La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

Genius_01

Genius_01
Genius_01 - ebook in vendita su Simplicissimus.it

mercoledì 28 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 25p

[continua dal post precedente]

In ogni caso, ritornando allo spunto della mia digressione, l’indomani sera, dopo aver assistito alla stoica fine del Nazareno, a causa della calura asfissiante della giornata e dell’umidità della notte, il mio corpo-ospite emanava un tale tanfo che io stesso lo sopportavo a fatica e tutti i residenti di Gerusalemme che incontravo, nonostante puzzassero come capre, non potevano fare a meno di schivarmi disgustati. Per la fretta che mi era occorsa di lasciare quel fardello puteolente alle mie spalle l’avrei volentieri depositato lì in mezzo a quelle stradine, ma qualcuno dei conoscenti avrebbe potuto trovare bizzarro che un uomo, poco prima in piena forma, desse già i primi segni di decomposizione. Mi toccò dunque allontanarmi il più possibile dal centro abitato, trovare un albero sufficientemente alto (cosa che con tutti quegli ulivi non fu per nulla evidente) e lì simulare il gesto plateale dell’impiccagione per sensi di colpa.

- Comunque – riprende mantenendosi sempre un po’ discosto da me -, pe’ rispondere alla tua domanda, sì che c’ho penzato alla tua proposta e ti volevo dire che sono molto onorato di accettare. – BINGO! – Non me ne fotte niente della scuola. Posso lavorare pe’ te a qualunque ora del giorno e della notte, ché il lavoro non mi spaventa.
- E bravo Savvo! – accompagnato da una pacca sulla spalla – Da te non mi aspettavo niente di diverso. Vedrai quante femmine da ora in poi… pare che sentono il ciauro di ’ste cose. Intanto vieni con me, ti porto subbito a conoscere alcuni amici.
Mentre un ragazzo, dai capelli appiccicati sulla fronte dal gel, e uno zoppo, in tuta acetata e ciabatte da mare, salgono sulla fiammante Mini Minor di quest’ultimo, l’inquadratura cambia repentinamente staccando su un piccolo teatro greco. Il teatron, di una ventina di gradoni, è gremito di un pubblico ricercatamente elegante, compito e anche in parte incerto su cosa attendersi, se una komoidia o una tragoidia. Malgrado, infatti, il coro sull’orchestra abbia la maschera tragica della narrazione di tremende sciagure, sopra la quale svetta l’onkos, l’alta e imponente acconciatura boccoluta, e vesta il lungo syrma di lino nero, poco distanti sulla skéne gli hypocrités, gli attori, sono abbigliati in modo alquanto insolito. In realtà, anche la loro postura lascia interdetti, in quanto le loro braccia si intrecciano a formare una sorta di anello richiuso su se stesso dall’incontro delle loro teste nel punto centrale. Poi, finalmente il corifeo intona il suo canto con il resto del coro che gli danza intorno.
- V’è un luogo della Katane antica dove le strade son come voraci serpenti che mutano forma e aspetto a loro diletto. Ivi nulla è cambiato da parecchi lustri, tanto che le dimore sembran tutte tuguri un po’ frusti. Vive di raccolta di ferro vetusto e disfa carri di per se stessi mossi il popolo dalla cui arte ottiene l’obolo. Nascostamente dalla milizia si gioca di furbizia. Contro la polis si trama preparando perigliosi guerrieri, più cupidi di rapaci sparvieri. Ché dietro mentite spoglie di capanna il volgo empio di Ares crudele cela un tempio.
Il corifeo tace e il coro gli gira intorno picchiettando ritmicamente su tamburelli. Nello stesso istante in cui la luce si spegne sull’orchestra, gli “ipocriti” – modernizziamolo così – rialzano le loro teste, sciolgono il loro intreccio di membra, benché rimangano in cerchio, e ruotano su loro stessi, rivolgendosi questa volta al teatron.
Il primo a parlare è chi si trova di fronte al centro dell’emiciclo teatrale. Porta la syrma, questa lunga tunica tragica, ma una grossa imbottitura gli ispessisce il ventre proprio come un personaggio comico e anche la sua maschera è grottescamente sorridente. Infine, una lunga fascia tricolore gli penzola a tracolla dalla spalla al fianco: - Oh, amato popolo, ciò che odo grande doglia mi induce. Pur tuttavia, quantunque di sì vasta gravità sia la denuncia, a discolpa invoco la mia più totale ignoranza di tale macigno che scopro incombere sulla città. Quinci giuro sul mio onore che i cittadini uomini d’arme saranno immantinente fatti conti.
Pronunciate queste parole, il circolo gira in tondo quel tanto che basta per far posizionare in luogo del politico il secondo personaggio. Questi ha anche lui un addome prominente, ma sotto una tunichetta - che gli lascia scoperte due magre gambe villose – di colore azzurro grigiastro con strisce bianche lungo i fianchi. La maschera è quella dell’eroe senza macchia e senza paura pronto al sacrificio per il bene della comunità. E proprio dalla maschera arriva stentorea una voce: - Oh, amato popolo, grande rammarico sento nel confessare che, ahimè, sì, noi si era edotti di tale scandaloso flagello, che, se fosse stato in nostro potere, avremmo già da tempo debellato. Ma come possiamo – si batte vigorosamente il petto e si lacera le maniche della veste, lasciandole a brandelli – con nessuna copia di uomini e d’arme provvedere al benessere della città nostra?

... continua

Nessun commento:

Posta un commento