La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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venerdì 30 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 27p

[continua dal post precedente]

Questa, di otto metri per quattro, non è altro che un piccolo parallelepipedo a tetto ribassato inserito nel poligono di tiro, dove non solo le pareti e il tetto, ma anche il pavimento sono insonorizzati e imbottiti, come delle gabbie per matti che dovessero trovare divertente urlare tutto il santo giorno e fracassarsi la testa contro il muro. In realtà, l’uso più proprio de “A stanza”, oltre che per incontri di lavoro animati, è l’apprendistato dei carusi a farsi sparare. Perché, se imparare a puntare una pistola contro qualcuno può diventare routine, altro discorso è vedersela puntare contro. Potrebbero sopraggiungere, infatti, reazioni emotive incontrollabili, crisi di pianto, diuresi, diarrea, asma da panico, convulsioni, tali da rendere inadatto il soggetto a rispondere al fuoco nemico. Così va la vita. Quindi si prendono ragazzi tra gli undici e i quattordici anni, li si imbottisce di giubbotti antiproiettile, cocaina e antidepressivi, li si piazza a un capo della stanza con un tiratore scelto all’altro e gli si svuota contro un intero caricatore. Dopo le prime cadute, lesioni intercostali e scene di puro terrore, i soggetti sottoposti al trattamento sopporteranno con stoica rassegnazione le ecchimosi riportate e nel loro cervello si cancellerà l’equivalenza (che resterà naturalmente pur sempre valida nella realtà) “proiettile contro il tuo torace = morte”.
Ancora inebetito per la Beretta 92S, inaspettato regalo ricevuto prima di entrare nel magazzino, Savvo mi ciondola accanto ripassando mentalmente: - Sicura manuale, grilletto, tamburo, calcio, caricatore, bottone di sgancio caricatore, leva d’arresto otturatore, chiavistello di smontaggio, pulsante chiavistello… - mentre mi avvio verso il gestore del poligono.
Michael Arena, quarantaquattro anni quasi quarantacinque, detto l’Americano perché suo nonno aveva lavorato nel Nu Gersi, nonostante la corporatura tarchiata da mezzadro, con il volto macchiato dal sole e dall’acne giovanile, ha un animo da vero scannatore professionista, tutto casa, lavoro e devotissimo a Sant’Agata. Per quanto ne sapeva Cosentino, l’Americano aveva commissionato appena cinque omicidi, ma ne aveva ammazzati personalmente più di dodici, perché il suo motto è Cu voli va, cu non voli manna (letteralmente “Chi vuole va, chi non vuole manda”). Un tipo in gamba, solo sordo come una campana, a causa del suo lavoro.
- O FRATI! CHE SI DICE?
- E DA QUANDO SIAMO FRATI, SCIANCATO?
- VOLEVO SOLO DIRE CHE POTREMMO ESSERLO…
- NON SO SE TUA MATRI NE SDUVACA SENZA CHE LO SAI, MA DELLA MIA SONO SICURO! – e piega il labbro superiore in una smorfia che accenna un sorriso.
Lo starei già incenerendo, se non fosse per questo Suo ricatto, ma mi rifaccio su Savvo che è scoppiato a ridere, dandogli uno sganassone sulla nuca così forte da fargliela piegare in avanti.
- COMUNQUE, VOLEVO CHE CI IMPARAVI QUATTRO COSE A QUESTO QUI – e indico Savvo, che si ritrae, temendo una recidiva – E A STANZA PE’ ’NTANNICCHIA.
- IL FERRO CE L’HA? – annuisco – ALLORA NON C’È POBBLEMA. MI PAVI QUANDO TE NE VAI.
- STA BENE. – ribatto con l’espressione “c’è bisogno di dirlo?”; mi consegna le chiavi e lo vedo allontanarsi verso uno dei poligoni di tiro con Savvo timoroso a fianco.
A pochi passi dall’ufficio mi si accostano tre ragazzi con fare ossequioso perché Cosentino, buon’anima, si era occupato personalmente della loro formazione professionale e li aveva poi instradati alla carriera di pusher sotto la vigile guida del cugino, tale Cosentino Mario, detto il Gladiatore per la sua presunta somiglianza con Russell Crowe.
Al più vicino, diciotto anni, detto Lenticchia per la folta quantità di efelidi che gli tempesta il volto, do una pacca sulla nuca: - Bravo, ho saputo che hai fatto la fuiuta! – quando in queste zone una ragazza rimane compromessa o, come si suole dire, spaddata, non più illibata e per lo più incinta, se la sua età e le sostanze delle rispettive famiglie lo consentono, si procede a un matrimonio riparatore, viceversa i ragazzi rimangono l’intera notte fuori di casa e si rende noto al quartiere della loro “fuga” d’amore e quindi lo si forza ad accettare la loro convivenza – E quanti anni ha?
- Ancora non è nato, maschio è, di sette mesi! – dice con orgoglio il futuro deficiente padre.
- Ah, bene, ma io ti chiedevo di tua mogliera.
- Ne deve fare quattordici.
- Beata gioventù! E la tua di mogliera come sta? – chiedo a Peppino, vent’anni, dalle fattezze di uno Iancelo cresciuto, occhi azzurri, capelli biondo cenere, espressione incattivita e idiota.
- Mi dà sempre pobblemi. Vuole fare di testa sua.
- Ma tu ce l’hai fatto capire chi comanda?
- Come no? Ce ne do tante da farle saltare la testa, anche davanti a tutti ce le do. Ma lei, sa che fa? Mi minaccia che se ne va se ce le do ancora. Io ce l’ho detto: “Uno di ’sti giorni prendo un bastone e ti ammazzo”…
- Che ci vuoi fare, Peppino, ci vuole pascienzia con le femmine. E tu? – dico rivolto al terzo, Roberto, detto Robbetto, di appena diciassette anni, ma con le idee chiare sul suo avvenire; è uno scaltro, che sta ad ascoltare e ha sangue freddo da poterlo donare all’Avis; presto gli affideranno un incarico di responsabilità e salirà agli onori della cronaca, vivo o… morto – Sempre scapolo d’oro?
Sorride appena, senza scomporsi: - Che ci posso fare, è come il vino. Oggi ne assaggio uno, domani un altro. Mi piace cambiare sapore.

... continua

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