La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

Genius_01

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Genius_01 - ebook in vendita su Simplicissimus.it

sabato 28 agosto 2010

Che minchione le formiche! - V - 1p

[continua dal post precedente]

Capitolo V

Ancora cinque minuti al fatidico nuovo giorno e nessun cenno di lungimiranza. Ricompaio proprio accanto a Maria-Elena, in perfetta tenuta da sci bianca con tanto di paraorecchi in candido lapin, un decoro barocco nero griffatissimo, strettamente avvinghiata alla vita da un istruttore che scivola con eleganza sulla neve notturna a gambe divaricate e, nell’impedirle di rovinare a terra, ci prova spudoratamente con la mia donna. Lei regge in mano una torcia per non interrompere il regolare intervallo di luci della fiaccolata di natale, di cui fanno parte. Un lungo serpentone che si dipana lungo una della piste del Tofana, poco sopra Cortina d’Ampezzo, in uno dei cui innumerevoli chalet avevo lasciato Maria-Elena alle prime luci dell’alba per offrirle il mio dono di nozze. E lei per tutto ringraziamento che fa? Si fa trovare tra le braccia di un bellimbusto italiano.
La mia improvvisa apparizione al loro fianco – anche se solo alla loro esclusiva vista - gli fa perdere un po’ del suo abituale aplomb, facendolo sbandare per alcuni metri, cosa che mi consente un’evoluzione circense a dir poco sensazionale. Strappo la fiaccola dalle mani di Maria-Elena, che non smette di dimenarsi e urlare, e contemporaneamente la utilizzo per disarcionare il suo cavaliere, rotolante lungo il pendio come una valanga di fuoco. Il serpentone si sfilaccia e si scompone per non essere travolto, mentre una decina di eroici soccorritori si mette al suo inseguimento e non riesce a spiegarsi perché il fuoco non si stia estinguendo a contatto con la neve. Quando lo raggiungerà, parecchi metri più a valle, di lui sarà rimasto solo un ammasso di carne e abiti, bruciaticcio e rantolante.
Io, nel frattempo, riafferro la mia donna continuando insieme a lei uno spericolatissimo fuori pista, seguito a stretto giro di vite da un altro gruppetto di buona volontà, che vede Maria-Elena sfrecciare nella notte attraverso la vegetazione sempre più fitta verso un profondo baratro.
Quando lei finalmente capisce di trovarsi tra le mie salde braccia, acquieta un poco il suo terrore e fa in tempo a comunicarmi mentalmente: - Mi hai fatto prendere un bello spavento! Perché non ci fermiamo un attimo, così mi racconti com’è andata?
Ma siamo ormai giunti alla fine della nostra folle corsa, urlandole di rimando “Divinamente!”, poco prima di lasciarla precipitare giù per quei trentadue metri e cinquantasette centimetri che ci separano dal primo strapiombo verso valle. Alcuni secondi e arrivano alle mie spalle gli echi di “poveretta, così giovane e bella” , ancora pieni di stupore per la stranezza a cui hanno assistito: una principiante assoluta che, anziché ruzzolare poco lontano dalla pista, rimane in equilibrio sugli sci, schivando gli alberi al suo passaggio e prendendo sempre più velocità fino a rovinare dalla scarpata. Il tutto collegato all’incidente contemporaneamente occorso al suo istruttore avrebbe fornito non poco materiale agli inquirenti e pettegoli della zona. Senza contare il mancato ritrovamento del corpo della donna, nonostante le accurate ricerche dei giorni successivi.
Perché cosa credevate? Che fosse morta sul serio? Una cosa che devo riconoscerGli è che Lui è sempre di parola e, se promette che eterna giovinezza fiat, eterna giovinezza fuit.

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mercoledì 25 agosto 2010

Che minchione le formiche! - IV - 2p

 [continua dal post precedente]

- Basta così, non aggiungere altro. – ha improvvisamente cambiato tono e atteggiamento: brusco e risentito – Avrai quanto promesso. La donna vivrà col suo aspetto attuale fino alla fine della Terra… del sistema solare, se preferisci, dell’intero universo. È tutto?
- E dai, non fare così. Forse sei insoddisfatto perché è stato un regalo a scatola aperta, su richiesta. Pensavi che ti sarebbe piaciuto di più e, invece, mancava un po’ di mistero, di inatteso. In un certo senso ti capisco, ma non è facile dopo tutti questi miliardi di anni, ritrovare l’emozione delle origini, una frase non detta, un’azione non compiuta, un romanzo che sappia ancora stupirti.
- Già. – è ritornato a essere Sua Maestà la Tristezza.
- Ma sono sicuro che hai in Te le risorse necessarie per entusiasmarti ancora, delle piccole cose, un pulsar, uno scontro subatomico, esplosioni o implosioni stellari, la coda di una cometa, il viaggio spaziale di un bagliore…
- Sì, sì, tutto chiaro, ma non perdere altro tempo con me, so benissimo che non è qui che vorresti essere.
- Grazie per la comprensione, ma ci sarebbe un’altra questioncella da sistemare…
- La tua lungimiranza. Non l’ho dimenticato. La riavrai prestissimo, insieme alla mia sorpresa per te.
- Oh, beh, in questo caso – è riuscito nuovamente a spiazzarmi e mi sento tremendamente in colpa; Lui pensa ad architettarmi idee-regalo, mentre io mi preoccupo solo del mio tornaconto -, resterò in trepida attesa e… fai pure con comodo. A presto, allora, non vedo l’ora di sapere di che si tratta…
- Sì.
- Se comunque hai bisogno sono sempre a Tua completa disposizione…
- Inteso.
- Niente complimenti, sono o no la Tua prima creatura?
- Indubbio.
- Arrivederci e grazie ancora…
- Ora è proprio tempo che tu vada.

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domenica 22 agosto 2010

Che minchione le formiche! - IV - 1p

[continua dal post precedente]

Capitolo IV

La gloria di Colui che tutto move mi trae a Sé come le labbra fameliche risucchiano uno spaghetto, come il bocchettone di un aspiratore la polvere, come lo scarico del wc l’ultimo persistente galleggiante organico, come un formichiere le formiche, come un lattonzolo il latte, come i francesi le escargot, come la narice il muco che cola, finché vedo nuovamente cose che ridire né sa né vuol chi di là su discende.
Guardarlo è già penoso, ma guardarlo nel più assoluto silenzio, in un’atmosfera carica di non so che attesa, è addirittura insopportabile: - Allora, ti è piaciuta la sonata questa volta? – gli chiedo un po’ spazientito.
- Beh… sì, non male. – mugugna, mentre putridi liquami gli colano sulle guance.
- Dopo tutto questo sbattermi, senza i miei poteri, imprigionato nel fetido corpo di uno zoppo, costretto a umiliarmi contro un avversario decisamente sottodimensionato per me, senza parlare di quest’obiettivo privo di valore, “non male” è tutto quello che sai dirmi? Francamente mi sarei aspettato un po’ più di gratitudine. Considerato quel poco che c’era da giudicare, dovevi apprezzare il tempismo perfetto, quasi allo scoccare di mezzanotte, l’epilogo commovente con la dipartita del protagonista, gli stacchetti surreali ad arricchire una quotidianità altrimenti noiosa, la vena di ironia dei miei punti di vista, quel tocco di pastiche talvolta accennato talaltra sfacciatamente ostentato e infine il suggerimento di colore locale. Senza peccare di immodestia, lo definirei invece proprio un regalo perfetto. E poi non l’avevi chiesto tu stesso questo concertino da camera? “Una cosa raccolta, più intima” dicevi “sei troppo abituato ai fragori di grancasse… devi prendere esempio dagli angeli…”

- Ma sì, forse hai ragione tu. Sono diventato troppo esigente. Bisogna godere di quel poco che si ha. Magari, però, l’anno prossimo riorganizziamo una bella partita angeli contro diavolo come quella d’esordio, eh, che ne dici? – ha l’aria affranta e nostalgica di chi sa che non verrà esaudito e sembra un vecchio alla sua festa di pensionamento nel dire arrivederci ai colleghi ventenni.

- Quello che vuoi Tu, come sempre. – gli rispondo condiscendente – Ogni tuo desiderio è sempre stato un ordine e sempre lo sarà… Papino! Lo sai che ti vogliamo tutti un gran bene.
- Sei sincero, vero, Belfagor? – ancora quell’aria da cane bastonato; cosa avrà mai in mente? – Perché sai si fanno tanti sacrifici per i figli, li si vede crescere, maturare, si è dato tutto per loro, per averne in cambio solo un po’ d’affetto. – ma di che diamine farfuglia? – Certo di errori ne ho commessi, non dico di no, ma sempre in buona fede… per inesperienza talvolta. Anche a te è capitato, non credi, figliolo?
- Certamente, Papino, tutti sbagliamo! – continuo a tenere il suo gioco, anche se confesso di sentirmi completamente confuso – Ma perché ti vengono questi dubbi? Il mio amore è sempre stato proporzionato alla Tua grandezza. – o forse ho capito dove vuole andare a parare – Senti, comunque, non vorrei sembrarti precipitoso, ma il premio per la nostra scommessa? Non è tanto per me, non devo dimostrare a nessuno di aver vinto: io lo so e Tu lo sai e tanto mi basta. Però, sai, una promessa fatta… ne va del mio onore e di conseguenza del Tuo! E quella cara ragazza che mi aspetta a braccia aperte potrebbe risentirsene…

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giovedì 19 agosto 2010

Che minchione le formiche! - III - 36p (dove si scopre che fine fa Savvo)

[continua dal post precedente]

Le forze dell’ordine appena entrate, precedute da un faro da cinquemila watt, vedono la seguente scena: quattro corpi distesi a terra, uno dei quali con la giugulare ancora gorgogliante di sangue, due ragazzoni con armi ai loro piedi che si proteggono il viso dalla luce accecante, un uomo brizzolato seduto a terra sembrerebbe a sostegno di un ragazzino dall’aria terrorizzata con una mano intrisa di rosso stretta all’addome.
- Gli hanno sparato, quei bastardi, gli hanno sparato... – si difende un Agatino pronto anche alla sceneggiata delle lacrime – per questo mi sono difeso… era una trappola, dovevo incontrarmi con certi amici e invece ’sta banda di drogati – e sta pensando Hanno avuto quel che si meritavano ’sti connuti e sbiri, perché infiltrati degli sbiri devono essere, sennunca chi c’ha addenunziato? L’avevo detto io che dovevano essere dei mali cristiani per scegliere il ventiquattro sera! - ha cominciato a sparare… volevamo comprare solo qualche tricchi-tracchi per stasera… - piange – il picciriddo, hanno ammazzato il picciriddo!
Mentre i gemelli giganti gli reggono il gioco e la polizia li mette agli arresti, constata i decessi e telefona a un’ambulanza, io ho il tempo di comparire nella mente di Savvo morente.
Scelgo l’aspetto di un vecchio canuto e dalla folta barba, con uno sguardo profondo che annuncia saggezza e comprensione, vestito di un lungo saio candido con tanto di bastone nodoso da pellegrino.
- E tu chi sei? – chiede il ragazzo con un fil di voce, mentre tutt’attorno si sta svolgendo la scenetta parallela di un agente di polizia sulla quarantina che gli si china a fianco e gli risponde Un poliziotto, Rosario mi chiamo… mio Dio! Devi avere l’età di mio figlio. Come sei finito qua dentro?
- Qualcuno mandato dal Padre Eterno, figliolo. – gli dico io e lui abbozza un sorriso.
- Allora aveva ragione don Basilio a dire che Dio ci ama. Sei qui per salvarmi? – Mi senti? Capisci cosa ti sto dicendo? Quanto ci mette quest’ambulanza? Il ragazzo ha le allucinazioni!
- Purtroppo per te non è in mio potere e, per dirla tutta, non ci penso per niente. In realtà, ho scommesso con Lui che ti avrei traviato conducendoti per le vie del male. Certo, non era necessario mandarti all’altro mondo – se pure esistesse -, ma i tuoi amici hanno voluto esagerare…
- Hai detto che hai scommesso con Dio? Forse volevi dire con il diavolo? – Di che parli, ragazzo? Guardami, mi vedi? Ti stanno per portare in ospedale e ti daranno le cure che ti servono, mi senti?
- No, proprio con Dio… ormai a te posso dirlo, tanto il nostro segreto lo porterai con te nella tomba. Ci teneva che scegliessi te, non so ancora spiegarmi il perché, tranne per il fatto che l’angelo Oreste, cioè don Basilio, ti aveva preso in simpatia… ma sai, tra me e Oreste, modestamente, non c’è storia, io sono di un altro livello…
Ma Savvo non mi segue già più, contrae l’addome per il dolore, tossisce sangue, spalanca gli occhi dalla disperazione un’ultima volta per poi gorgogliare: - Che connuto! – quindi muore, quando mancano dieci minuti alla mezzanotte.

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martedì 17 agosto 2010

Intervista su "La Sicilia"



Articolo del 12 agosto 2010 a firma di Cinzia Zerbini, pubblicato nell'inserto settimanale Vivere de La Sicilia.

lunedì 16 agosto 2010

Che minchione le formiche! - III - 35p

[continua dal post precedente]

Con o senza la lungimiranza, questo è ciò che sentirò dalle emittenti locali nel giorno di natale. Sarebbe impensabile, infatti, una confessione simile: - Eravamo totalmente all’oscuro dello scambio di questa grossa partita di droga e solo una soffiata anonima ci ha consentito di assicurare alla giustizia i colpevoli.
Ma è proprio questo il motivo per cui, dopo un’intera giornata di appostamenti, dieci volanti della polizia si trovano in questo momento intorno al container n. 56 nel molo Crispi, mentre altre dieci stanno bloccando l’accesso al braccio e il comandante Mancuso, megafono in mano, intabarrato in un giubbotto antiproiettile, sta urlando da dietro una delle auto che questa è la polizia, che loro sono circondati e di uscire con le mani ben in vista. E la telefonata anonima, naturalmente, l’ho fatta io per concludere in bellezza la giornata, con la certezza che in un carcere minorile il nostro caro Savvo potrà sedimentare il giusto e imperituro spirito di ribellione nei confronti delle autorità.
Nel frattempo solo un piccolo passo indietro…
H 23:19. Una Fiat Punto bianca, guidata da Totò Guarnera con il gemello Giacomo a fianco, Agatino e Savvo restanti passeggeri, svolta a destra dagli Archi della Marina ed entra al porto. Si accosta appena ad una Peugeot 106 verde. Un piccolo cenno del capo tra gli autisti e poi ripartono entrambe lentamente, costeggiando a ovest il Molo Vecchio.
Dalla Peugeot escono fuori quattro giovani tra i ventidue e i ventotto anni, tra il metro e settantuno e il metro e settantasette, tra i sessantasette e i settantadue chili, tra il castano chiaro e il castano scuro, tra la carnagione olivastra meridionale e quella marocchina, tra l’accigliato e l’incazzato, tra Ciro e Kevin, tra la scarcerazione per indulto e quella per mancanza di prove (decesso improvviso di un testimone chiave dell’accusa), tra la boutique trendy di una boy band e la bancarella di un mercato rionale, tra il chilometro uno e il due di Casal di Principe. Salutano la squadra ospitante, lanciando, ciascuno al proprio turno, uno sguardo di disappunto sul piccerillo, poi Ciro fa strada dentro il container. È rosso come il mio maglione e come il vestito di Babbo Natale, viene da pensare per un attimo a Savvo, segno di buon augurio.
All’interno solo la luce fioca delle lampadine tascabili di Totò e Giacomo ed enormi cataste di scatole di legno, piene di tavolette di cioccolata, per sviare l’olfatto dei cani antidroga. I Napoletani ne scelgono una, apparentemente, a caso e la aprono con un piede di porco, dopo averla sistemata nell’unico spazio vuoto disponibile. Agatino vi appoggia la sua ventiquattrore, doppio click di apertura, una superficie vetrosa, un cucchiaino da profumiere, una cannuccia d’acciaio e un piccolo tagliacarte. Prende un panetto con la delicatezza di un orefice, trattenendo il respiro, ne estrae una modesta quantità di polvere, che deposita sul vetro e poi distende in una stretta striscia da cinque centimetri. Ne inala metà con una narice, terminando il lavoro con l’altra, quindi si inumidisce il polpastrello del medio e lo intinge nel sacchetto aperto. Spinge poi il tutto sulla gengiva superiore come con un dentifricio speciale e degusta con sapienti movimenti del buccinatore.
Ed è a questo punto che la voce di Mancuso rompe l’incanto: - POLIZIA, SIETE CIRCONDATI, USCITE FUORI CON LE MANI BEN IN VISTA!
Mentre i Napoletani e i gemelloni iniziano ad agitarsi in modo inconcludente e Savvo a snocciolare un lamentoso avemaria, Agatino mantiene tutto il suo sangue freddo. Chiude la valigetta, dopo avervi riposto gli attrezzi del mestiere, la prende quasi al ralenti con la sinistra, sviando lo sguardo su quanto sta rapidamente afferrando con la destra. Ciro e Filippo rimangono folgorati sul posto dai due secchi STUM STUM del suo silenziatore, dando comunque il tempo a Kevin e Giusé di rispondere al fuoco incrociato di Totò, Giacomo e Agatino. Quest’ultimo viene ferito a una gamba, ma fa comunque in tempo a proteggersi da un ulteriore proiettile ad altezza certamente letale, ponendosi dietro un ostacolo di fortuna. L’ostacolo di fortuna – rispondente al nome di Salvo La Rosa – si accascia colto da tremiti.

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sabato 14 agosto 2010

Che minchione le formiche! - III - 34p

[continua dal post precedente]

- Nz nz nz nznnnznzn. – pronuncia finalmente don Cammelo dopo essersi passata una delle zampette superiori sulle antenne, mentre le due medie si distendono sullo schienale del divano e quelle inferiori rimangono sospese alla seduta in maniera un po’ infantile con l’addome e il lungo pungiglione oscenamente a vista - Nz nz nz nznnnznzn. – continua a ripetere, guardandomi con quei suoi enormi occhi neri, le mandibole ormai stanche della lunga quiescenza.
Poi, finalmente, muove di scatto le sue sei estremità, si dirige alla montagnola di cibo accumulata per l’inverno e ne stacca un grosso pezzo, già compattato dalle sue secrezioni, voluminoso più del suo corpo, iniziando a trascinarlo fuori. Con fatica, ma assoluta dedizione alla causa, lo vedo raggiungere la tana di Santapietraepaola, dove finalmente molla la presa del suo dono e struscia le antenne contro quelle del suo ospite, di mole e costituzione più robuste, ma pur sempre della famiglia delle formicidae. In particolare le formicidae lycantropae et venatrices.
- Nz nz nz nznnnznzn. – mugugna anche Santapietraepaola, forse ringraziando, per poi reiterare - Nz nz nz nznnnznzn.
Don Cammelo lo sta a sentire con molto interesse. Forse gli starà parlando di cavalli abbattuti, di vacche macellate, di porci sgozzati o di formiche calpestate (e della loro minchionaggine). Tutto questo finché la formica più grande non lascia la più piccola per mettersi in marcia a sua volta, con un carico ancora maggiore del precedente. E sali, scendi, attraversa valli, aggira montagne, arriva al formicaio maggiore retto da un triunvirato di formiche giganti.
TRIUNVIRATO: - Nz nz nz nznnnznzn. – dice quasi in coro con aria benevola e condiscendente, alzando le zampette superiori a mo’ di benedizione.
SANTAPIETRAEPAOLA: - Nz nz nz nznnnznzn. – risponde nell’atto di abbassare le antenne e spingere verso i tre il cumulo trasportato.
TRIUN.: - Nz nz nz nznnnznzn. – assaggia il dono voracemente, poi con espressione soddisfatta si volge come una sola formica verso l’ospite agitando le antenne sopra la sua testa - Nz nz nz nznnnznzn, nz nz nz nznnnznzn… - e inizia a raccontare di formiche nane che si sentivano giganti e di come in uno scontro frontale di loro siano rimasti solo pochi brandelli sparsi di carne.
SANT.: - Nz nz nz nznnnznzn. – agita le tre parti del corpo in una risata scomposta e i tre fanno altrettanto.
Nello stesso istante il Grandsupermegadirettordottor-professorpresidente della Exxonmobilbritishpetroleum-chevrontexacoroyaldutchshell esce sulla terrazza del suo attico al quattrocentesimo piano e, sporgendosi a osservare il mondo al di sotto, pensa: - Nz nz nz nznnnznzn. – ovvero “sembra proprio un brulichio di formiche” e sorride muovendo le ganasce mandibolari - Nz nz nz nznnnznzn. – “proprio tante stupide formiche”.
Sono le 23:30 di una meravigliosa vigilia della mia apoteosi e ormai da tre ore il corpo di Cosentino Giuseppe, che domattina sarà innalzato agli onori della cronaca con il suo soprannome di Sciancato, affiliato del clan Laudani, giace nella sua abitazione al nono piano nel quartiere … del capoluogo etneo.
Questa sarebbe almeno la versione fornita dalla vedova e corroborata da alcuni conoscenti che l’avrebbero visto rincasare intorno alle 20:00. Un primo sopralluogo del RIS certificherebbe invece un avanzato stato di decomposizione, tale da far risalire la morte ad almeno due giorni prima. All’apparenza, non è stato riscontrato nessun segno di violenza subita, ma si attende il referto dell’autopsia per escludere l’ingestione di droghe o veleni. Viene naturalmente vagliata l’ipotesi di un regolamento di conti da parte dei Casalesi per disaccordi nei reciproci rapporti del commercio di cocaina che sarebbe culminata in una probabile azione sanguinosa, qualora non fosse stata abilmente sventata da una retata della polizia. Il Questore di Catania attribuisce il merito di quest’operazione a lunghi mesi di pedinamenti e intercettazioni ambientali.

... continua

mercoledì 11 agosto 2010

Intervista alla sottoscritta su "La Sicilia"

Il condizionale è d'obbligo, ma è prevista l'uscita di una mia intervista su "La Sicilia", nell'inserto settimanale "Vivere", di domani giovedì 12 agosto... e per gli internauti su La Sicilia on line + o - alla pagina 90!

martedì 10 agosto 2010

Che minchione le formiche! - III - 33p

[continua dal post precedente]

Comunque, è ingiusto lagnarsi dell’incapacità dell’avversario, anche se un po’ di mordente in più nella competizione non guasterebbe di certo. Chiusa parentesi. Comincio a sentire la voce di Carmelo Laudani, detto don Cammelo, impegnato in bestemmie alquanto complesse. Gioca a golf come un Senegalese scia e, a quanto pare, la pallina deve essergli finita nel bunker da cui non vuol proprio sentirne di uscire.
- Pippuzzo! – mi urla da lontano, senza smetterla di impugnare il sand wedge come un randello e rivolgermi più di uno sguardo – Tutta colpa di quella cosa fitusa del mio avvocato. Deve provarlo don Cammelo mi aveva detto è il gioco scacciapenzieri più meglio che c’è. ’Sto gran bastardone! “Scacciabadde” doveva dire ’sto pezzo di puppo che non è altro. Uno di questi giorni lo faccio diventare un bello giardino di aranci. – e nel dirlo tira una bordata che solleva tanta sabbia da arrivargli pure in faccia, ma al contempo infossando maggiormente la pallina; don Cammelo prima solleva gli occhi truce a scoprire un qualche accenno di riso nei volti degli astanti, poi non trovandone sfoga la sua rabbia sul bastone, con colpi vigorosi a terra che non sortiscono alcun effetto essendo lo strumento di metallo – ’Sta minchia di coso! – quindi mi prende sottobraccio, nonostante siamo della stessa altezza – Vieni, entriamo dentro che ti offro qualcosa. – ma se ne pente quasi subito, per via dei miei effluvi.
- Mi deve scusare, don Cammelo, è un pobblema di “alitosi”, così mi hanno detto.
L’ingresso è dominato da un’immensa scalinata marmorea con ringhiera dorata, un presepe semovente nella vasta area del sottoscala (dono di amici napoletani, ci tiene a farmi notare), una fontana con tritone, un altare votivo alla madonna del Carmelo (davanti a cui si segna, da me imitato) e infine un salottino barocco in finto Luigi XIV con camino crepitante e annesso angolo bar.
Versa due brandy, me ne porge uno e si siede, aspettando che io faccia altrettanto: - Deve essere di stomaco. – mi dice riferendosi alla puzza che emano – Anch’io ci soffro: un po’ di ulcera. Non dovrei berci sopra, ma è natale e di qualcosa si deve pur morire.
- Più che giusto. – anche se tu morirai di piombo, caro Laudani. – Sono venuto a portarci i miei rispetti – gli consegno il pacchetto con la percentuale trimestrale pattuita – e a farci tanti auguri a lei e famiglia anche da tutti gli amici del viale… e del viale…, di buon natale, salute e prosperità. – ringrazia e ricambia – Volevo anche dirci che sono davvero onorato della sua fiducia per la partita di stasera…
- Sghezzi? Sei il meglio.
- Troppo buono… e che ci sto facendo andare macari il grande di Nunzio La Rosa, giusto per farsi le ossa, se a lei non ci dispiace.
- No, ianzi portamelo la prossima volta che vieni. È importante avere nuovi puledri in scuderia. – le corse clandestine di cavalli con i calessi (a questo proposito lascio aperto un quesito: non trattandosi di cani, galli né tanto meno di pulci, sarà forse per i nugoli di polvere sollevati dagli zoccoli che delle gare equine continuano a essere segrete?) sono rimaste la sua unica passione e saranno pure la tomba di questo idiota… tanto di scorta ovunque e poi sbraita e si sbraccia in mezzo a centinaia di persone – Uno si è azzoppato l’altro giorno e un altro l’abbiamo dovuto abbattere. Vedi – sta per stillare una perla di saggezza -, i giovani sono pieni di energia, ma hanno le gambe fragili e come niente fanno un passo falso. Li abbiamo appena ferrati – gli piace proprio questa metafora – che già pensano di essere i nostri stalloni da monta. Ci vuole altro, Pippo, noi lo sappiamo!
Come no? Hai capito, Savvo? Non basta la pistola per essere qualcuno; devi controllare almeno una parte di Catania grossa come…, altrimenti sei sempre una formica.

... continua

domenica 8 agosto 2010

Che minchione le formiche! - III - 32p

[continua dal post precedente]

Il quartiere di… è ormai alle mie spalle e dopo una rapida occhiata all’Etna innevato, reso rossastro dal tramonto incombente, mi preparo a suonare al videocitofono. Per l’occasione il povero Cosentino e il suo alluce valgo hanno dovuto sopportare la tortura di un paio di scarpe di cuoio, che si abbinano al completo marrone assai meglio delle solite ciabatte da mare. Nell’insieme resta, in ogni caso, un bel colpo per il mio amor proprio, con quel passo strascicato e il suo portamento da contadino agghindato per la festa col pacchetto regalo sotto braccio. Nessun nome all’esterno solo una muraglia pachidermica di oltre sei metri in spessa pietra lavica, una cancellata automatica in ferro blindato e una serie (almeno quattro visibili da qui) di sospettose telecamere, che si chinano a darmi il benvenuto. Quindi, senza che né io né la servitù abbia proferito una sola parola, il portone si apre su un vialetto di ghiaia delimitato da alti salici, oltre i quali si estende un prato all’inglese punteggiato da bucoliche aiuole fiorite. Dietro il vialetto? Ma naturalmente la villa: in stile imperial americano, che imita il neoclassico di fine ottocento, che richiama il neoclassico settecentesco, che cita il rinascimento, tutta in pietra marmorea bianca con tanto di scalinata doppia, colonnato, frontone e statuarie figure femminili, pessime copie della Venere di Milo. Parzialmente coperti dalle fronzute chiome arboree intravedo anche due M.I.B. (Men In Black) forniti di auricolare che si perde in un voluminoso giubbotto di pelle.
Proprio come nei film holliwoodiani di serie B mi fanno cenno di fermarmi e poi laconico, uno dei due (se aggiungessi il particolare della sua altezza, proporzione gambe e peso, cambierebbe qualcosa?): - Isa i bracci e allarga i cosci. – per fortuna, sospiro di sollievo, temevo di sentirgli pronunciare con marcato accento del Missouri hands up, brother.
- Il cadeau lo regge il tuo amico o lo tengo su io? – avrei voglia di chiedergli mentre gli carbonizzo gli occhiali da sole con le pupille infuocate, ma invece mi limito a eseguire l’ordine, scegliendo la seconda opzione e aspettando in questa posa da imbecille che mi abbiano frugato coscienziosamente dappertutto.
Poi, finalmente, mi dà il nulla osta per l’espletamento della pratica e, come tutti i burocrati, una minuziosa descrizione del resto dell’iter: - Di là. – indicandomi vagamente il retro della villa.
Altre graziose allée in pietra, in mezzo al prato, molto probabilmente a tracciare anche un percorso alternativo carreggiabile per il proprietario, quindi i box, da cui intravedo due Alfa nere gemelle (soprattutto nella targa, per il depistaggio non tanto della polizia, quanto di alcune famiglie un po’ meno amichevoli della “mia”), ciascuna con quattro uomini di scorta, che in questo momento, fingendo di lucidare l’auto, mi squadrano al passaggio. Aperta parentesi: altro che a) uccisioni di giudici e/o poliziotti dovrebbero far vedere i vari Oreste ai ragazzini per dissuaderli dall’affiliazione o b) massacri efferati tra clan rivali e neppure c) la morte di loro coetanei. Tutto questo, al contrario tende ad essere valutato: a) come un elemento positivo (ci sta bene a quei figli di sucaminchi che hanno incarcerato mio patri!); b) un gioco splatter molto adulto, atto a sfogare i primi bollori dell’età ingrata (bellissimo, ’mpare, l’hai vista come gli è scoppiata la testa? Pure i cirivedda dappertutto); c) un evento molto epico, primo passo per la trasformazione in eroe, che fa di loro dei giovani soldati di grande coraggio (Iano, lui sì, c’ha avuto le badde… e talía le femmine come piangono). Se proprio un lavoro educativo si deve fare, che allora lo si faccia per bene, Santo Lui! La cosa che più di tutte mi manda in bestia è la mancanza di professionalità! Quando mi hanno chiesto di traviare un buon cristiano (ad esempio, com’era Martin Lutero nelle sue intenzioni originarie), non sono andato mica a sbandierargli “ehi, sono il demonio e sto tentando di portarti a tutti costi dalla mia parte” (anzi in quel caso, mi limitai a fargli notare come i contadini non avessero ben compreso il suo messaggio e avessero deciso di tralignare assaltando i granai dei propri signori; Lutero pieno di sacro furore rispose: “Siano maledetti! Come hanno osato?” e poi chinando il capo “Riportateli alla ragione.” Insinuai titubante: “Ma non ci sarà modo di placare la loro violenza.” E lui: “Dio, ve ne darà la forza.” “E se dovessero continuare a urlare e saccheggiare?” “Allora, avranno ciò che meritano!”)? Fate, invece, un documentario che mostra un boss seguito a vista da qualche scagnozzo fin nella camera da letto, con i quaranta gradi estivi costretto a uscire con il pesantissimo giubbotto antiproiettile, forzato a mettere il becco fuori casa sempre e solo sotto scorta dentro auto blindate (quindi niente passeggiate romantiche al chiar di luna con amanti o fidanzatine, né scorrazzamenti in moto) con mille logoranti sotterfugi, tra cui quello di far partire in contemporanea due macchine identiche. Niente telefonate libere con i cellulari, per non essere intercettati, ma il ritorno allo scambio di messaggini cartacei come nell’ottocento; niente pizzerie o incontri in discoteca; spesso niente ville (lasciate abbandonate o in godimento a parenti) per andarsi a rifugiare in catapecchie fuori dal mondo o in cantine, come i topi. Per non parlare delle ulcere perforanti dovute allo stress gestionale di un vasto patrimonio.

... continua

venerdì 6 agosto 2010

Che minchione le formiche! - III - 31p... e qui si scopre il perché del titolo!

[continua dal post precedente]

Tutti annuiscono fingendo di sapere quali compiti improrogabili lo aspettino da quel momento e, nel frattempo, Savvo comincia a giocherellare con un nido di formiche ai suoi piedi.
Con il rametto prima devia il percorso lineare che le spinge indefesse verso chissà quale meta, poi ne annienta una buona quarantina spazzando bruscamente il terreno vicino alla loro tana, quindi, abbandonato quello strumento di distruzione di massa, ostruisce il loro ingresso con pietruzze non più grandi di un’unghia. Per un attimo tutti si dimenticano della pistola, della carriera per affiliarsi, delle conquiste sessuali, della lotta per la supremazia, delle difficoltà economiche, dello squallore della festa incombente, della mancanza di affetto nella propria esistenza e cominciano a fare a gara per chi avrà schiacciato più insetti. Si dimenano come forsennati spintonandosi a vicenda per mettere la punta del piede più rasente possibile al formicaio. Cadono a terra, si azzuffano ridendo scompostamente e lanciandosi addosso terra mista a formiche. Quando finalmente Savvo si rimette in piedi, si spolvera un po’ i vestiti e lancia un’ultima occhiata a ciò che rimane del nido: nessun buco nella terra spianata, qualche insetto che rantola prima di soccombere e pochi altri che girano smarriti attorno alla zona del disastro.
- Che minchione le formiche! Faticano come turchi per buscarsi il pane e poi arriva uno e le ammazza tutte in un minuto.
- È che non si sanno difendere. – aggiunge Macco saggiamente.
- Ma allora che campi a fare? – rincara Savvo che pare avere riflettuto a lungo sul senso della vita.
Nino pare sfoderare l’ovvio: - Uno campa per avere una casa, una mogliera, dei figli…
- Una bella machina… - continua Iancelo.
- E quando sei vecchio tanti nipoti. – lo interrompe Iaffio.
E Savvo: - Sì, ’mpare, ma se non ti fai rispettare, finisce che ti prendono per minchione, vero LICANTRO? – lo chiama in causa perché si aspetta il solito grugnito che sancirà la conclusione della loro conversazione e la sua vittoria schiacciante.
Con pieno stupore degli astanti (compreso il mio), invece quello risponde: - Io penzo che uno campa per campare.
Ora, non so se voi abbiate ancora intenzione di sentire il resto della discussione escatologica, ma per quanto mi concerne io preferisco togliermi la microricevente dall’orecchio e rimanere in religioso e contemplativo silenzio a riflettere sulla profondità di queste ultime parole.
Uno campa per campare. Essenziale, ma vero: nascere, crescere, riprodursi e morire. I mortali (come anche gli angeli e forse io stesso) vivono per vivere ed, eventualmente, per essere trastullo di Sua Eternità. Ma, invece, qual è il Suo scopo? Lui, perché esiste? E soprattutto come? Cercherò di spiegarmi meglio: come si può concepire un punto zero senza pensare al meno uno? Perché gli uomini si sono sempre posti il perché e come della propria esistenza, trovandone una giustificazione in un Dio e dando sempre per plausibile la Sua essenza? Non si sono resi conto che segnare un inizio implica al contempo il concetto di finitezza? Esemplifico nel seguente grafico:

       -1=?                     0= Dio           +1=creazione
←………………….………….-------------------------→

Tutto questo, Sua Eternità, lo dicevo naturalmente così per dire, mica per mettere in dubbio la Tua infinita magnificenza, munificenza, lungimiranza, chiaroveggenza, magniloquenza e grandiloquenza, rifulgenza, risplendenza, supponenza, pregnanza, scienza e prescienza, coscienza, conoscenza, arroganza, esistenza, coesistenza e preesistenza, baldanza, insistenza, tolleranza e intolleranza, possanza e onnipossanza, potenza e onnipotenza, iridescenza, oltranza, pertinenza e impertinenza, decenza e indecenza, beneficenza, compiacenza e infine eccellenza.
Comunque sia, lascio Savvo a disquisire sulla detenzione del potere che sembra essergli derivato dalla detenzione di un’arma per recarmi alla mia ultima visita di natale.

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mercoledì 4 agosto 2010

Che minchione le formiche! - III - 30p

[continua dal post precedente]

Atto III - 24 Dicembre: ... casca la terra...

-1 (in Sicilia, periferia di Catania)

È tutto pronto. Qualche telefonata e il mio cuore si libra leggero verso un radioso futuro. Poche ore ancora e bye bye, Cosentino! È stato bello conoscersi così intimamente, ma, anche se dirsi addio non è facile, è ormai necessario lasciarsi. Si sa che partire è un po’ morire e, nel tuo caso, caro Sciancato, sarà quanto mai vero. C’est la vie, che vuoi farci, oggi a te, domani a un altro. Tuttavia, non è ancora tempo di perdersi in sdolcinate malinconie. Il sole sta toccando il suo zenit e bisogna controllare che il nostro giovane amico non faccia qualche sciocchezza.
Al momento si è incontrato con la sua piccola banda nelle campagne poco distanti dalla scuola a scambiarsi a loro modo gli auguri di natale. Ho il mio solito binocolo e un ottimo posto d’osservazione dal balcone di casa di Cosentino, però sono molto più rilassato, perché non devo sperare nel passaggio dei suoi fugaci e parsimoniosi pensieri. Infatti, ho escogitato un semplice, ma efficace sistema di controllo a distanza, degno del miglior 007. Ho piazzato una microspia all’interno della Beretta, con la certezza che non se ne sarebbe separato nemmeno per andare a pisciare… e così è stato. Ora, qualche lettore, sentendosi molto acuto, penserà: “Meglio tardi che mai, ma poteva usarlo prima questo sistema!” E invece no, che non potevo, dato che la pistola doveva sembrare una sorta di investitura per merito e che il ragazzo è così pulito da cambiare abbigliamento (comprese le scarpe) anche più volte al giorno.
Iancelo tenendo in mano un rametto traccia distrattamente dei segni per terra: - Ho visto tua soru ’sta matina. - rivolto a Savvo – Che c’aveva? Pareva ’na pazza e quando le ho detto che c’hai è scoppiata a ridere e mi ha detto non m’alliccare come un cane e poi è scappata via.
Risposta di Savvo: - Mmm. – rimanendo a fissare qualcosa ai suoi piedi.
Il taurino Iaffio: - Le spariamo un po’ di bombe a menzannotte?
Ci sono cori d’entusiasmo, tranne Macco che guardingo aspetta il parere del capo.
- Non lo so se ci sono. – mugugna Savvo dopo un po’.
- E che, sei rimasto incastrato in qualche parente? – Iancelo ridacchia e Nino si trattiene a fatica, probabilmente all’idea di Savvo che vestito di tutto punto, con la scriminatura laterale, viene baciato e pizzicato alle guance da qualche vecchia zia baffuta.
L’ilarità non dura che qualche secondo, perché gli arriva tempestivo uno schiaffo di Savvo sulla nuca.
- Bestia! – lo apostrofa poi strappandogli di mano il bastoncino – Per una cosa che devo fare con questo – e con meditato coup de théatre tira fuori la pistola -, ecco perché non so se vengo.
Ora anche Macco che, di solito, non mostra grande entusiasmo, sgrana gli occhi da dietro i suoi occhialetti che gli si appannano per l’agitazione. Nino, dimentico di chi ha appena scavalcato per mettersi in prima fila, si becca un immediato pugno sulla schiena da LICANTRO, accompagnato da un grugnito, mentre un coro gregoriano di “minchia” viene intonato da Iancelo e Iaffio. Savvo con gesto regale lascia passare la reliquia di mano in mano, godendosi compiaciuto i commenti carichi di invidia e di ammirazione. Quando la pistola ritorna da lui, è come se quest’ultimo avesse subito un processo accelerato di beatificazione per cui tutti coloro che lo attorniano non osano più accostarglisi e sembrano rivolgergli attenzioni piene di rispetto.
Dopo alcuni minuti di silenzio, quando ormai l’oggetto dei desideri è ritornato dietro la schiena di Savvo, Macco pone la domanda delle domande: - E ora ci torni a scuola?
- Non penzo… che ci vengo a fare? – come a dire “un lavoro ormai ce l’ho” – E poi lo Sciancato c’ha bisogno macari di matina.

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martedì 3 agosto 2010

Che minchione le formiche! - III - 29p

[continua dal post precedente]
Intermezzo: -1 (notte)

Oh, silenziosa vergine, cosa mai penserai dei due esseri che si rotolano sul tuo candido suolo cercando di consumare il sacro fuoco che li arde, di noi lubrici che assaggiamo la prima promessa dei piaceri futuri, mentre un silenzio immortale percorre queste lande solinghe?
Ma tu, muta, non proferisci verbo davanti alla sua mano sottile che con un lembo d’abito si netta il monte di Venere dal falso simulacro della mia virilità, e sempre tu, eterna peregrina, non ti curi dei nostri immobili sguardi verso la sua sfera natia, verso colei che ti fece schiava del suo lento andare, oh Luna!
Per il nostro viaggio di nozze non potevo di certo proporre a Maria-Elena le isole Phi Phi, che, a parte costituire per lei un malinconico ritorno a casa, non sarebbero state una meta alla mia altezza. Così, una luna di miele sulla Luna mi è sembrata il regalo più originale che si potesse offrirle in qualche minuto e dal ringraziamento, pocanzi ricevuto, anche molto gradito. Passeggiamo distrattamente nel mare Frigoris per poi cominciare la scalata della vetta più alta delle Alpi lunari – che, data la fantasia dimostrata dagli astronomi nella scelta dei nomi delle catene orografiche, avrebbero potuto chiamare monte Bianco lunare, già che c’erano – e quando la vedo in affanno le faccio sorvolare il pendio fin su in cima.
Da qui le mostro la Terra.
- Sì, Maria-Elena, è proprio bella, intatta come l’imene di una vergine… o quasi… soprattutto da questa distanza… con uno sguardo da poeta e senza soffermarsi sui particolari. Si potrebbe quindi dire come il tuo – imene, non sguardo. Altrimenti se si seziona tutto con occhio clinico e se proprio si vuole essere pessimisti a tutti i costi, qualche difettuccio lo si deve pur notare. Niente e nessuno è perfetto, tranne Lui, s’intende, ed è legge di natura che tutto debba finire per ricominciare sotto altra forma. L’incognita sta nel quando e nel come, anche per questo pianeta, e voi umani – scusa, Maria-Elena, se ti accomuno ancora a questa specie – avete dato una bella accelerata al suo processo di decadimento, quantomeno del suo aspetto esteriore.
Vedi lì proprio sul polo sud quella macchia più scura? È un assottigliamento della stratosfera, più comunemente noto come buco dell’ozono… no, no, nessuna lezione di scienze, non preoccuparti. Era solo per dire che tra meno di un secolo aumenteranno i deserti, si scioglieranno molti ghiacciai, provocando il sollevamento del livello attuale delle acque e la scomparsa di alcune terre emerse, come Manahattan e i Paesi Bassi, per fare solo un esempio, e Parigi si ritroverebbe au bord de la mer. Così i suoi abitanti la smetterebbero di piazzare sabbia e ombrelloni sul lungosenna, che dà tanta tristezza! Anche i bacini di acqua dolce diminuiranno, ma, per la verità, sarà un problema soprattutto africano e mediorientale, dunque, tutto sommato abbastanza trascurabile. Se non si dovessero fare i conti con quegli scellerati che vi nasceranno, perché questi non si accontenteranno di vivacchiare alla meno peggio e di morire di stenti sul loro suolo patrio. Nossignore, ma pretenderanno di cercare altrove una via di salvezza.
Riesci a immaginare un’emigrazione epocale di circa trenta milioni di umani, senza contare gli animali delle altre specie? Io ho assistito durante le grandi glaciazioni a un ingente spostamento di fauna terrestre, ma posso assicurarti che è stato nulla rispetto a ciò che avverrà. Orde umane premeranno alle frontiere degli Stati Uniti d’America e dell’Unione Europea (diventata un organismo politico federale nel 2025 sotto il nome di EFR, European Federal Republic), che innalzeranno enormi muraglie pattugliate ed elettrificate, dopo aver votato di comune accordo il Trattato di Gubbio (nel 2055, in occasione del trentennale dell’EFR), con il quale si legittimerà lo “sparare a vista” nei confronti di coloro che tenteranno di oltrepassare i confini in maniera illegittima.
In contemporanea le risorse petrolifere si staranno per esaurire e le ultime scorte – utilizzate unicamente per la produzione di sostanze plastiche, dato che il fabbisogno energetico sarà soddisfatto dalle numerosissime centrali nucleari - raggiungeranno prezzi esorbitanti. Tutto ciò provocherà il progressivo collasso economico dei paesi produttori di petrolio, la cui disperazione si tramuterà in sete di sangue, a tal punto che gli attentati terroristici di matrice islamica saranno all’ordine del giorno.
Bla-bla-bla-bla, nessuna variazione significativa fino al Tears’ Day, al giorno delle lacrime,come sarà ricordato il 10 giugno 2092, quando alle 04:00, ora di New York, alle 09:00, ora di Parigi, alle 18:00, ora di Tokio, i generatori di energia atomica delle rispettive città saranno sabotati da un gruppo di fanatici della Jihad. Moriranno istantaneamente cinquantadue milioni e trecentosettantatre umani, che saliranno a cinquantatre milioni e ottocentoquarantanove nei primi tre giorni dallo scoppio, raggiungendo i centottantasei milioni e quattrocentoventicinque (escluse le morti comunque causate da altri fattori) entro i primi due anni. All’interno di un raggio di circa cento chilometri dalle aree direttamente toccate dalle radiazioni, sarà distrutta ogni forma vivente, lasciando terreno e acque mortalmente radioattivi per circa tre secoli.
Sarà l’inizio del lento sgretolarsi della civiltà umana. E quando una società è in crisi la storia insegna che solo l’arrivo di una nuova giovane linfa la può rivitalizzare. Così hanno fatto i Romani con i Greci, i Germani con i Romani e, in un certo senso, anche gli USA con la vecchia Europa. Ma, in questo caso, cara Maria-Elena, la catastrofe sarà talmente globale che solo l’arrivo di intelligenze aliene potrebbe servire allo scopo.
E la mente della mia bella ingenuamente mi chiede: - Ne arriveranno?
- Certo che no, sciocchina – le do un buffetto sul mento condiscendente -, dal momento che non ne esistono! È una grave pecca, mi rendo conto, e altrettanto grave mancanza di previdenza su cui Chi so io dovrebbe riflettere.
- Perciò… - pensa lei sconsolata, con quella capacità tutta umana di rattristirsi persino dell’inevitabile.
- Sì, tesoro, stando così le cose, non sarà facile trovare un jet privato o un MacDonald, ma non preoccuparti, non ci sarà da annoiarsi. E perché non cominciare trascorrendo il resto della notte nudi su un soffice tappeto di lana davanti a un camino crepitante di uno chalet alpino? – la sento farmisi sempre più vicina – Appena un giorno ci separa dal mio trionfo e dalla tua eternità.

... continua

lunedì 2 agosto 2010

Che minchione le formiche! - III - 28p

[continua dal post precedente]

- Troppo giusto, davvero, troppo giusto. – gli do una pacca sulla spalla, poi abbracciandoli a uno a uno con il sentito affetto che avrebbe provato Cosentino nei suoi panni.
Uno sfumato sullo sfondo per i ragazzi che si dileguano lascia il posto a un’inquadratura a figura intera (FI) in cui avanzano, a ralenti, altri tre individui. I loro passi dinoccolati somigliano a una danza tribale fiera e marziale con il re in posizione centrale – più anziano, più ricco di un’esperienza che gli solca gli angoli della bocca, la fronte orgogliosa e che gli spolvera le tempie di bianco – e due guerrieri a fargli da possenti ali – speculari, riflesso l’uno della forza dell’altro, la pelle brunita dal sole, appena più grigia sulle guance per un’evidente virilità in ricrescita. L’incedere regale è accompagnato da un sottofondo ossessivo, sospeso, il tutto filtrato da una futuristica patina bluastra, mentre un’irreale luce scaturita dalle fondamenta dona alla scena un ulteriore effetto inquietante. Poi, d’improvviso, si accende un rock sincopato, eroico e si spegne il rallentatore, con un ispessimento trionfale delle tre figure dal piano americano (PA) ad un primissimo (PPP) sul solo volto, per passare ad un dettaglio (Dett.) sui loro sguardi di ghiaccio.
L’acido dei Deep Purple, tuttavia, viene sciolto da un basico marranzano quando i quattro – secondo l’uso degli uomini siciliani parigrado e stretti da legami affettivi – si baciano, stringendosi vicendevolmente le mani destre al petto e con la sinistra avvicinando la nuca dell’altro finché le guance siano a portata di labbra. Inutile sognare Tony Scott, qui al massimo dobbiamo accontentarci di un’atmosfera alla RIS4.
Dopo i saluti, i gemelli Totò e Giacomo Guarnera, due ragazzoni di novanta chili distribuiti per un’altezza di un metro e ottanta, rimangono in assoluto silenzio, anche dopo essere entrati ne “A stanza”, da bravi guardaspalle, lasciando il campo a Filippo Santagati, detto Agatino.
E ci conferma che per i suoi arresti domiciliari, no, non sono decorsi i tempi, ma che tanto i carabinieri non vengono mai dopo le otto di sera, men che meno domani per la vigilia di natale. In ogni caso, al peggio, ha un amico che gli fa uno squillo prima delle loro visitine. Comunque, mi fa notare un po’ stizzito che questi napoletani devono essere proprio dei ragazzi sbandati, senza una famiglia alle spalle, per aver organizzato il ventiquattro notte, che per spiegare a sua moglie che si trattava di affari (e non di quelli di letto) ce n’è voluta. Partecipiamo tutti alle sue risate, pieni di comprensione maschile.
Stanno ancora annuendo alle ultime spiegazioni sui dettagli dell’operazione, quando annuncio che si dovranno portare uno dei miei ragazzi. E prima che possa aver fornito delle spiegazioni efficaci, Agatino è già partito a raffica.
Mi gesticola vistosamente davanti al viso: - No, ma allora se non c’è fiducia, Pippo, possiamo levarci mano. – senza soluzione di continuità – Mandaci i tuoi carusi se la penzi accossì, ché io il mio da fare ce l’ho, che credi? – non riprende fiato, potrebbe essere un campione d’apnea – Però, te lo dico come un frati, piddavero, ti giuro sulla tomba di mia matri – e si bacia l’indice e il medio a formare una croce -, che ci sto rimanendo ’nzalanuto, da te non me l’aspettavo… - finalmente le sue ganasce mollano la presa.
- Se hai finito con ’ste minchiate e mi fai parlare te lo presento accossì capisci. – esco, percorro il corridoio fino alla postazione di Savvo e gli faccio cenno di seguirmi… se mi fossi portato un cane, non avrei trovato risposta più pronta; rientriamo – Questo è Savvo La Rosa.
Lo degna appena di uno sguardo, poi si rivolge a me: - E che mi hai preso per un babbi-sitter? Questo è un picciriddo.
- Non sono più un picciriddo! – interviene il ragazzo con la voce più possente che riesca a tirare fuori – C’ho la pistola e la so anche usare. – e gliela mostra.
- Ah, c’hai la pistola e la sai usare? – gli fa un’eco interrogativa Agatino; poi rapidamente estrae la sua e gliela punta contro – E allora sparami, dai sparami, vediamo chi spara per primo!
Savvo rimane con la Beretta impugnata saldamente a due mani, finché non intervengo con uno schiaffo sulla nuca: - Abbassa ’sto ferro, cretino, che ti sei messo in testa?
Agatino scoppia a ridere: - Però, bello coraggio c’ha avuto!
- E sì, hai visto – sfrutto la breccia -, mica ti dà fastidio. Viene con voi per vedere come si fa, si sta zitto e impara.
Quando lascio Savvo sotto casa sua, dopo tutte le necessarie istruzioni per l’indomani, capisco dai suoi pensieri che non è mai stato tanto felice e che mi vuole bene come a un padre.

... continua