La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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mercoledì 16 febbraio 2011

Sole, mare e bella gente - p 2 - cap I


Comunque, c’est la vie! Ma a proposito di francese, come diavolo si pronuncia? Bric-ò-Brac. Quelli hanno tutto accentato alla fine, sarà forse un errore questa “o” accentata in mezzo.
- No, Signor Russo – gli dice timida la sua segretaria al passaggio. Letizia si chiama per colmo d’ironia, che più allegra di lei c’è solo Maria Antonietta prima della ghigliottina. Venticinque anni, e, anche se sono dieci più delle sue preferenze, l’aveva presa perché fresca di laurea e con un culetto e tettine niente male. Però più lui la stimola con battute salaci e più lei risponde atona landamentodelleborseprecipita, lacrisieconomicafiniràpercollassarelapiccolaim-presa, ilsindacatorispondeancorainmodoinefficace e patatì, patatà, a quel punto il suo cervello smette di ascoltarla. – “Bric-ò-brac” è un gioco di parole tra “bric-à-brac” e “brico” e si pronuncia “brikobrák”.
Mmm, grazie, Letizia. Quindi è “bríkobrak”, inserendo l’accento come cavoli a merenda, dice Russo brioso per contrastare quella becchina di Letizia che sospirando sta per allontanarsi. E sai anche se significa qualcosa?
- Beh, non con assoluta precisione, ma dato che brico è un’abbreviazione di bricolage, ovvero fatto da sé, e bric-à-brac significa “alla rinfusa”, come la roba che si tiene in soffitta o dal rigattiere e che quest’ultima ormai ha un sentore di lavanda che fa tanto vecchia Provenza, piena di angolini chic...
Lei sta continuando a parlare, ma la mente di Russo vaga già altrove. Bríkobrak, bríkobrak, abracadabra, un due e tre, agita qua, gira là, una bacchetta magica toglie i vestiti di Letizia. Il piacere di realizzare con le proprie mani… un’eco lontana come un canto di sirene. Lei si muove flessuosa eppure con sguardo infantile. La suggestione quindi di un ambiente intimo… Le sue mani gli sfiorano il viso che diventa l’incarnazione stessa dell’ebetaggine. Intimo… con l’alito di lei che sa di lavanda… ricercato… una mano delicata che gli sbottona la patta… eppure un sogno per tutti. Un sogno, sì un sogno.
- Signor Russo si sente bene? Posso andare adesso?
Ricompare il poster della campagna nuove iscrizioni, incorniciata dalla parete sindacalmente asettica, sullo sfondo della segretaria atona di sempre, fin troppo abbigliata.
Le donne basta che hanno una laurea e si sentono superiori e te lo devono fare notare. Dottoressa Chillemi, piacere! Così si era presentata Letizia al loro primo incontro. Una cosetta da niente che ancora ieri le colava il latte dalla bocca ti si mette a testa alta, a te che hai trent’anni di onorato servizio alle spalle. Ma lui l’aveva subito smontata con un “Potresti essere mia figlia. Ti dispiace se ti chiamo per nome?” e senza aspettare la replica, nonostante la piccola smorfia traditrice del labbro superiore, aveva letto sul suo CV “Letizia Chillemi, che bel nome! La tua mamma deve essere un tipo solare.” Trent’anni, mi spiego? Ne aveva dovuti seguire di onorevoli per arrivare dov’era, organizzare convegni, preparare palchi, manifestazioni sotto la pioggia a reggere l’ombrello del relatore di turno, picchetti di una noia mortale. Senza contare le innumerevoli chiacchierate inutili con disoccupati che si ostinano a scambiare il sindacato per un fottuto ufficio di collocamento. Il sindacato, dovrebbero saperlo anche i bambini, si occupa dei lavoratori, altrimenti chi li paga gli stipendi dei sindacalisti? Comunque, alla fine i suoi sforzi erano stati ripagati. L’onorevole Di Salvo si era accorto di questo giovane di buona volontà e gli aveva affidato la segreteria di un piccolo CAAF, adottandolo quasi come un figlio. Passava i fine settimana nella sua villa al mare e che villa! Tre piani, tante di quelle stanze da perdersi, un’immensa vetrata al pianterreno, piscina, palme, prato sulla falesia, discesa a mare privata con ormeggio di un piccolo yatch. Di Salvo lo stimava così tanto che era lui a occuparsi di tutti i contatti per le feste, sia quelle del partito che i festini per pochi intimi. “Pochi ma buoni” diceva buonanima. Un paio di imprenditori, due tre politici e altrettante gallinelle fresche fresche di pollaio. Buona musica, qualche drink, un po’ di coca giusto per tirarsi su dopo una settimana di duro lavoro e tante volte il biscotto lo inzuppava pure lui.
 
[continua...]

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