[continua dal post precedente]
22 Dicembre: Giro giro tondo…
-3 (in Sicilia, periferia di Catania)
Voglio la lettura del pensiero di Savvo. Mi rimbomba nella testa l’eco tronfia delle mie stesse parole ed il senso di inopportuna soddisfazione provato a quell’infantile vittoria. Porco me! Come ho potuto scavarmi la fossa con le mie stesse mani? E quanto deve essere stato divertente per Lui vedermi gioire per quanto avrei presto capito essere stato un grossolano errore senza rimedio. Potevo chiedere di sentire le sue parole e le percezioni dei suoi sensi, quantomeno l’udito. E invece no! Voglio la lettura del pensiero di Savvo. Imbecille, Signore delle mosche che non sono altro! Cos’avevo in testa, liquami?
Ed ora eccomi qui, appostato dietro un putrido cassonetto, binocolo in mano come un ancor più lurido voyeur, nel tentativo di seguire quel moccioso, senza essere visto a mia volta. Dal suo risveglio a questo istante, che io sia dannato, gli unici messaggi pervenuti sono stati, in ordine temporale:
- ’Sto cazzo di sveglia! – quando mi ero ancora illuso che il primo pensiero del risveglio fosse foriero di una sequela di altri.
- E smettila di frignare. – circa mezz’ora dopo, ripetuto in varianti come “e stai muto”, “rompiminchia”, “appena mi alzo, vede”, tutte indirizzate con alta probabilità a suo fratello di tre anni.
- Quella ancora dorme. – dieci minuti dopo, riferito alla sorella di undici anni? O forse alla madre, dato che, a distanza di altri dieci minuti, sono tutti e tre fuori dal portone, a portata di binocolo.
Mi sento solo e nudo senza i miei poteri, con unica compagnia quei due neuroni scompaginati che rimbalzano nei vacui meandri cerebrali di Savvo. Ma quant’è vero che sono chi sono, chiunque dovesse vincerla questa sfida, la prima cosa che farò sarà liquidare questo sfigato. Non ha fatto altro che strattonare il piccolo, di nome Pino, di nickname Piagnisteo (per questo, sì, non posso dargli tutti i torti, strilla, urla e scalpita come se fosse posseduto da me), e strapazzare la sorella, Agata, detta A ’ngrasciata, non tanto, credo, per una particolare fobia verso l’igiene personale, quanto piuttosto per le sue mise, a dir poco eccentriche (canottiere a rete sopra maglioncini sbrindellati, pantaloni con una gamba arrotolata e una giù, calze spaiate, per non parlare delle acconciature selvagge stile aborigeno australiano, al paio con un rossetto sbavato, un eyeliner nero da procione tutt’intorno agli occhi e un ombretto dai colori fucsia, viola o blu che abbina ad un qualche elemento del suo abbigliamento, fossero pure le mutande, come oggi, il cui bordo, in tal caso, deve perentoriamente fuoriuscire dai pantaloni), a vestire un corpicino preadolescenziale da gattina rinsecchita. Savvo le tira i capelli, la schiaffeggia, le dà pugni nella schiena e, quando se la vede sfuggire di mano, la rincorre per colpirla a calci nel sedere. E questo per tutta la strada fino a scuola dall’orrendo alveare di quindici piani, che duecentoquarantadue individui chiamano “casa”: con l’acqua razionata, l’allaccio esterno della luce e privo di fognature.
E dato che non ho molto di meglio da fare, attendendo il miracolo della comparsa di un altro suo pensiero, e soprattutto che ieri (cioè fino a che avevo ancora tutti i miei poteri) mi sono preparato sull’argomento, vi racconto la storia dei palazzi occupati abusivamente.
... continua