dopo da buone donne di guerrieri si trovarono davanti all’uscio del loro focolare a porgere con cortesia e dedizione mazze, randelli, spranghe e biglie di ferro, incitando gli uomini alla battaglia con parole che solo discendenti di spartane potevano pronunciare: “Li dovevano ammazzare da piccoli, quei figli di donne dedite alla fellazio!” o “Spolpateveli senza lasciare neppure l’osso!” oppure “Spaccategli le corna” o infine, per qualcuno dei più intimi “Giuramelo che un colpo glielo devi dare anche da parte mia”.
E i combattimenti furono uno spettacolo indimenticabile, certo un po’ scomposti e lasciati alla libera iniziativa, tuttavia, o forse proprio per questo, diedero vita ad entusiasmanti fantasmagorie. Uomini-razzi si lanciarono dagli spalti piroettando su se stessi prima di ritoccare il suolo; uomini-sanitari, con le gambe umane e la testa da water o mitici esseri con braccia-lavabo, proruppero scroscianti in mezzo alla folla, gorgogliando temerari e scaricando tutta la loro liquida rabbia contro playmobil fischianti e rotanti in una pista da perenne girotondo; uomini-spermatozoi rinunciarono al loro individualismo e si unirono a centinaia, migliaia come un unico corpo e una sola mente, mossi dal desiderio di spingere, andare a segno, sfondare, correre a perdifiato verso l’ambito premio finale, seguire il flusso della corrente uccidendo al loro passaggio il noiosissimo uomo-filosofo che non fa un passo senza chiedersi “dove andiamo? perché viviamo? cosa c’è oltre?”. Poi l’aria si addensò di fitta nebbia brulicante di vita e, mentre spuntavano dal suo interno fuochi fatui guizzanti in ogni direzione, come sospinti dal vento, fu il segno che lo show stava giungendo al suo culmine. Mancarono gli applausi del pubblico, sospeso in un’atmosfera di stupefazione, ma, se mi consentite una piccola aggiunta – tu, lettore, stai pensando: “Fatto trenta, ti preoccupi di fare trentuno?”; attento al tono che usi, potrebbe dispiacermi e non mi costerebbe fatica venirti a trovare, in qualunque spazio-tempo tu sia -, si elevò un concerto di violini striduli e sincopati. Urla di terrore si sparsero per le piazze, dove ormai si era spostato lo spettacolo itinerante, quasi che vi fosse il mio zampino in tutto questo. La musica si fece vertiginosa in un crescendo che attendeva l’orgasmo finale, mentre i due schieramenti cozzavano e si ritraevano come in un affollatissimo pogo.
Quando la danza ebbe fine, milleduecentoquattro sapiens sapiens (regno: animale, classe: mammifero, ordine: primate, famiglia: ominide, ultimo anello evolutivo del genere homo, unica creatura razionale del pianeta Terra, nonché dell’intero universo), di cui quattrocentocinquantadue della periferia di Savvo, erano feriti e uno era morto.
- E tu che hai fatto allora? – gli chiede Piero con gli occhi sgranati dallo stupore e dall’ammirazione.
- E che vuoi che facevo? Sono scappato come tutti gli altri. – risponde Savvo condiscendente.
- Ma che è vero che lo conoscevi quel poriddazzo, l’unico che sono riusciti a tenere dentro?
- Non io personalmente. Giuffrida me ne ha parlato, prima che lo pigliavano.
- Ah, perché anche a lui hanno preso?
- ’Nzai niente allora? Giuffrida l’hanno pigliato, ma per spaccio e per resistenza a pubblico ufficiale…
- Vabbé – lo interrompe Iancelo -, ma la resistenza è normale, anche a Verri gliel’hanno data e si è fatta solo la condizionale. – dice tutto soddisfatto di saperne qualcosa anche lui.
- Che bestia! – lo onora Savvo con uno scapaccione e dandogli una lezione di codice di procedura penale, di cui la maggior parte di loro è edotta in tenera età – Con la condizionale non ti hanno condannato, mentre con la libertà condizionata ti vengono a controllare a casa. Come a mio patri. – sta pensando lui e sa che anche gli altri condividono questa sua stessa riflessione, ma non glielo diranno mai in faccia, se non sono dell’umore di essere picchiati a sangue e dal silenzio intorno evidentemente non lo sono. – Comunque neanche con lo spaccio l’hanno condannato, perché si è dato per tossico e l’hanno messo in comunità e tra ’ntannicchia è di nuovo fuori. Ma ti stavo dicendo che prima che lo pigliavano mi ha raccontato di quel cristiano di diciassette anni: c’hanno fatto una soffiata loro stessi agli sbiri, ché quelli un nome lo volevano per forza… era uno dei loro che è morto e pure importante era, il cornuto. – per chi non è avvezzo al colore locale, non cada nel tranello di considerarlo un insulto che suggerisca comportamenti poco onesti della moglie del defunto. Nulla di tutto ciò. “Cornuto e sbiro” è un’endiadi inscindibile da queste parti per qualunque impiegato dell’ordine pubblico – Perciò un nome glielo dovevano fare se no ci cacavano la minchia a tutti quanti per chissà quanto tempo.
- Ma che l’ha ammazzato veramente lui lo sbiro? – ci riprova Iancelo, mettendosi fuori portata onde evitare altre eventuali reazioni educative.
- Certo che no, cretino, non è che si sa veramente chi è stato in quella confusione. Il caruso c’era però, non ha ancora i diciotto ed è incensurato. Gli hanno trovato un bravo avvocato e ci stanno dando qualcosa alla famiglia. Si fa qualche mese alla Bicocca – il penitenziario minorile – ed è fuori. E quando esce, se si è stato muto, Santapietraepaola qualche lavoro glielo trova.
A questo punto non credo di aver bisogno di nient’altro per ritornare nel presente e il quadro d’insieme mi fa pensare che Chi so io abbia in serbo una qualche sorpresina per il sottoscritto.

... continua

mercoledì 16 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-18p

[continua dal post precendete]

- Certamente, Illustrissimo Signor Giudice – quest’ultimo scuote il capo avvilito -, lasci per l’appunto che vada al nodo vero del problema.

Il giorno precedente si era avuto un incontro al vertice a scopo transattivo tra il Presidente del Catania Calcio e Falsaperla, primo emissario del signor Santapietraepaola, supervisore dell’economia e della politica catanesi. Quando la segretaria gli comunicò all’interfono l’inattesa visita, il povero Presidente per poco non si uccise con l’eccesso di saliva che deglutì. Gli sembrò che le pompe di calore fossero state regolate a una temperatura troppo elevata e, leggendo sul telecomando 19 °C, non gli restò che maledire il polpo marinato appena mangiato da Saretto agli Archi della Marina. Appena risentì la vocetta acuta di Luana che gli richiedeva, fresca come una rosa, cosa dovesse dire al signore, fu tentato di far riferire che era troppo occupato e che si sarebbe fatto vivo lui stesso. Quell’ultima espressione, però, gli ricordò con straordinaria immediatezza quanto potesse rivelarsi falsa nella sua natura strettamente letterale, se proprio allora si fosse rifiutato di ricevere un uomo di Santapietraepaola.
Falsaperla era un tipetto segaligno, sotto il metro e settanta, un look casual composto da tuta acetata verde, scarpe da tennis bianche e berretto con visiera rosa, trentadue anni che gli solcavano vistosamente il volto. Entrò nello studio senza salutare, gettando degli sguardi distratti alle foto d’epoca della squadra, poi si sedette proprio di fronte alla scrivania, prima che il Presidente riuscisse a ritrovare un po’ della sua abituale buona educazione.
- Le porto i saluti di chi lei sa. 13
- Beh… grazie, ricambi. – rispose l’altro colmo d’imbarazzo.
- So che lei è molto occupato – il Presidente si chiese all’istante se Falsaperla riuscisse anche a leggergli nel pensiero, ma questo se non c’è il mio zampino non può accadere -, perciò non le faccio perdere altro tempo. Il suo regalo di fine anno è stato gradito, ma la squadra cresce e anche noi vogliamo farla crescere, quindi i nostri precedenti accordi non vanno più bene.
- Quanto ancora? – per il Presidente quella discussione aveva un effetto sauna, peccato che con il colesterolo a 240 e trigliceridi a 450 non fosse la cura dimagrante per lui più salutare. Il suo cuore, mentre il pover’uomo continuava a grondare sudore, cominciò a ballare la danza della pioggia.
- Altri venti. – Falsaperla sorrise, pensando alla percentuale che gliene sarebbe venuta in tasca.
- Mila? – chiese il Presidente tranquillizzandosi e abbandonando quel colorito paonazzo.
L’altro con l’agilità di un furetto si proiettò sulla scrivania fino ad afferrarlo per la cravatta, stringendogli il nodo: - Che pensi che mi faccio prendere per il culo da uno come te? – poi allentò la presa e fece per andarsene; prima di aprire la porta aggiunse – Prima della partita, sennunca ti roviniamo il campionato.
Ma il Presidente i soldi non li aveva trovati e nessuna banca aveva voluto prestaglierli perché la società non presentava molte garanzie. Perciò, adesso sapete a chi si riferiva, quando, intervistato il giorno dopo gli incidenti al Massimino, dichiarava con ossessione iterativa “mi hanno rovinato”.


- Ma questo è tutto veroooo? – si leva un coro di voci all’unisono, bocche spalancate al chiarore lunare (gobba a ponente stupore crescente, gobba a levante stupore calante).
- Vi ho mai mentito? – ciascuno di voi, pensa che ti ripensa, rileva con acuto senso d’osservazione che, beh effettivamente, non sono quel grande esempio di affidabilità che pretendo di essere – La risposta è: ma certo che l’ho fatto e sempre con enorme piacere! E stavolta? Vi starete chiedendo. Come se fosse così importante il singolo evento, la minuscola moneta di rame nel paiolo del tesoro degli gnomi. Per quanto mi riguarda io bado all’armonia dell’insieme, alla coerenza nella teoria dei mondi possibili, al fascino di una squisita affabulazione. Attendervi da me il vero, nudo e crudo? Più facilmente figlierebbe un eunuco.


Comunque, torniamo al nostro Giuffrida (o il cavaliere della Madama Bianca) che come è venuto se ne va, dopo aver tracciato le linee guida per il pomeriggio del partitone.
Il 2 febbraio, subito dopo pranzo Savvo, Macco e Iaffio – che sono lì fieri perché di quell’epopea sono stati anche loro gli eroici protagonisti – insieme al resto del C.S.N., dei Furiosi e dei Dicatina avevano già parcheggiato gli scooter a pochi isolati dallo stadio e vi stavano entrando – privi di quegli oggetti goliardici, perché avrebbero trovato all’interno i Verri, la famiglia del custode, pronta a offrirne ai richiedenti, quali gentili strenne preagatine - con le intenzioni festaiole di cui sopra.
Videro papà Verro grufolare nel pressi dei bagni con il lattonzolo primogenito – in realtà di diciannove anni suonati, ma ancora simbioticamente legato alla famiglia d’origine, ovvero per chi non mastichi la lingua di Aristotele “convivente” – e si lanciarono sguardi d’intesa. Entrambi al saluto urlato alla palermitana di COINNUTI risposero con un dito medio levato, che metteva in bella mostra il loro tatuaggio di appartenenza al Club Dicatina: una grossa catena intorno al polso destro, che rappresentava in modo esemplare la metafora locale “essere pazzi da incatenare”. Anche ad un occhio inesperto, lo stomaco prominente del Verro – padre – ne faceva un perfetto candidato alla prossima macellazione. Ma gli attributi maschili doveva averli altrettanto sviluppati se, per condurlo al mattatoio qualche giorno dopo, sarebbero occorsi cinque robusti macellai muniti di bastoni e cappi, che avendolo visto agitarsi, schiumare e avendolo sentito latrare “sbiri bastardi da mille euro al mese!” – a questo proposito mi sorge un dubbio: se fossero pagati tremila euro, sarebbero meno bastardi o costituirebbe un’aggravante? – lo pensarono affetto da idrofobia. E come tale, in qualunque società che si possa definire civile, avrebbe dovuto essere abbattuto. Non così avvenne, perché analizza che ti analizza saltò fuori che non solo non era colpito da nessuna patologia contagiosa e letale, ma anzi era stato allevato da uomini onorevoli per finire, al momento opportuno, come porchetta di Santapietraepaola. Così va la vita.

... continua


13 - Ora, giuro sulla Sua Essenza che la coincidenza dei miei sottintesi con quelli di Falsaperla è più apparente che reale, dato che, quando parlo di voi sapete Chi, innanzi tutto uso la maiuscola, inoltre non porto mai i suoi saluti, infine mai vorrei imitare un uomo con un tale cattivo gusto nella scelta del vestiario.

mercoledì 9 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-17p

Per motivi di natura tecnica - pare che non si riescano a postare dei riferimenti a piè di pagina! - pubblico stavolta in pdf. Mi raccomando di leggere le note, non tanto per la fatica compiuta invano nel tentativo di inserirle nel blog, quanto perché sono parte integrante del brano, che altro non è che una parodia delle esegesi dantesche come spiego nel mio commento ad ALI.

sabato 5 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-16p

[continua dal post precedente]


Uno degli anonimi giocatori fuori campo aiuta Luiggi a rialzarsi e, sostenendolo, lo riaccompagna a casa, mentre il resto del gruppo rimane compatto attorno al Suo campione nell’attesa di nuove esaltanti sfide. Ma Savvo è stanco di giocare e in fondo gli brucia di non aver vinto regolarmente.
- C’ho caldo, carusi, io me ne vado. 
Male, malissimo! Dopo questo eccellente exploit, mi cadi nella frustrazione? Non vorrai dargliela vinta a quel cretino di Oreste, vero? Almeno non questa volta che c’è in gioco l’eternità per Maria-Elena. Riprenditi, figliolo.
- ’Spe, Savvo – gli sta dicendo Macco, permettendosi di bloccarlo per l’avambraccio, come concesso a pochi altri -, mettiamoci dentro che c’è più fresco e racconti a Piero, che è tornato da poco con la sua famiglia da Milano, di quella volta del Catania-Palermo.
Gli altri si uniscono in un coro di “sì, sì, dai, raccontaglielo”, ansiosi più del novizio di riascoltare le gesta eroiche di quest’epica moderna dalla bocca di un aedo, che so all’istante esserne stato attore, oltre che diretto testimone. Si siedono nelle panche in fondo alla sala, mentre Oreste rassetta gli strumenti del mestiere, e porgono l’orecchio silenziosi in questo misterioso rito collettivo.
- È stato il 2 febbraio, no? – esordisce Piero - Che io e mio patri volevamo scendere un po’ prima di Sant’Agata, ma mia matri ci ha detto: “E ch’è mi lasciate sola con la picciridda (mia soru, la piccola) in treno?” E io ci ho risposto: “’Nzamai se l’arrobbano!” – risate generali – ché volevo scendere per forza, ma mio patri me ne ha data una che mi ha fatto volare per aria. – altre risate.
Improvvisamente colti da irrefrenabile impulso digressivo, iniziano a raccontare all’unisono – a tal punto che solo per la Prima Intelligenza da Lui creata sia possibile discernere i loro discorsi e comprenderli, considerato anche che la retorica non è proprio la più eccelsa delle loro arti. Nino sta illustrando di quella volta in cui controbatté un’accusa paterna di spergiuro (sic; il padre: - Munzignaro che non sei altro! Me li hai presi tu i dieci euro dalla tasca!; Nino: - Non sono stato io, lo giuro su quanto voglio bene a mia matri!; il padre: - Munzignaro, non ti vergogni a giurare su tua matri?) e alla fine ne prese tante, sottolinea con orgoglio, che suo padre aveva persino le mani doloranti. Iancelo in passato, obbligato a rimanere in casa dai genitori per occuparsi della sorella di tre anni, rilevò in loro presenza che, per quanto gli concerneva, quella cosa “ca feti”2 – sarebbe stato un peccato alterare l’ingiuria, non credete? Questa, infatti, contiene in sé una sua genuina perfezione, da un lato degradando l’offeso al rango di oggetto, dall’altro paragonandolo con garbo ad un elemento di defecazione – avrebbero potuto anche buttarla nell’immondizia – se non altro per esigenze metaforiche la conseguenza era logica. Il capo famiglia, poco sensibile al suo abile gioco lessical-semantico, concluse la vicenda nel medesimo modo più sopra riportato.
Mentre tutti gli altri – eccetto Macco, che preferisce osservare la scenetta e sorridere distaccato, e LICANTRO che le prende talmente tante volte che gli si presentano all’imbocco della memoria tutte insieme; così, come il flusso di una cascata da un collo di bottiglia, non c’è verso che ne tragga fuori nemmeno una – continuano a spiattellare confusamente ricordi personali a proprio uso e consumo, dato che reciprocamente né si sentono, né si comprendono, Savvo ruggisce uno “statevi muti”.


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2. Puzzolente.

venerdì 4 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-15p

[continua dal post precedente]

Oppure, un rewind veloce all’inizio della visione: Savvo urla con una tale violenza che la gola gli si graffia fino a stillare sangue, il cuore inizia a pulsare al galoppo. Ottanta, ottantacinque, novanta, cento, centodieci, centocinquanta, duecento. Fa appena in tempo a portarsi le mani al petto che sembra scoppiargli, quando l’ischemia sopravvenuta al suo muscolo cardiaco gli provoca un’angina pectoris – non è deliziooooso il termine “angina”? Mi fa pensare ad una bambinetta paffuta dalle gote rosee: “Angina, tesoro, vieni che è l’ora della merenda!” e Angina brava e bella corre felice verso le braccia del suo papà e della mamma Maria-Elena – che lo fa contorcere per mezzo minuto circa. Poi dall’angina all’infarto miocardico il passo è breve. Il finale mi secco a variarlo, perciò ve lo ripropongo identico. I ragazzi attorno a lui rimangono prima impassibili, poi, mossi da un irrefrenabile impulso, che loro stessi rinunciano a spiegarsi, lo tirano su di peso e lo abbandonano ai lati del campo, provando uno strano sollievo – peggio per voi se lo avete riletto, ve l’avevo detto che era identico!
Comunque, non mi resta che rimettere il mio sogno nel cassetto, primo perché quello che sto osservando è il passato e come tale assolutamente immodificabile, secundo il ragazzotto in questione è il mio personale pallone in questa gara.
Al ventunesimo minuto di gioco la squadra di Macco, con le sue quattordici reti a sei, ha raggiunto un irrecuperabile vantaggio, considerato che cinque avversari su sette sono letteralmente spompati e arroccati in una difesa immobile attorno alla porta. 
- Siete delle minchie mosce! – li redarguisce il loro capitano honoris causa (dato che Iaffio, l’anziano del gruppo, non concepisce un pensiero autonomo nemmeno se glielo scrivono prima), poi rivolgendosi a Macco – Guarda che dobbiamo interrompere, con questi non si può giocare.
- È perché non vuoi perdere. – butta lì Luiggi, l’unico senza traccia di fiatone, strappando un mezzo sorriso a Macco che sa già come gli andrà a finire.
- Che minchia dici! – Savvo è sul piede di guerra, gli si avvicina fino a sfiorargli il torace; l’altro lo supera di una spanna, ma sta già indietreggiando – Andiamocene fuori e così vediamo chi ha ragione. 
Cosa intenderà per “aver ragione”, una cristiana ordalia? I due contendenti si affrontano nell’arena, mentre l’unico vero Dio fa da arbitro, dando il segnale d’inizio con un terribile fulmine a ciel sereno. Savvo affonda un attacco furibondo urlandogli (bravo! in tutti gli eserciti è la prima tecnica per intimidire) sue presunte origini da una donna dedita alla fellazio. Le braccia e le gambe mulinano colpi sgraziati, ma non privi di efficacia e, mentre Luiggi cade a terra cercando di proteggersi a uovo, l’altro sferra gli ultimi decisivi calci ai reni. Un gong improbabile risuona nell’aria, contemporaneamente all’ingresso di una svestita e sorridente cocotte con una busta da parte di Dio. 
Me la consegna e con voce stentorea annuncio al microfono: - The winner is… - sospensione di rito – Savvo! Dio dunque stabilisce che la partita si interrompa in parità senza alcun disonore per la squadra di Savvo.
Il fulmine, il gong, la cocotte e la mia entrata in scena mi si accordino per licenza poetica, quanto al resto della cronaca non l’ho modificato di una virgola.

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martedì 1 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-14p

[continua dal post precedente]

Già nel cortile dell’oratorio, con il pallone sotto braccio Savvo prende in mano la situazione: - Allora, io e Macco facciamo le squadre. Comincio io e scelgo Nino. – sta pensando – Quello è un furetto in campo, gli faccio fare l’ala e io la punta, così Macco ce la suca.
Macco a seguire chiama un certo “Luiggi” fuori dal coretto degli irriducibili, ma di pregevoli qualità sportive, mentre Savvo ama giocare in casa con Iaffio, anche perché per avvicinarsi con lui in porta ci vorrà un bel po’ di fegato. Un anno addietro si è gettato sull’attaccante anziché sulla palla, rompendogli involontariamente un ginocchio, con il risultato che ad oggi, con lui portiere, non ci sono stati tiri più vicini dei cinque metri. Macco subito dopo riesce ad accaparrarsi LICANTRO e per stizza Savvo ribatte che l’offerta è un prendidue con Iancelo incluso e che se non gli sta bene può pure tornarsene a casa.
Iancelo tenta la sua carta: - Se fate così allora non gioco. – e fa per andarsene, ma, rendendosi conto che nessuno lo trattiene, rimane un po’ in disparte tra i mugugni per poi ritornare tra le fila di Macco.
Finite le convocazioni, si entra nel vivo del gioco. 43 °C al sole, 40 nelle poche zone in ombra, la loro pressione sanguigna è salita ad appena 90, nonostante la corsa serrata, grondano sudore fin dal primo minuto con la lingua il cinquanta per cento più secca. Se non avessi la certezza della loro attuale esistenza in vita, li darei per spacciati nel giro di una mezz’ora. I loro pensieri si sono azzerati (più di prima, se possibile), concentrati a rincorrere la palla, farsi lo sgambetto, insultarsi, sputarsi, picchiarsi, interrompere il gioco per separarsi e ricominciare le stesse azioni a ciclo continuo. Luiggi della squadra di Macco sembra fare la differenza e continua a tirare in porta con una tale furia che neppure i ruggiti di Iaffio riescono a fermare. È un fuori classe e tra meno di cinque anni sarà in nazionale. I suoi avversari ne sono perfettamente consapevoli. Tutti, tranne Savvo, che nel frattempo, sentendosi un divo incompreso, sputa sentenze di morte sui compagni di squadra, incapaci, a suo dire, di schierarsi in difesa, di interrompere l’altrui verticalizzazione, di coprire la porta, di portare palla, di tenere palla, di tirargli passaggi decenti.
Si sgola fino a inaridirsi l’ugola con laconici messaggi che reputa di sicura efficacia: - Passa! Corri, corri! Prendigliela! Dribbbla! - il tutto farcito di insulti che vanno dall’abusato “cretino”, al colorito “minchione”, al metaforico e geniale “sei un cacapiscio”.
Per un attimo mi estranio e lo vedo bloccarsi all’improvviso, portandosi le mani al collo, la giugulare gonfia, gli occhi strabuzzati, la bocca aperta a cercare inutilmente di immettere aria nei suoi polmoni. Ha ingoiato una minuscola ape, che, pungendogli la laringe, provoca il suo ingrossamento fino all’ostruzione – non è necessario cercare lo shock anafilattico in questo caso.  Le ginocchia gli si piegano, sbatte i pugni a terra in un ultimo, vano tentativo di opporsi all’inevitabile, mentre i ragazzi attorno a lui rimangono prima impassibili, poi, mossi da un irrefrenabile impulso, che loro stessi rinunciano a spiegarsi, lo tirano su di peso e lo abbandonano ai lati del campo, provando uno strano sollievo.

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lunedì 31 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-13p

[continua dal post precedente]

- Fate un bell’applauso. – invita il gatto, dando per primo l’esempio con le sue zampette; quando finalmente il pubblico si è unito e lo scroscio è cessato  – Vi rivelerò, senza tema di smentite, che LICANTRO è un ragazzo fuori dal comune. Possiede un puntiglio che solo pochi hanno dimostrato così precocemente. Come chiamarla? Voglia di sapere, di andare al dettaglio. Pensate che ha trascorso sette anni alle elementari e due in prima media, candidandosi per un terzo anno di approfondimento. È anche un ragazzo esuberante, come dire, brioso. Qualcuno potrebbe definirlo un bruto, solo perché ha picchiato una maestra e un compagno in quinta elementare durante una lezione. – gli dà una pacca sulle spalle condiscendente – Ma sarebbe un giudizio affrettato perché questo bel faccione, maoo – i cuscinetti con gli artigli a riposo piantati sotto il mento del fanciullo per mostrarlo alla platea -, pago della punizione costatagli la bocciatura, adesso quando ha da menare qualcuno dei suoi conoscenti lo fa rigorosamente lontano dalla scuola. Di’ a tutti, tesoooro – miagola mellifluo -, perché hai queste reazioni, su non essere timido, maoo.
- Mi prendono sempre in giro. – mugugna laconico.
- Volendo fare l’avvocato del diavolo, qualcuno potrebbe sostenere che sei un po’ irascibile, che talvolta non cogli lo spirito bonario dello scherzo e che tal’altra non ne sei neppure tu il bersaglio.
- Ah, che hai detto? Mi stai prendendo in giro anche tu, non è vero?
- No, ti sbagli, non era mia intenzione, è tutto un equivoco, maoo… - precisa, ma troppo tardi.
LICANTRO si è fatto paonazzo in viso e comincia a ringhiare ferocemente, mentre il gattone scende patte a terra e arcua la schiena in posizione di attacco, emettendo dei sibili e fruscii poco rassicuranti. Il ragazzo inaspettatamente fa lo stesso e gli balza addosso atterrandogli sulla schiena. Tra ringhi e abbai rotolano dietro le quinte, in mezzo alle risate del pubblico e agli applausi fragorosi.
N.B.: suo padre, non essendo né minorato fisico né mentale, non fa il posteggiatore, ma si è imparentato con una della famiglia Arena e questo gli ha garantito ugualmente l’accesso ad una professione rispettata. Attualmente è in aspettativa (una sorta di anno sabatico, in cui gli Arena mantengono la sua famiglia con una pensione, frutto di collette mensili, più o meno volontariamente versate, da parte dei commercianti di Catania) in una struttura statale, vitto e alloggio gratuiti, anche se quest’ultimo (nove metri quadrati condivisi con altri due ospiti) lo lascia un po’ a desiderare.


- Ed è per questo motivo – sta dicendo Oreste – che bisogna comportarsi bene, perché qualunque azione produce una reazione e se abbiamo fatto del male, qualcuno proverà a farcela pagare e ne piangeremo le conseguenze.
Sarà partito dalla parabola del “buon seminatore” per arrivare a questa conclusione? Comunque sia, Savvo non l’ha trovata poi così edificante.
Infatti sta pensando: - Sì, lo voglio proprio vedere questo qualcuno che prova a farmela pagare che gli spacco le corna.
- In ogni caso – continua il mio angioletto -, non mi voglio dilungare oltre e dato che oggi vi siete comportati tutti bene, vi do il pallone per giocare fuori.
Segue un sonoro applauso, mentre il falso prete ripiega per una porta sulla destra verso la canonica. La gotta incipiente gli conferisce una goffa andatura a metà strada tra il claudicante e l’orso bruno, tanto che Iancelo non può fare a meno di additarlo alle spalle con un “taliáti” di scherno.
Savvo, non appena vede scomparire l’anziana figura dalla porta, si lancia contro il compagno con tale impeto che quello si copre la faccia con le braccia: - Talía, si spaventa. – e ride, venendo imitato dagli altri.
- Non mi sono spaventato. – cerca di difendersi Iancelo, inutilmente.
- Hai fatto così – e mima il suo movimento di schermo -, ti sei spaventato. – e ride ancora, poi quando quello sta per aprire nuovamente bocca trasforma il suo volto in una maschera di serietà e cattiveria – E hai fatto bene, perché, se rifai di nuovo il bestia che sei, ti ammazzo a botte, hai capito? Hai capito o no che se non ci comportiamo bene patri Basilio non ce lo dà il pallone? E se non ce lo dà per colpa tua, io ti ammazzo a botte. – un po’ ridondante e scevra di varianti lessicali, ma indubbiamente la sua retorica atticista, che si potrebbe definire francescana per la sua semplicità, si mostra immediatamente efficace.
Non posso fare a meno di pensare che un incarico con questo soggetto per me sarà un gioco da ragazzi. Che Chi so io si stia rincoglionendo o sto sottovalutando qualche elemento di analisi? Ritornerei già al presente partendo dalla prima ipotesi, ma per non peccare di tracotanza mi concedo ancora uno sguardo.

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domenica 30 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-12p

[continua dal post precedente]

Tornando alla carta d’identità dei Nostri.
NOME: Iancelo
ALTEZZA (attuale): 1,63 m
ALTEZZA (massima futura): 1,77
CAPELLI: biondo cenere
OCCHI: azzurri
PROFESSIONE DEL PADRE (dichiarata): a lei che ci interessa?!
PROFESSIONE DELLA MADRE: e anche questo a lei che ci interessa?!
PROFESSIONE (di Iancelo futura): e allora forse non mi sono saputo spiegare?!
ETÀ (attuale): 12 anni
ETÀ (massima futura): 45-65 anni
LIVELLO MENTALE: 4 (nota 1)
LIVELLO FISICO: 4 (vd. nota precedente)
LIVELLO SOCIO-CULTURALE: 4 (ibid.)
GIUDIZIO COMPLESSIVO: neandertaliano medio; a quindici anni avrà già la prima scappatella con una dodicenne della zona, un po’ tocca anche lei, e le loro spirali genetiche in una vorticosa danza daranno vita a un’altra imperfetta creatura, che a sua volta si unirà con un altro suo simile sviluppando il gene della deficienza congenita.

Ormai a conoscenza di chi sono e di Chi frequento le mie ultime rivelazioni sul futuro non avranno stupito nessuno. Dovreste, invece, perché non mi spingo al di là dei dieci anni, gli ultimi dei quali sono avvolti in una fitta nebbia, quindi nella maggior parte dei casi riesco solo a elaborare delle previsioni ipotetiche. Ma per Iancelo, come per moltissimi altri, chiunque dotato di un minimo di buon senso potrebbe dedicarsi ad un’infallibile arte divinatoria. A questo punto il vostro dubbio successivo dovrebbe essere: se sai come andranno le cose di qui a sette, otto anni, saprai già se vincerai la partita con l’angelo Oreste. Se non ci avete pensato, consolatevi scegliendo la soluzione che più vi aggrada: a) la logica non è mai stata il mio forte; b) non ho mai letto nulla prima sulla demonologia; c) devo smetterla di leggere dopo una faticosa giornata di lavoro; d) Iancelo sarà di certo peggio di me. Comunque la risposta è no. Pur essendo dotato di una buona lungimiranza, non vedo a un palmo dal naso, ovvero, fuor di metafora, l’arco dei sette, dieci giorni a venire mi è totalmente sconosciuto.
Last but not least, TA-RA-TA-TA-TA (rullo di tamburi).
- Avete intenzione o no di fare silenzio, razza di cani pulciosi? – giunge una voce nasale e cantilenante in mezzo al nero brusio scatenatosi da quando sono state spente le luci sul palco.
Finalmente un faro accecante illumina un gattone antropomorfo al centro della scena, curiosamente vestito in un redingote fucsia, accompagnato da tuba, dello stesso colore, tenuta nella mano sinistra, mentre nella destra stringe con nonchalance felina un paio di lunghi guanti dalle cortissime dita e un frustino, entrambi bianchi.
- MAOOO! – si lamenta Behemoth, portandosi una zampa agli occhi – Abbassate quelle maledettissime luci. – qualcuno nel buio esegue – Così va meglio. – miagola chinando la zampa, dopo averle concesso una leccata – Signore e Signori, Mesdames et Messieurs, Ladies and Gentlemen, Damen und Herren, è qui con noi Antonio Licandro, detto Antonio, per distinguerlo da Nino, o più spesso LICANTRO – lo urla arrotando la “t”, similmente all’area anglosassone.
Entra goffamente nel fascio di luce un ragazzone sui quattordici dalla corporatura tarchiata, carnagione semitica, casco di capelli corvini pettinati con una riga anni quaranta da giorno di festa, abito classico per uomo marrone più piccolo di una o due taglie, sopracciglia aggrottate e testone ritratto tra le spalle in segno di timidezza.

Note
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1 - Su una scala da 1 a 10.


... continua