La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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mercoledì 14 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 12p

[continua da post precedente]

- Il Tappinaro, guarda – sento provenire dalle mie spalle insieme allo scoreggiare di scooter che rallentano -, Savvo, è ancora lì il Tappinaro. – ribadisce il trombone di Iaffio.
- Muto, bestia che non sei altro! – gli dice, mentre lo fulmino con lo sguardo, ormai compreso nel mio nuovo ruolo.
Perché il “Tappinaro”, cioè “l’uomo sciatto che porta le ciabatte”, sarei proprio io. Avendovi già accennato che il mio corpo ospitante soffre di alluci valghi, non avrete dunque difficoltà a immaginare il perché di questa scelta estetica. Anche se, a ben analizzare, non sarebbe stata di certo l’unica calzatura possibile per Giuseppe Cosentino che se, invece, aveva eletto le ciabatte da mare, oltre alla comodità, celava almeno altri due motivi. Quelle ciabatte significano: uno) “non sono un bamboccione che si lascia piegare da cose come il freddo; io me ne frego, per me è sempre estate”; due) “giro per questo quartiere in ciabatte perché sono a casa mia; questa periferia è mia”. Ma quei mocciosi che scimmiottano l’ultima moda di “Vorremmodiventarefamosispettegolandoefancazzeggiando”  di queste raffinatezze cosa possono capirne?
- Che ci fai qua, Pippo? – mi si rivolge il cuginetto con atteggiamento spavaldo di eccessiva familiarità.
- E da quando sono tenuto a spiegare a un bambino quel che faccio e perché lo faccio? – lo rimetto a posto.
E lui balbetta, improvvisamente nudo di fronte alla sua banda: - Ma, ma io non volevo… non stavo mica…
- Ma certo, Savvo, certo – lo interrompo con ilarità accompagnata da un leggero scapaccione alla nuca -, lo sapevo cosa volevi dire. Stavo sghezzando, stavo solo sghezzando. Venivate da me, vero, carusi? – e a un loro cenno di assenso – E allora datemi un passaggio.
- Iancelo, scendi e ci raggiungi a piedi! – gli intima Savvo.
E il biondino quasi piangendo: - Ma il motorino è mio!
- Che pensi che Pippo te lo arrobba? È questo che pensi, bestia che non sei altro? – al suo no sconsolato con la testa lo lasciamo sul marciapiede, mentre mi accomodo dietro il taurino Iaffio, che riparte con un sorriso beota a trentadue denti, convinto di portare un illustre concittadino.
Ritorno alla mia postazione dal fascino minimalista (composizione n. 666, sedia impilabile di plastica nera e banchetto di formica bianca, “scrivania popolare”), rivolta da un lato ai garage (dove il provvido Cosentino ha ricavato un sottopassaggio verso una cantina, a sua volta collegata a un altro garage con via di fuga sullo stradone opposto), dall’altro romanticamente all’Etna, memento del “devi morire” e simbolo della gagliarda furia catanese.
- Però, capo – abbaia la voce baritonale di Iaffio, ringalluzzito dall’onore di avermi trasportato o forse dalla fase ormonale ascendente -, così sembra che sei juventino. – e indica il mio secretaire – Li dovremmo dipingere rosso azzurro. – ride di nuovo pensando di aver partorito un’idea da nobel.
- Vi ricordate – si unisce Nino – di quella volta dello scudetto che abbiamo dipinto rossazzurro alcune macchine e macari i pali della luce e i bidoni della spazzatura…
- E macari gli alberi! – lo aiuta Iaffio, mentre tutti ridono al ricordo dell’impresa.
- Ti piacerebbe dipingere tutte le cose bianconere di rossazzurro, vero, Iaffio? – gli dico ridendo e lui annuisce – Per esempio l’elefante del duomo – annuisce -, la cattedrale – annuisce -, lo stesso municipio, tutta la “Muntagna” – il dubbio si è insinuato tra le sue granitiche certezze – e perché no, i miei capelli, macari loro sono bianconeri, vuoi dipingere i miei capelli, Iaffio? - sono diventati serissimi, anche se io continuo ancora a sorridere; mancano proprio di senso del surreale; sarebbe meglio di Gaudì per Barcellona, una città, un intero vulcano e tutti i suoi cittadini in rossazzurro; una vera chicca per il turismo; comunque, messo da parte questo interessante progetto di sviluppo economico provinciale – Ne avete voglia di lavorare oggi?
- Per questo siamo venuti, Pippo. – taglia corto Savvo, mentre Iaffio e Nino si guardano le scarpe, Macco ghigna e LICANTRO aggrotta le sopracciglia.
Iancelo arriva nel frattempo trafelato: - Sono qui, carusi.
- Ci mancavi già. – ironizza Savvo; Iaffio e Nino ridono scompostamente, Macco ghigna e LICANTRO… ovviamente aggrotta le sopracciglia.
- E allora, Iancelo e Macco, voi vi fate Nesima e Cibali, voi due – e indico Nino e LICANTRO – la zona di viale Vittorio Veneto e tu, Savvo, con Iaffio viale Africa e corso Italia. – sento mugugnare Nino “minchia sempre a lui la posta, proprio ora che ci sono tutti quei vecchi con le pensioni”, ma faccio finta di niente – Mi raccomando che questo è periodo di feste, la gente è piena di pacchi. State attenti soprattutto a quelli che escono dalle gioiellerie. Gli uomini ben vestiti che ci entrano verso le sette e mezza, le otto di sera non ci escono mai a mani vuote, ricordatevelo. E un occhio ai bancomat, ovviamente. Va bene, il mestiere lo conoscete. Ci rivediamo per le otto e mezza qua. – prima che ripartano – Savvo, resta un momento. Ti devo dire una cosa.
Dandosi un’aria d’importanza quello fa cenno ai compagni di andarsene e a Iaffio di aspettarlo sul motorino, poi si avvicina.
Gli cingo un braccio intorno alle spalle, ancora più basse di una spanna del fu Cosentino: - Ti volevo dire che ho notato che in quest’ultimo periodo sei cresciuto. Sei quasi un uomo ormai, macari per come ragioni…
- Forse mi porta a femmine! – sta pensando con l’acquolina in bocca.
Così decido di fargli odorare l’esca prima di prenderlo all’amo: - … Come regalo di natale ti porto con me da zia Rosa, che ne dici?
- E che devo dire? – sprizza felicità da tutti i pori – Che zia Rosa la faccio contenta: non ne ha mai visti grandi e grossi come il mio!
- Ma sentilo! – gli dico ridendo e gli stringo la testa con un braccio, mentre con le nocche dell’altra mano gli propino una bella strigliatina – Secondo me zia Rosa appena ti vede, ti dice “Che bellino! E che lo vuoi sucare un po’ di latte?”
- E io ci dico che glielo suco il suo latte, se poi lei mi suca il mio!
- E bravo, Savvo, sei proprio cresciuto. E io allora la proposta te la faccio, ché sei diverso dai tuoi compagni. Io un lavoro per te ce l’avrei, una cosa seria che ti cambia la vita e allora sai di fica quanta ce n’è? Che devi dirci pure di no, non ce la faccio più… però mi servi anche di matina, non solo così per babbiare.

... continua

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