La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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mercoledì 21 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 19p

[continua dal post precedente]

Gli offriamo il restante spettacolo delle nostre fortune, mentre miagolo a pieni polmoni: - Vengaaaano, Lor Signori, vengaaaano. Si avvicinino ad ammirare questa meravigliosa coppia felina in rosa – faccio un inchino e Maria-Elena con me -, il colore del primo sbocciare di un sentimento, della primavera dei cuori, due cuori che si amano e a cui la sorte sorride benigna. Vogliate graziosamente presenziare alla cerimonia delle nostre nozze prossime venture, ma più prossime che venture, dato che si terranno immantinente all’uscita da questo casino, cassino, monte, pianura, landa, deserto, miraggio, mirage, dove il cerchio si chiude e la favola di quant’è bella la vita, arrivata alla fine, ricomincia da c’era una volta ancora e poi ancora.
E finisco per accattivarmi la loro simpatia con laute elargizioni monetarie. Ci fanno, così, da colorito corteo nuziale – due babbe natale in succinti pantaloncini rossi, un alcolista anonimo dalla pelle untuosa e verdastra e (ancor peggio) camicia hawaiana mal abbinata a pantaloni giallo canarino, un gruppetto di post adolescenti reduce da un rave party del giorno prima e pronto a lanciarsi in un’ennesima sfida all’ultima emozione, un’anziana che ha già perso mille bigliettoni a inizio serata, una giovane coppia italiana in luna di miele (che fausto augurio!) che ha trovato tanto trendy sposarsi nella capitale del kitch, un buffo tipetto di razza bianca, quarantadue anni portati male, chierica, papillon, giacchetta a quadri anni ’80 con tendenze ossessive compulsive, futuro serial killer -, mentre percorriamo a grandi falcate The Strip, fino a “A AAA Vegas Wedding Chapel”.
Campeggia un’enorme insegna rosso fragola con un cuore formato dall’abbraccio di due mezzi busti maschile e femminile, illuminata da un romantico neon a intermittenza, sotto doppie colonnine rinascimentali, decorate con non meglio precisate foglie (d’uva tendente all’acacia o d’acacia tendente all’uva). La nostra chiassosa processione irrompe nella minuscola cappella arricchita di fontanelle (in stile che qui chiamano genericamente “italiano”) e un chioschetto in trompe l’œil, proprio quando l’officiante sta sbucando fuori da una porta laterale.
Degna di un pallido sorriso di circostanza l’intero consesso, indirizzando un generico: - Chi ho l’onore di unire in matrimonio quest’oggi?
- Il qui presente e la mia bella, MAOOO! – gli annuncio, mentre facciamo un passo avanti, tra gli applausi sperticati.
Dal pallido sorriso il sorriso è scomparso per lasciar posto solo al pallido e il pallido mi fissa per un lungo momento e poi tartaglia la prima cosa idiota che il suo cervello da bracco sia riuscita a partorire: - Ma non è possibile sposare un gatto!
- Neanche che un gatto replichi alle tue stronzate, ma se è concesso sposarsi in questo circo costruito in una landa desolata, o di costruire osceni canili come il tuo – e indico il finto grigliato en plein air affrescato alle pareti -, oppure di aprire un museo che celebra il crimine organizzato, o ancora di ottenere un prestito per giocare d’azzardo, non vedo proprio perché ostacolare due anime gemelle nel loro sogno d’AMOORE. – e con quest’ultimo gnaulio gli sventolo sotto il tartufo una mazzetta di verdoni.
Ventimila per la precisione, che scompariranno alle prime luci dell’alba, ma che convincono il nostro restio celebrante a condurci all’altare. Al fatidico sì una bottiglia di champagne spunta tra le mie zampe e, dopo averne bevuto a garganella con Maria-Elena, ne mesco una coppa – miracolosamente tra i miei polpastrelli al momento giusto – per ciascuno degli ospiti e, finito il primo giro, verso una seconda volta. Quindi, affacciandomi nuovamente in strada, ne faccio sgorgare diversi litri, prima di offrirne a un discreto numero di passanti. Fingo che il flusso diminuisca per poi provocare nuove fuoriuscite di spumeggianti zampilli, in mezzo a stupefatte risate alcoliche.
Ma il gioco è bello quando dura poco, inoltre non intendo entrare in concorrenza con la mia stessa trovata di ‘Ain Kana. Perciò show must go on: faccio continuare la festa all’esterno. Dopo essermi messo alla guida di un nostro sgangherato trenino umano-felino con il frustino usato a mo’ di bacchetta di direttore di banda, ci muoviamo al ritmo di “Meu amigo Charlie Brown” che inizio a cantare con voce stentorea da gatto in calore. E affinché la nostra processione acquisti la grandiosità di un evento epocale, la faccio seguire da una fanfara di venti strumentisti con quaranta majorette francesi, da settantasette giocolieri svizzeri, trentadue fantini su cavalli senesi, un lungo drago rosso composto da centodue cinesi, cinquantanove cacciatori con altrettanti foxhound e una volpe inglesi, sessantaquattro Arancioni indiani, quindici guerrieri masai (gli altri sono in tour con il Cirque du soleil), una carovana di novantanove pionieri americani e a chiudere le file quattro centurie di legionari romani con tanto di pilum, gladius e scutum, per un totale di mille – perché le cifre tonde mi hanno sempre affascinato.

... continua

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