La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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sabato 24 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 22p

[continua dal post precedente]

Rimane un’ora, venticinque minuti e trentaquattro secondi sotto la sua splendida palafitta di cemento di ventun piani a ridere e scherzare con gli amici di sempre, circondati dagli effluvi – che sembrano trovare di loro gradimento – di un condotto degli scarichi urbani en plein air. Vi ho già esposto il mio parere sulla grave carenza di un misurometro olfattivo, vero? Mi sembra riduttivo esclamare un semplice “che puzza!” o ricorrere a richiami esperienziali, tipo “peggio di un cane bagnato” o “e che si è aperta la fogna?” ovvero i vari “puzza di carogna”, “di uovo marcio”, “di piscio di gatto”, “di merda”, “scoreggia di puzzola”, “alito d’inferno”, “cloaca massima”, “tanfo da stalla”, “fetore di uno che non si lava da un mese”, “lezzo putrescente”, “miasma mefitico”, “esalazione pestilenziale”. Quanto meglio sarebbe, soprattutto in situazioni di una certa ufficialità, usare un – battezziamolo così – coprometro, da zero a dieci unità, dette cop, in cui zero sta per nessun puzzo e dieci, quella da svenimento collettivo. Ad esempio, per una fogna a cielo aperto un giornalista denuncerebbe un tasso di 7,8 cop nell’aria. Non vi pare molto più professionale? Comunque, lo dico per voi, perché in fondo io non resterò ancora per molto in questa sgradevole condizione.
Quando decide finalmente di risalire a casa, l’atmosfera che vi respiro attraverso la sua mente ha un che di polvere di fata nebulizzata da Campanellino. E come se i miei incubi si stessero materializzando, vedo un appartamento tirato a lucido e dove l’ordine regna sovrano, un dolce tepore diffuso da stufette elettriche, tende e persiane spalancate al piacevole sole invernale e ad un cielo di un azzurro irreale, mentre un odore di ragù e lasagne da giorni di festa pervade persino la rampa di scale antistante l’ingresso. Un assurdo déjà vu di una mia commedia, di una mia pura immaginazione. Che a furia di frequentare Chi sappiamo, avessi acquisito una parte del suo immenso potere? Ma anche ammesso e non concesso che così fosse, considerato il lasso di tempo intercorso tra l’idea e la sua ipotetica realizzazione, per riuscire a far avverare un desiderio or ora immaginato, sarebbe comunque trascorso un intero giorno, restringendo ancor di più il già assottigliatissimo periodo a mia disposizione. Ahi, lasso, me misero, me tapino! Per sovrappiù la dolce mammina veste abiti borghesi e uno smagliante sorriso equamente distribuito sui suoi tre figli. Ha cucinato la torta variegata, la preferita di Agata e le chiede gentilmente di andare nella camera dei genitori. Lì l’attende anche suo padre con un abitino bianco a delicati fiori gialli, calze chiare autoreggenti e una raccomandazione – un po’ brusca, in verità – di provarlo, pettinarsi i capelli e togliersi il trucco.
Savvo non se ne stupisce più di tanto, sapendo che di lì a poco la sorella avrebbe dovuto ricevere la cresima, ma, quando la vede vestita come una collegiale con tanto di fascetta tra i capelli, è tale il contrasto con il suo abbigliamento abituale che non può trattenersi dal ridere a crepapelle. Arriva un immediato “tagliala” da parte della madre, a cui segue un “uffa, lo vedi che è sempre lui a cominciare” di Agata, che per poco non scoppia a piangere per l’umiliazione, e un immediato “tagliatela, tutti e due” del padre, proprio qualche secondo prima che Piagnisteo cominci il suo controcanto.
Ed è così, senza neanche un urlo e uno schiaffo, che la famiglia La Rosa si siede a tavola in piena e assoluta armonia. Si mugugna qualcosa sulla bontà delle portate, si guarda distrattamente la TV, si commentano con passione le ultime notizie calcistiche, si gusta il dolce e si consente persino che Savvo chiuda in bellezza col caffè e l’ammazza caffè, insieme ai genitori. La sensazione è talmente piacevole che il ragazzo non prova per nulla il bisogno di correre a razzo in cortile, come tutti gli altri giorni, e si attarda in quella cucina inondata di sole. Se ne avesse mai avuta l’abitudine abbraccerebbe qualcuno, invece di rimanere immobile – almeno così lo immagino io – con un sorriso beota stampato in faccia.
E anche quando suonano alla porta e suo padre gli indirizza un frettoloso “ora è meglio che vai”, Savvo stenta a cogliere la perentorietà dell’invito.
Il suo cuore è colmo di dolcezza e quasi dimentico che in quella casa le parole di suo padre non si discutono, gli ribatte senza malizia: - Non ho fretta oggi, scendo più tardi.
3, 2, 1, 0… un count down brevissimo e l’idillio si spezza con un vigoroso manrovescio che lo fa ritornare bruscamente alla realtà. Allora, come mosso da un riflesso condizionato, prende per mano Agata e sta per trascinarla fuori.
- No – il padre strattona la ragazzina, trattenendola -, lei rimane qua.

... continua

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