La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

Genius_01

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Genius_01 - ebook in vendita su Simplicissimus.it

sabato 4 dicembre 2010

Genius_01 - cap I 4p

[continua dal post precedente]

Abraham lo trattenne per un braccio, dicendogli con tono sicuro: - Sto bene adesso… non so cosa mi fosse preso. Non voglio andare a casa. Chi vi sta coordinando?
- Il commissario Giacomelli, commissario. È proprio lì. – gli indicò cento metri più avanti un wagon della dipartimentale in quel che doveva essere una parte del boulevard Des Philosophes e un uomo che si stava sbracciando in tutte le direzioni.
- Ci sono nuovi ordini? – gli chiese, vedendolo allontanarsi in quella direzione.
- No, sto andando a prendere direttive da lui.
Tentò di non pensare a niente in quei cento metri e di mantenersi lucido. Doveva darsi da fare, accelerare le operazioni di salvataggio dei feriti. Sì, poteva essere tra i feriti o esserne uscita fuori anche illesa. Fuori da cosa? Cosa era accaduto dentro la cupola di una delle città più tranquille del mondo? Sembrava essere stata un’immensa detonazione. Di cosa? Da parte di chi? La tempia sinistra gli pulsava. La tamponò con la mano, si accorse che vi scendeva un rivolo di sangue. Continuava a ripetersi mentalmente “salvataggio dei feriti”, rifiutando l’idea del recupero dei corpi e di pensare a lei come a un corpo senza vita.
- Giacomelli, ero fuori servizio, sono appena arrivato, cosa devo fare?
- Chi diavolo…
- Sono Cohen. Ho fatto una corsa da casa e devo essermi ferito tra le macerie. Non è niente. – Disse al collega che stentava a riconoscerlo in tenuta sportiva, ricoperto di ceneri e maculato di sangue.
- Sei sicuro di stare bene?
- Non c’è problema. Cosa si sa sull’accaduto?
- Hanno sabotato il corteo. L’hanno fatto saltare in aria…
- …
- … abbiamo già interrogato i primi testimoni. Pare si tratti di un attentato, forse una bomba piazzata in uno dei cassonetti dei rifiuti ai bordi della strada. L’arrivo del corteo in piazza era previsto dopo un quarto d’ora. Sono morti a centinaia, tutti quelli che stavano in testa. Ma, ora, scusami non è il momento delle spiegazioni. I tuoi uomini si stanno occupando di bloccare i civili, la dipartimentale 5 e i miei di caricare i feriti sulle ambulanze. Unisciti a chi vuoi. – Si rivolse ad alcuni poliziotti che aveva a fianco e impartì alcuni ordini secchi, poi aggiunse, di spalle e con la sola testa girata verso di lui, - se ti interessano altre notizie, rivolgiti a quelli della federale, sono vicino al presunto luogo dello scoppio.
Ebbe il terrore di voltare quella medaglia e scoprire la realtà. Lo ringraziò e si avvicinò alle macerie, unendosi ad altri uomini che lavoravano, senza guardarsi intorno, senza badare al tempo che passava e che rendeva la loro opera di salvataggio, sempre più improbabile. Lo videro scavare insieme a loro, non gli fu chiesto chi fosse. Piccoli robot a quattro zampe setacciavano i cumuli e segnalavano la presenza di materiale organico, caldo, luce rossa – esseri viventi forniti di circolazione sanguigna – o freddo, luce verde – cadaveri, alimenti o piante. Un quadrupede metallico si avvicinò alla zona d’azione di Abraham. Attese il verdetto con la palpitazione. Luce rossa, centoventi centimetri di profondità. Chiamò un uomo accanto a sé e si misero entrambi carponi, a mani nude, a sollevare, con estrema cautela, come archeologi al lavoro, un pezzo di parete, un tubo, un detrito irriconoscibile. Respiravano le ceneri, traspiravano, si laceravano mani e braccia non equipaggiate all’evento, ma nessuno dei due si fermava un solo istante. Il robot attendeva accanto a loro, manteneva viva la luce rossa e il loro desiderio di arrivare a quei centoventi centimetri. Quando furono quasi a cinquanta centimetri iniziarono a sentire un guaito flebile, ma riconoscibile. Risero di complicità, per la beffa del destino. Era un cane che avrebbero salvato. Non smisero ugualmente, forse avevano bisogno di vita, di qualunque vita. Continuarono per cinque o sei ore con attenzione certosina a disseppellire morti e feriti terminali, insieme alle macchine che li aiutavano a trovarli e a quelle che ripulivano la zona da schegge, materiali da costruzione e sangue.

[continua...]

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