La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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lunedì 19 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 17p

[continua da post precedente]

Intermezzo: - 2 (notte)

Il momentaneo sollievo di ritrovarmi privo di quella palla al piede (che voi chiamate “corpo”), l’ansia di rivedere la mia bella, il riottenimento delle mie facoltà spirituali, la fiducia che l’avidità e il senso della famiglia avrebbero avuto la meglio su Savvo, la prossima fine di questa pessima giornata, tutto concorreva al mio buon umore. E già: rimango, nonostante tutto, un inguaribile ottimista! Ma non avevo fatto i conti con Maria-Elena.
Non c’è nessuno meglio di una donna per procurarvi una serata d’inferno, parola di questo povero diavolo.
La raggiunsi a Napoli per proporle una pepata di cozze in zona porto, Da Ciro, e poi il resto della nottata a fare fuoco e fiamme in una suite dello Sheraton. Ma lei, No che non mi sta bene. Questa città è troppo provinciale e soffocante. E poi non ho nessuna intenzione di andarmi a rinchiudere in un albergo… c’ho passato tutta la vita, in un albergo. Voglio spazi aperti, vita mondana, bella gente, bei vestiti… Avete capito in tenore della discussione, no? In realtà, si trattò di un monologo che captavo svogliatamente e a tratti, fingendo la più assoluta attenzione naturalmente.
Alla sua prima pausa sfoderai un accattivante sorriso a trentadue denti (che avrebbe convinto Oreste in persona, ma non Maria-Elena, nossignora) e un Ho il nostro sogno proprio qui, indicando la mia mano destra protesa verso di lei. Con l’atteggiamento della Diffidenza personificata l’afferrò e ci catapultai a Parigi. Paris, le grand Paris, ero già pronto a declamare, in smoking nero con loden austriaco al braccio e scarpe di vernice per un tip tap improvvisato sugli Champs Elysées tirati a festa. E lei era un vero splendore, in abito da sera di perline dorate cucite con fili d’oro (diciotto carati) dalla vertiginosa scollatura posteriore. Ah, che posteriore! Nessuno dei passanti si astenne dal fissarla e dal voltarsi indietro per un ultimo sguardo colmo di rammarico o invidia.
Proprio quando avevo la certezza che lei mi avrebbe abbracciato voluttuosamente, voilà il suo broncio raggelarmi e la sua mente cominciare a mugugnare che faceva freddo in quella maledetta città. Paris, le maudit Paris. Che si sarebbe presa un accidenti, persino con la pelliccia di ermellino che le avevo poggiato sulle spalle.
Così, eccoci a Las Vegas, la capitale del gioco d’azzardo, della lussuria, del divertimento più sfrenato, quest’enorme Barnum in pieno deserto. La città simbolo della più grande scoperta umana: niente è più naturale dell’artefatto. Ne sa qualcosa Chi è in cielo, in terra e in ogni luogo. E l’originalità risiede nell’affastellare più cianfrusaglie possibili come in una soffitta frequentata da quattro generazioni, in cui per mettere ordine non resta altro da fare che raccogliere tutto in enormi sacchi neri e buttarlo via. Una copia della torre Eiffel? Ma sì, mettiamola davanti all’hotel Paris. Una sfinge? All’hotel Luxor. Potrebbero mancare i grattacieli di Manahattan? Non scherziamo, sono perfetti per l’hotel New York New York. E un giro in gondoleta per i più romantici vogliamo negarlo? Basta ricostruire una parte di Venezia. Sempre per rimanere in Italia, una replicuzza del paesino di Bellagio sul lago di Como. Ancora l’Italia dell’Impero Romano nel Caesar Palace. E infine qualche stradone californiano, luminarie da megalopoli, un gigantesco castello medievale, la piccola Hollywood, un casinò che imita quello di Montecarlo, il miraggio dei tropici – non si sa bene perché - con vulcano e lapilli. Qui non puoi che ridere a crepapelle: ridere e gozzovigliare.
Maria-Elena, invece, rimane imbronciata.
Quasi quasi rimpiango di non essere rimasto nel corpo di Cosentino, dopo essermelo tolto di dosso come un abito usato. L’ho adagiato su un fianco a un’estremità del letto con la scusa di un lieve malore, a cui la moglie ha fatto seguito con un candido bacio in fronte accompagnato da una nota di stupore per quel contatto gelido, andando poi a rifugiarsi nel tinello e nella soap Una freccia nel cuore. La sua eroina si autoinfligge ogni settimana una fustigazione amorosa diversa e lei può piangere come una fontana, trovando tutto questo bellissimo! Chissà che sorpresa se questa sera la portassi a cena tutta in ghingheri, poi a ballare e infine le proponessi la più infuocata notte della sua vita. E perché no? In fondo gallina vecchia fa buon brodo. Lei apprezzerebbe di certo le attenzioni del sottoscritto, non come certa gente che gira il suo bel musetto da un’altra parte per non guardarmi neppure.

... continua

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