La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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giovedì 29 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 26p

[continua dal post precedente]

Rapidamente il terzo – in tutto simile al precedente fuorché nel colore nero della tunichetta e nelle bande laterali di un rosso vivo - prende il suo posto e la parola: - Oh, amato popolo, nessuna confessione di colpevole omissione avrai da noi, giacché sappiamo e sapevamo, ma ciò non è colpa, bensì supremo disegno. Ivi, infatti, si formano i guerrieri, è vero, ma non le idee che li moveranno. E come il buon pescatore rinunzia alla piccola preda per attendere che essa il conduca alla più grande, così pure noi facevamo e facciamo.
La visione degli ultimi due si offre al pubblico contemporanea. Sono figure gemelle, coperte da una lunga veste bianca maculata di caratteri di stampa a inchiostro nero, tra cui si distingue una versione multilingue della frase “la verità vi renderà liberi”. Mentre, però, la maschera di una ha lo sguardo accigliato e un bavaglio sulla bocca, l’altra con gli occhi accentuatamente strabici ha un orifizio buccinatore spalancato e sta prendendo la parola: - Oh, amato popolo, ben più gravi incombenze ci sospingono nel nostro arduo travaglio. La cosa pubblica, il nostro adorato paese, l’ideale istesso di democrazia chiedono la nostra voce. Una nuova era si annuncia di ampi cambiamenti politici. Nuovi uomini ambiscono alla rappresentanza vostra, o popolo, e voi siete chiamati a una dura elezione. Come, altrimenti, potreste senza la nostra indispensabile diffusione del vero giungere a una scelta?
Ciò detto, gli attori rivolgono nuovamente le schiene alla platea e richiudono il cerchio.
Contemporaneamente il ragazzo coi capelli ingellati e lo zoppo in ciabatte e tuta acetata scendono dalla Mini - status simbol delle famiglie affiliate, insieme a ciabatte e tuta acetata, naturalmente – proprio davanti a un edificio fatiscente. Uno dei tanti con uno sportello d’automobile appeso al muro, quale iconica insegna del loro negozio di autoricambi, direttamente rifornito dallo sfasciacarrozze dirimpettaio. I due attraversano e si avviano verso gli enormi cumuli di lamiera arrugginita.
- Che è amico tuo quello dello spascio? – mi chiede Savvo.
- Da questo momento meno parli meglio è. – e accenno un saluto con la testa al padrone dell’impresa, un grassone di centoventisette chili su una sedia, per lui monochiappa, intento a operare un nuovo traforo – sembrerebbe dalla foga impiegata – nella sua cavità nasale.
Una stretta apertura sul retro, chiusa da una lamiera ondulata e fil di ferro, conduce ad uno slargo in terra battuta, in cui troneggia un magazzino. In effetti, è un po’ troppo dire “troneggia” per questa bassa costruzione quadrangolare dall’intonaco decrepito, la zoccolatura rosa dall’umidità, il gigantesco portone arrugginito, le strette vetrate della sotto falda in frantumi; l’unica cosa a cui si adatta è l’alto fumaiolo in mattoni rossi ben visibile anche dalla strada, unico vestigio del suo passato di raffineria di zolfo. Ma entrandovi all’interno si è sicuri di osservare un bell’esempio di riqualificazione dell’architettura industriale dei primi del novecento: le pareti interne, compreso il tetto (di cui hanno fatto scomparire le coreografiche, ma inutili volti a botte), sono rivestite di materiale ad alta coibentazione acustica che ha l’aria vagamente capitonné; dieci banconi numerati da tiratori, separati gli uni dagli altri da vetri antiproiettile e dotati di cuffie insonorizzate; altrettanti bersagli a sagoma umana, fissi e mobili, a mezzo busto e figura intera, sistemabili in base alle esigenze; un piccolo angolo bar con la macchina per espresso, annesso ragazzo macilento e butterato in divisa bianca, gli immancabili “pezzi di tavola calda” (pizzette, cartocciate, arancini, bombe, cipolline…), raffinatezze per la prima colazione (panzerotti, graffe, treccine, cornetti, brioche e granite nella versione estiva) – alcuni dei pochi motivi per dirsi fortunati di avere avuto qui i propri natali – e bibite varie, tra cui si escludono gli alcolici per ragioni di ordine pubblico; due tavolini biposto, quattro sedie e sei sgabelli accanto al bar; un piccolo ufficio a vetrate e veneziane per la gestione e, infine, “A stanza”.

... continua

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