La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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domenica 25 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 23p

[continua dal post precedente]

Savvo la lascia in quello stesso istante, forse interrogando con lo sguardo la madre, che abbassa gli occhi per non incrociare quelli di lui, poi corre alla porta. Mentre la spalanca con vigore e si precipita fuori, fa appena in tempo a scorgere un tizio, timoroso – riesco a far combaciare le poche impressioni della sua rapida occhiata con la figura intravista al portone d’ingresso pochi istanti prima -, sulla cinquantina, di media statura, piuttosto pingue, completamente calvo, con un impermeabile color cachi.
Sente la porta chiudersi alle sue spalle, mentre è già una rampa più in basso e il suo cervello inizia a macinare come non mai. È venuto per mia madre… no, è venuto per “lei”. Mia madre non lo avrebbe permesso, non può essere venuto per “lei”. Quel cornuto ha sempre detto che non è sua figlia, ma mia madre non lo avrebbe lasciato fare, quel palla di lardo pelato è venuto per forza per mia madre. Ma perché allora l’hanno fatta vestire in quel modo? Certo c’è la cresima… deve essere per la cresima. Mia madre non lo avrebbe lasciato fare, quella puttana! La stavo portando giù con me e lui ha detto di no… perché c’era quello dietro la porta. C’era quello dietro la porta e “lei” era vestita come per un matrimonio. Si blocca improvvisamente a metà scala, senza sapere con certezza cosa fare e perché farlo, se non per sfogare una rabbia estrema, un malessere che altrimenti gli scoppierebbe dentro distruggendolo. Risale di corsa, finché il primo ostacolo non si trasforma in un bersaglio da colpire e abbattere con quanta furia ha in corpo. La sua porta di casa, come prevedibile, non cede alla raffica di pugni e calci con cui la sta tempestando, ma una reazione arriva ugualmente, senza farsi molto attendere.
L’ingresso si spalanca di botto e dietro c’è suo padre, ancora di una spanna più alto di lui, molto più robusto, un’espressione truce (che Savvo ha tentato più volte, ma invano di imitare) e con una poderosa cinghia dei pantaloni in mano. Non si scambiano neanche una parola, un insulto, una minaccia. Savvo, da buona bestiolina selvatica che capisce per istinto quando il suo avversario non è neanche lontanamente alla propria portata, esegue un rapido dietro-front, divorando una rampa dopo l’altra, e solo quando risuona il secco pulsante di apertura del portone principale sente la porta di casa richiudersi di schianto.
A questo punto, potremmo aprire un lungo dibattito sull’ingiustizia nel mondo, sull’infanzia rubata, sulla devianza nelle periferie, sulla povertà di valori e la sua correlazione con la povertà economica o sulle deprivazioni psico-sociali che avrebbero spinto il signor e la signora La Rosa a giungere a questa risoluzione, ma, a parte consolare le vostre coscienze stabilendo una vostra ferma condanna pur nella comprensione del dramma generale, a chi gioverebbe? Non di certo ad Agata che in questo momento sarà ancora prona con il vestitino a fiori gialli sollevato sulle magre natiche ad aspettare che lo stantuffo di quell’uomo calvo e flaccido finisca il suo andirivieni. Non a sua madre che, praticando la professione dalla stessa età della figlia e con un processo di iniziazione molto simile, ritiene di averle assicurato una rendita per il futuro. Non al signor La Rosa, padre biologico di Savvo, ma non di Agata né di Pino, e quindi perciò stesso non interessato all’eventuale oltraggio perpetrato ai danni di ciò che non è sangue del suo sangue. E infine neppure a Savvo fornito di difese cerebrali da testuggine con carapace adamantino.
Infatti, mentre sta allontanandosi con piè veloce dall’avita magione il suo percorso mentale ha già deviato verso ragionamenti tranquillizzanti, confortanti fino ad arrendersi serenamente all’evidenza dei fatti.
- ’Sta gran buttana, non ce ne bastava una in famiglia e ’st’altro cornuto, se prima ce lo dicevano sghezzando ora ce lo dicono serio… peggio per lui, a me che me ne fotte. Tanto la chiamavano A ’ngrasciata anche prima, ’sta buttana, come sua matri… ché alla fine tutte le femmine sono buttane. A loro che ci costa? Aprono le cosce e senza fare niente buscano soldi. Quattro sivvizi a casa e hanno finito. C’hanno i protettori, non si fanno carcere. Che bella vita! Se nasco un’altra volta, voglio nascere femmina. ’Ste buttanazze, che quando finiamo in carcere si buscano pure i nostri soldi e si comprano i vestiti firmati e quaranta para di scarpe col tacco tutte le stesse e quando ci vengono a trovare fanno “Amore, amore mio, non posso vivere senza di te” e altre minchiate pe’ pigliarci per il culo che macari c’hanno addenunziato proprio loro.

... continua

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