La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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giovedì 15 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 13p

[continua dal post precedente]

- Ma c’è la scuola!
- Ah, ma allora mi sono sbagliato, sei ancora un picciriddo! – lo lascio andare di botto e alzo la voce per fargli capire quanto mi abbia profondamente deluso – Vattene, sparisci, vai a giocare con i tuoi amichetti! Vuoi fare la fine di quei babbi di minchia che lavorano tutto il santo giorno e si rompono la schiena per niente? Liberissimo, ma togliti dalle badde che non ho tempo da perdere, io.
Con la coda tra le zampe, senza nemmeno alzare lo sguardo: - Non volevo dire questo, ma è che, se non ci vado, poi i carrobbineri mi vengono a cercare…
- Aaaaaaaaaah! – e porto un braccio a peso morto all’indietro ad indicare “se è solo per questo, sono quisquilie, pinzillacchere, bagatelle, bazzecole, carabattole” – E secondo te che fanno i carrobbineri? Ti prendono e ti portano a scuola, una, due volte, macari tre, ma poi? Hanno altre cose a cui pensare. Ma ora vai, ché sennunca è una giornata persa. – pacca sulla spalla e pace fatta.
L’ho convinto? Ma sì, l’ho convinto. Tutto tace nell’immensa vacuità del suo cervello, però era già dei miei, se così si può dire, ancor prima che mi interessassi a lui, quindi non so proprio di cosa mi sto preoccupando. Anche se fossi stato veramente Cosentino avrei scelto questo momento per mettere da parte gli scippi, che non sono altro che una fase formativa nell’educazione di un buon soldato, una Soldatsbildung (chissà perché, quando si parla di milizia, il tedesco mi sembra la lingua ideale). Certo non avrete davvero pensato che sia una fonte di guadagno ragguardevole, una di quelle attività che ti tirano su una famiglia? Pochi spiccioli e tanto rischio. Però, i ragazzi sviluppano la destrezza, la percezione del pericolo, la rapidità nella fuga, la pazienza dell’appostamento, un buon intuito da predatore e talvolta anche una qualche competenza intimidatoria. Dunque, escludendo l’abilità nell’uso delle armi, hanno una formazione abbastanza completa, relativamente in poco tempo. E soprattutto senza l’istituzione di C.A.P.M.M.C. (Corsi di Avviamento Professionale alla Manovalanza Minorile della Cupola). Ma ci pensate quanta burocrazia risparmiata? Un campo di addestramento, con la sua progettazione, realizzazione e manutenzione, un monitore ogni dieci, quindici ragazzi, vari collaboratori/attori per il role-playing (simulazioni di rapine a mano armata, estorsioni, lotta tra bande, studio e gestione delle dinamiche di gruppo…), per non parlare dei tempi inutili e dilatati destinati al pedinamento e poi i test, le valutazioni in itinere, gli esami finali. Improponibile. Così, invece, dopo neanche un paio di anni, se sono in gamba e legati con le famiglie giuste (e sì, anche in questo campo le raccomandazioni sono fondamentali), ricevono un’arma e nel giro di sei mesi al massimo hanno una discreta professionalità da spendere sul mercato.
Da quel momento sarà tutta un’altra musica, un altro ritmo, un’altra scenografia. All’esterno il quartiere potrebbe apparire grigio e miserabile come prima, ma non per loro, non per quei professionisti – mi viene la pelle d’oca per l’eccitazione al solo pensiero -. Loro non dovranno timbrare il cartellino come dei semplici operai perché saranno onnipresenti sul posto di lavoro, dato che il loro contratto ha avuto un inizio, ma non finirà mai (tranne per uno spiacevole incidente mortale), senza precariato, flessibilità o esubero di personale. Ma il concetto espresso con “lavoro” è quanto di più distante si possa riferire alla loro condizione, in cui è ravvisabile piuttosto la passione, l’entusiasmo, l’energia creativa – dirò di più -, la ragione di vita. Ciò che un occhio disamorato giudicherebbe una suburra di una città alla periferia dell’Europa, loro lo vedono un mondo, un intero pianeta vasto, gigantesco, come dei laboriosi folletti del sottobosco. Ingrugniti e rincagnati solo per esigenze sceniche, percorrono in salopette rossazzurre vaste praterie verde pisello sotto un cielo azzurro intenso sul cui margine in alto a sinistra (o a destra) vi è un gigantesco sole giallo ocra.

... continua

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