La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

Genius_01

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Genius_01 - ebook in vendita su Simplicissimus.it

venerdì 30 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 27p

[continua dal post precedente]

Questa, di otto metri per quattro, non è altro che un piccolo parallelepipedo a tetto ribassato inserito nel poligono di tiro, dove non solo le pareti e il tetto, ma anche il pavimento sono insonorizzati e imbottiti, come delle gabbie per matti che dovessero trovare divertente urlare tutto il santo giorno e fracassarsi la testa contro il muro. In realtà, l’uso più proprio de “A stanza”, oltre che per incontri di lavoro animati, è l’apprendistato dei carusi a farsi sparare. Perché, se imparare a puntare una pistola contro qualcuno può diventare routine, altro discorso è vedersela puntare contro. Potrebbero sopraggiungere, infatti, reazioni emotive incontrollabili, crisi di pianto, diuresi, diarrea, asma da panico, convulsioni, tali da rendere inadatto il soggetto a rispondere al fuoco nemico. Così va la vita. Quindi si prendono ragazzi tra gli undici e i quattordici anni, li si imbottisce di giubbotti antiproiettile, cocaina e antidepressivi, li si piazza a un capo della stanza con un tiratore scelto all’altro e gli si svuota contro un intero caricatore. Dopo le prime cadute, lesioni intercostali e scene di puro terrore, i soggetti sottoposti al trattamento sopporteranno con stoica rassegnazione le ecchimosi riportate e nel loro cervello si cancellerà l’equivalenza (che resterà naturalmente pur sempre valida nella realtà) “proiettile contro il tuo torace = morte”.
Ancora inebetito per la Beretta 92S, inaspettato regalo ricevuto prima di entrare nel magazzino, Savvo mi ciondola accanto ripassando mentalmente: - Sicura manuale, grilletto, tamburo, calcio, caricatore, bottone di sgancio caricatore, leva d’arresto otturatore, chiavistello di smontaggio, pulsante chiavistello… - mentre mi avvio verso il gestore del poligono.
Michael Arena, quarantaquattro anni quasi quarantacinque, detto l’Americano perché suo nonno aveva lavorato nel Nu Gersi, nonostante la corporatura tarchiata da mezzadro, con il volto macchiato dal sole e dall’acne giovanile, ha un animo da vero scannatore professionista, tutto casa, lavoro e devotissimo a Sant’Agata. Per quanto ne sapeva Cosentino, l’Americano aveva commissionato appena cinque omicidi, ma ne aveva ammazzati personalmente più di dodici, perché il suo motto è Cu voli va, cu non voli manna (letteralmente “Chi vuole va, chi non vuole manda”). Un tipo in gamba, solo sordo come una campana, a causa del suo lavoro.
- O FRATI! CHE SI DICE?
- E DA QUANDO SIAMO FRATI, SCIANCATO?
- VOLEVO SOLO DIRE CHE POTREMMO ESSERLO…
- NON SO SE TUA MATRI NE SDUVACA SENZA CHE LO SAI, MA DELLA MIA SONO SICURO! – e piega il labbro superiore in una smorfia che accenna un sorriso.
Lo starei già incenerendo, se non fosse per questo Suo ricatto, ma mi rifaccio su Savvo che è scoppiato a ridere, dandogli uno sganassone sulla nuca così forte da fargliela piegare in avanti.
- COMUNQUE, VOLEVO CHE CI IMPARAVI QUATTRO COSE A QUESTO QUI – e indico Savvo, che si ritrae, temendo una recidiva – E A STANZA PE’ ’NTANNICCHIA.
- IL FERRO CE L’HA? – annuisco – ALLORA NON C’È POBBLEMA. MI PAVI QUANDO TE NE VAI.
- STA BENE. – ribatto con l’espressione “c’è bisogno di dirlo?”; mi consegna le chiavi e lo vedo allontanarsi verso uno dei poligoni di tiro con Savvo timoroso a fianco.
A pochi passi dall’ufficio mi si accostano tre ragazzi con fare ossequioso perché Cosentino, buon’anima, si era occupato personalmente della loro formazione professionale e li aveva poi instradati alla carriera di pusher sotto la vigile guida del cugino, tale Cosentino Mario, detto il Gladiatore per la sua presunta somiglianza con Russell Crowe.
Al più vicino, diciotto anni, detto Lenticchia per la folta quantità di efelidi che gli tempesta il volto, do una pacca sulla nuca: - Bravo, ho saputo che hai fatto la fuiuta! – quando in queste zone una ragazza rimane compromessa o, come si suole dire, spaddata, non più illibata e per lo più incinta, se la sua età e le sostanze delle rispettive famiglie lo consentono, si procede a un matrimonio riparatore, viceversa i ragazzi rimangono l’intera notte fuori di casa e si rende noto al quartiere della loro “fuga” d’amore e quindi lo si forza ad accettare la loro convivenza – E quanti anni ha?
- Ancora non è nato, maschio è, di sette mesi! – dice con orgoglio il futuro deficiente padre.
- Ah, bene, ma io ti chiedevo di tua mogliera.
- Ne deve fare quattordici.
- Beata gioventù! E la tua di mogliera come sta? – chiedo a Peppino, vent’anni, dalle fattezze di uno Iancelo cresciuto, occhi azzurri, capelli biondo cenere, espressione incattivita e idiota.
- Mi dà sempre pobblemi. Vuole fare di testa sua.
- Ma tu ce l’hai fatto capire chi comanda?
- Come no? Ce ne do tante da farle saltare la testa, anche davanti a tutti ce le do. Ma lei, sa che fa? Mi minaccia che se ne va se ce le do ancora. Io ce l’ho detto: “Uno di ’sti giorni prendo un bastone e ti ammazzo”…
- Che ci vuoi fare, Peppino, ci vuole pascienzia con le femmine. E tu? – dico rivolto al terzo, Roberto, detto Robbetto, di appena diciassette anni, ma con le idee chiare sul suo avvenire; è uno scaltro, che sta ad ascoltare e ha sangue freddo da poterlo donare all’Avis; presto gli affideranno un incarico di responsabilità e salirà agli onori della cronaca, vivo o… morto – Sempre scapolo d’oro?
Sorride appena, senza scomporsi: - Che ci posso fare, è come il vino. Oggi ne assaggio uno, domani un altro. Mi piace cambiare sapore.

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giovedì 29 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 26p

[continua dal post precedente]

Rapidamente il terzo – in tutto simile al precedente fuorché nel colore nero della tunichetta e nelle bande laterali di un rosso vivo - prende il suo posto e la parola: - Oh, amato popolo, nessuna confessione di colpevole omissione avrai da noi, giacché sappiamo e sapevamo, ma ciò non è colpa, bensì supremo disegno. Ivi, infatti, si formano i guerrieri, è vero, ma non le idee che li moveranno. E come il buon pescatore rinunzia alla piccola preda per attendere che essa il conduca alla più grande, così pure noi facevamo e facciamo.
La visione degli ultimi due si offre al pubblico contemporanea. Sono figure gemelle, coperte da una lunga veste bianca maculata di caratteri di stampa a inchiostro nero, tra cui si distingue una versione multilingue della frase “la verità vi renderà liberi”. Mentre, però, la maschera di una ha lo sguardo accigliato e un bavaglio sulla bocca, l’altra con gli occhi accentuatamente strabici ha un orifizio buccinatore spalancato e sta prendendo la parola: - Oh, amato popolo, ben più gravi incombenze ci sospingono nel nostro arduo travaglio. La cosa pubblica, il nostro adorato paese, l’ideale istesso di democrazia chiedono la nostra voce. Una nuova era si annuncia di ampi cambiamenti politici. Nuovi uomini ambiscono alla rappresentanza vostra, o popolo, e voi siete chiamati a una dura elezione. Come, altrimenti, potreste senza la nostra indispensabile diffusione del vero giungere a una scelta?
Ciò detto, gli attori rivolgono nuovamente le schiene alla platea e richiudono il cerchio.
Contemporaneamente il ragazzo coi capelli ingellati e lo zoppo in ciabatte e tuta acetata scendono dalla Mini - status simbol delle famiglie affiliate, insieme a ciabatte e tuta acetata, naturalmente – proprio davanti a un edificio fatiscente. Uno dei tanti con uno sportello d’automobile appeso al muro, quale iconica insegna del loro negozio di autoricambi, direttamente rifornito dallo sfasciacarrozze dirimpettaio. I due attraversano e si avviano verso gli enormi cumuli di lamiera arrugginita.
- Che è amico tuo quello dello spascio? – mi chiede Savvo.
- Da questo momento meno parli meglio è. – e accenno un saluto con la testa al padrone dell’impresa, un grassone di centoventisette chili su una sedia, per lui monochiappa, intento a operare un nuovo traforo – sembrerebbe dalla foga impiegata – nella sua cavità nasale.
Una stretta apertura sul retro, chiusa da una lamiera ondulata e fil di ferro, conduce ad uno slargo in terra battuta, in cui troneggia un magazzino. In effetti, è un po’ troppo dire “troneggia” per questa bassa costruzione quadrangolare dall’intonaco decrepito, la zoccolatura rosa dall’umidità, il gigantesco portone arrugginito, le strette vetrate della sotto falda in frantumi; l’unica cosa a cui si adatta è l’alto fumaiolo in mattoni rossi ben visibile anche dalla strada, unico vestigio del suo passato di raffineria di zolfo. Ma entrandovi all’interno si è sicuri di osservare un bell’esempio di riqualificazione dell’architettura industriale dei primi del novecento: le pareti interne, compreso il tetto (di cui hanno fatto scomparire le coreografiche, ma inutili volti a botte), sono rivestite di materiale ad alta coibentazione acustica che ha l’aria vagamente capitonné; dieci banconi numerati da tiratori, separati gli uni dagli altri da vetri antiproiettile e dotati di cuffie insonorizzate; altrettanti bersagli a sagoma umana, fissi e mobili, a mezzo busto e figura intera, sistemabili in base alle esigenze; un piccolo angolo bar con la macchina per espresso, annesso ragazzo macilento e butterato in divisa bianca, gli immancabili “pezzi di tavola calda” (pizzette, cartocciate, arancini, bombe, cipolline…), raffinatezze per la prima colazione (panzerotti, graffe, treccine, cornetti, brioche e granite nella versione estiva) – alcuni dei pochi motivi per dirsi fortunati di avere avuto qui i propri natali – e bibite varie, tra cui si escludono gli alcolici per ragioni di ordine pubblico; due tavolini biposto, quattro sedie e sei sgabelli accanto al bar; un piccolo ufficio a vetrate e veneziane per la gestione e, infine, “A stanza”.

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mercoledì 28 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 25p

[continua dal post precedente]

In ogni caso, ritornando allo spunto della mia digressione, l’indomani sera, dopo aver assistito alla stoica fine del Nazareno, a causa della calura asfissiante della giornata e dell’umidità della notte, il mio corpo-ospite emanava un tale tanfo che io stesso lo sopportavo a fatica e tutti i residenti di Gerusalemme che incontravo, nonostante puzzassero come capre, non potevano fare a meno di schivarmi disgustati. Per la fretta che mi era occorsa di lasciare quel fardello puteolente alle mie spalle l’avrei volentieri depositato lì in mezzo a quelle stradine, ma qualcuno dei conoscenti avrebbe potuto trovare bizzarro che un uomo, poco prima in piena forma, desse già i primi segni di decomposizione. Mi toccò dunque allontanarmi il più possibile dal centro abitato, trovare un albero sufficientemente alto (cosa che con tutti quegli ulivi non fu per nulla evidente) e lì simulare il gesto plateale dell’impiccagione per sensi di colpa.

- Comunque – riprende mantenendosi sempre un po’ discosto da me -, pe’ rispondere alla tua domanda, sì che c’ho penzato alla tua proposta e ti volevo dire che sono molto onorato di accettare. – BINGO! – Non me ne fotte niente della scuola. Posso lavorare pe’ te a qualunque ora del giorno e della notte, ché il lavoro non mi spaventa.
- E bravo Savvo! – accompagnato da una pacca sulla spalla – Da te non mi aspettavo niente di diverso. Vedrai quante femmine da ora in poi… pare che sentono il ciauro di ’ste cose. Intanto vieni con me, ti porto subbito a conoscere alcuni amici.
Mentre un ragazzo, dai capelli appiccicati sulla fronte dal gel, e uno zoppo, in tuta acetata e ciabatte da mare, salgono sulla fiammante Mini Minor di quest’ultimo, l’inquadratura cambia repentinamente staccando su un piccolo teatro greco. Il teatron, di una ventina di gradoni, è gremito di un pubblico ricercatamente elegante, compito e anche in parte incerto su cosa attendersi, se una komoidia o una tragoidia. Malgrado, infatti, il coro sull’orchestra abbia la maschera tragica della narrazione di tremende sciagure, sopra la quale svetta l’onkos, l’alta e imponente acconciatura boccoluta, e vesta il lungo syrma di lino nero, poco distanti sulla skéne gli hypocrités, gli attori, sono abbigliati in modo alquanto insolito. In realtà, anche la loro postura lascia interdetti, in quanto le loro braccia si intrecciano a formare una sorta di anello richiuso su se stesso dall’incontro delle loro teste nel punto centrale. Poi, finalmente il corifeo intona il suo canto con il resto del coro che gli danza intorno.
- V’è un luogo della Katane antica dove le strade son come voraci serpenti che mutano forma e aspetto a loro diletto. Ivi nulla è cambiato da parecchi lustri, tanto che le dimore sembran tutte tuguri un po’ frusti. Vive di raccolta di ferro vetusto e disfa carri di per se stessi mossi il popolo dalla cui arte ottiene l’obolo. Nascostamente dalla milizia si gioca di furbizia. Contro la polis si trama preparando perigliosi guerrieri, più cupidi di rapaci sparvieri. Ché dietro mentite spoglie di capanna il volgo empio di Ares crudele cela un tempio.
Il corifeo tace e il coro gli gira intorno picchiettando ritmicamente su tamburelli. Nello stesso istante in cui la luce si spegne sull’orchestra, gli “ipocriti” – modernizziamolo così – rialzano le loro teste, sciolgono il loro intreccio di membra, benché rimangano in cerchio, e ruotano su loro stessi, rivolgendosi questa volta al teatron.
Il primo a parlare è chi si trova di fronte al centro dell’emiciclo teatrale. Porta la syrma, questa lunga tunica tragica, ma una grossa imbottitura gli ispessisce il ventre proprio come un personaggio comico e anche la sua maschera è grottescamente sorridente. Infine, una lunga fascia tricolore gli penzola a tracolla dalla spalla al fianco: - Oh, amato popolo, ciò che odo grande doglia mi induce. Pur tuttavia, quantunque di sì vasta gravità sia la denuncia, a discolpa invoco la mia più totale ignoranza di tale macigno che scopro incombere sulla città. Quinci giuro sul mio onore che i cittadini uomini d’arme saranno immantinente fatti conti.
Pronunciate queste parole, il circolo gira in tondo quel tanto che basta per far posizionare in luogo del politico il secondo personaggio. Questi ha anche lui un addome prominente, ma sotto una tunichetta - che gli lascia scoperte due magre gambe villose – di colore azzurro grigiastro con strisce bianche lungo i fianchi. La maschera è quella dell’eroe senza macchia e senza paura pronto al sacrificio per il bene della comunità. E proprio dalla maschera arriva stentorea una voce: - Oh, amato popolo, grande rammarico sento nel confessare che, ahimè, sì, noi si era edotti di tale scandaloso flagello, che, se fosse stato in nostro potere, avremmo già da tempo debellato. Ma come possiamo – si batte vigorosamente il petto e si lacera le maniche della veste, lasciandole a brandelli – con nessuna copia di uomini e d’arme provvedere al benessere della città nostra?

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martedì 27 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 24p

[continua dal post precedente]

Così è la vita. E poi, come si dice, va bene essere buoni, ma visto che è inutile, tanto vale vincere la mia scommessa: - All’alba vincerò, vincerò, VINCEROOOOOO!
- Ciao, Pippo, che ti sei dato alla lirica? – lo sento quasi allegro alle mie spalle, quando mi volto e abbasso le braccia che avevo alzate platealmente durante la mia declamazione canora.
- E, ragazzo mio – gli dico cingendogli le spalle, continuando a camminare -, bisogna sapersi accontentare di quello che la vita ci offre: questo è il segreto della felicità. Ma tu c’hai poi ripenzato all’offerta che ti ho fatto?
Si scosta da me quasi di scatto portandosi una mano davanti al naso e alla bocca: - Non per offenderti… ma che hai gettato un pirito?
Scoppio a ridere di gusto: - Non precisamente, ma il mio corpo sta rilasciando qualche gas, questo sì, lo devo ammettere.

Accadde anche quella volta con Yehudah Isqeriyyot in piena Gerusalemme e speravo che fosse anche l’ultima. Erano già trascorse parecchie settimane dalla mia inutile visitina a Yeshua nel deserto di Negev. Ti devi proporre in maniera vincente, da dominatore di popoli oltre che da guida spirituale, lo capisci? Il santone funziona per un po’, ma poi la gente vuole “sangue e arena”. I miracoli? Sì, certo, quelli vanno bene, benissimo anzi. Devi mostrare lungimiranza, però, benedetto ragazzo! Ti ci vuole una famiglia e bella numerosa anche, per avere un tuo clan, dei successori, cospicue finanze, un progetto d’espansione territoriale, una strategia bellica. Quando il discorso cominciò a volgere sul versante della concretezza si chiuse a riccio e mi accusò di essere satana tentatore, mi intimò di andarmene via rivolgendomi i più turpi appellativi di immondo serpente e addirittura di Belzebù. A me, Signore delle mosche! Quella era la riconoscenza per tutto il mio interesse prodigatogli fino a quel momento? Che se la vedesse con Lui in persona, se questo era il suo desiderio, io me ne lavavo le mani. Così, quando Lui mi mise alle strette con un perentorio “il tempo volge al termine” la mia scelta cadde quasi forzatamente su Yehudah.
Si dà il caso, infatti, che proprio dal ritorno dal Negev il Nazareno raccontasse ai suoi apostoli dell’accaduto e, mentre undici di loro da assoluti pecoroni assentirono e annuirono privi di libero arbitrio, l’Isqeriyyot si mostrò molto meno condiscendente, rilevando i vantaggi di un’organizzazione politica terrena sostenuta da Dio stesso. La sua posizione minoritaria unita al preconcetto che chi facesse il cassiere, pur se funzione necessaria e in ciò incaricato, fosse per sua natura venale e gretto, lo rendevano il mio candidato ideale. E, a sua discolpa, devo precisare che Yeshua iniziò a sospettarlo di tradimento quando ancora il suo animo ne era lontano e cioè molto prima che io prendessi possesso del suo corpo.
In realtà la sera prima della Pesach mi ero appena infilato dentro Yehudah e non intendevo liquidare la faccenda in maniera affrettata con un progetto raffazzonato in giornata. Tant’è che mi accingevo ad assaggiare la cena anche con un certo appetito, quando Yeshua se ne uscì con una provocazione bell’e buona:
- In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà.
I discepoli naturalmente rimasero basiti e io con loro. Non è che uno, mentre è tranquillamente seduto a tavola, si può sentire accusare così impunemente e continuare a cenare come se niente fosse, non vi pare? Ci guardammo tutti negli occhi coltivando il sospetto e l’inquietudine, anche se la maggior parte, per i motivi più sopra riportati, rivolgeva a me gli sguardi più perplessi.
Poi Johanne figlio di Zebadya, il suo cocco, gli si avvicinò e gli disse: - Signore, chi è?
E così, senza troppi complimenti il Nazareno rispose: - È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò. – quindi spezzò una matzah, già non particolarmente saporita di suo, vi unì un ciuffetto di cicoria (sono sicuro che scelse apposta proprio la cosa più amara del piatto del séder) e me la porse, aggiungendo - Quello che devi fare, fallo al più presto.
Ora, non credo di essere particolarmente paranoico né eccessivamente suscettibile se me la presi a male. Tanto valeva additarmi fin da subito, senza tante manfrine. Invece no, a lui piacevano queste menate ieratiche, che lasciavano dei sottintesi, delle ambiguità, tipo rispondere, a chi gli domandava “sei tu il figlio di Dio?”, “sei tu che lo dici”. E che razza di risposta sarebbe? Sei tu che lo dici! E se uno solo dei suoi interlocutori avesse avuto un po’ di sano acume in corpo, gli avrebbe dovuto ribattere: “Io non lo sto affatto affermando.”
A quel punto, cos’altro mi restava da fare se non andarmene indignato e rispondere immediatamente alla sua aggressione? Sapevo che subito dopo cena sarebbero andati al giardino degli ulivi presso il torrente Kedrion e lì indirizzai i sacerdoti del sinedrio, da cui io stesso (al deserto del Negev ovvero il buon Yehudah, in altre occasioni, prima della mia intrusione) lo avevo messo in guardia. Per quanto riguarda poi i trenta sicli d’argento e il bacio del tradimento, sono entrambe delle frottole raccontate ad arte, la prima per corroborare la tesi della mia venalità, la seconda assolutamente gratuita dato che i sacerdoti conoscevano Yeshua quanto me e non avevano bisogno di nessun che lo additasse per la cattura. Diciamo che fu uno sfogo di rabbia il mio, che probabilmente il vero apostolo non avrebbe avuto. Ma, se considerate che entro tre giorni comunque qualcosa mi sarei dovuto inventare e che il sinedrio presto o tardi se lo sarebbe tolto dalle scatole, potete valutare quanta pressione abbia esercitato sugli eventi storici il presunto Yehudah Isqeriyyot.

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domenica 25 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 23p

[continua dal post precedente]

Savvo la lascia in quello stesso istante, forse interrogando con lo sguardo la madre, che abbassa gli occhi per non incrociare quelli di lui, poi corre alla porta. Mentre la spalanca con vigore e si precipita fuori, fa appena in tempo a scorgere un tizio, timoroso – riesco a far combaciare le poche impressioni della sua rapida occhiata con la figura intravista al portone d’ingresso pochi istanti prima -, sulla cinquantina, di media statura, piuttosto pingue, completamente calvo, con un impermeabile color cachi.
Sente la porta chiudersi alle sue spalle, mentre è già una rampa più in basso e il suo cervello inizia a macinare come non mai. È venuto per mia madre… no, è venuto per “lei”. Mia madre non lo avrebbe permesso, non può essere venuto per “lei”. Quel cornuto ha sempre detto che non è sua figlia, ma mia madre non lo avrebbe lasciato fare, quel palla di lardo pelato è venuto per forza per mia madre. Ma perché allora l’hanno fatta vestire in quel modo? Certo c’è la cresima… deve essere per la cresima. Mia madre non lo avrebbe lasciato fare, quella puttana! La stavo portando giù con me e lui ha detto di no… perché c’era quello dietro la porta. C’era quello dietro la porta e “lei” era vestita come per un matrimonio. Si blocca improvvisamente a metà scala, senza sapere con certezza cosa fare e perché farlo, se non per sfogare una rabbia estrema, un malessere che altrimenti gli scoppierebbe dentro distruggendolo. Risale di corsa, finché il primo ostacolo non si trasforma in un bersaglio da colpire e abbattere con quanta furia ha in corpo. La sua porta di casa, come prevedibile, non cede alla raffica di pugni e calci con cui la sta tempestando, ma una reazione arriva ugualmente, senza farsi molto attendere.
L’ingresso si spalanca di botto e dietro c’è suo padre, ancora di una spanna più alto di lui, molto più robusto, un’espressione truce (che Savvo ha tentato più volte, ma invano di imitare) e con una poderosa cinghia dei pantaloni in mano. Non si scambiano neanche una parola, un insulto, una minaccia. Savvo, da buona bestiolina selvatica che capisce per istinto quando il suo avversario non è neanche lontanamente alla propria portata, esegue un rapido dietro-front, divorando una rampa dopo l’altra, e solo quando risuona il secco pulsante di apertura del portone principale sente la porta di casa richiudersi di schianto.
A questo punto, potremmo aprire un lungo dibattito sull’ingiustizia nel mondo, sull’infanzia rubata, sulla devianza nelle periferie, sulla povertà di valori e la sua correlazione con la povertà economica o sulle deprivazioni psico-sociali che avrebbero spinto il signor e la signora La Rosa a giungere a questa risoluzione, ma, a parte consolare le vostre coscienze stabilendo una vostra ferma condanna pur nella comprensione del dramma generale, a chi gioverebbe? Non di certo ad Agata che in questo momento sarà ancora prona con il vestitino a fiori gialli sollevato sulle magre natiche ad aspettare che lo stantuffo di quell’uomo calvo e flaccido finisca il suo andirivieni. Non a sua madre che, praticando la professione dalla stessa età della figlia e con un processo di iniziazione molto simile, ritiene di averle assicurato una rendita per il futuro. Non al signor La Rosa, padre biologico di Savvo, ma non di Agata né di Pino, e quindi perciò stesso non interessato all’eventuale oltraggio perpetrato ai danni di ciò che non è sangue del suo sangue. E infine neppure a Savvo fornito di difese cerebrali da testuggine con carapace adamantino.
Infatti, mentre sta allontanandosi con piè veloce dall’avita magione il suo percorso mentale ha già deviato verso ragionamenti tranquillizzanti, confortanti fino ad arrendersi serenamente all’evidenza dei fatti.
- ’Sta gran buttana, non ce ne bastava una in famiglia e ’st’altro cornuto, se prima ce lo dicevano sghezzando ora ce lo dicono serio… peggio per lui, a me che me ne fotte. Tanto la chiamavano A ’ngrasciata anche prima, ’sta buttana, come sua matri… ché alla fine tutte le femmine sono buttane. A loro che ci costa? Aprono le cosce e senza fare niente buscano soldi. Quattro sivvizi a casa e hanno finito. C’hanno i protettori, non si fanno carcere. Che bella vita! Se nasco un’altra volta, voglio nascere femmina. ’Ste buttanazze, che quando finiamo in carcere si buscano pure i nostri soldi e si comprano i vestiti firmati e quaranta para di scarpe col tacco tutte le stesse e quando ci vengono a trovare fanno “Amore, amore mio, non posso vivere senza di te” e altre minchiate pe’ pigliarci per il culo che macari c’hanno addenunziato proprio loro.

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sabato 24 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 22p

[continua dal post precedente]

Rimane un’ora, venticinque minuti e trentaquattro secondi sotto la sua splendida palafitta di cemento di ventun piani a ridere e scherzare con gli amici di sempre, circondati dagli effluvi – che sembrano trovare di loro gradimento – di un condotto degli scarichi urbani en plein air. Vi ho già esposto il mio parere sulla grave carenza di un misurometro olfattivo, vero? Mi sembra riduttivo esclamare un semplice “che puzza!” o ricorrere a richiami esperienziali, tipo “peggio di un cane bagnato” o “e che si è aperta la fogna?” ovvero i vari “puzza di carogna”, “di uovo marcio”, “di piscio di gatto”, “di merda”, “scoreggia di puzzola”, “alito d’inferno”, “cloaca massima”, “tanfo da stalla”, “fetore di uno che non si lava da un mese”, “lezzo putrescente”, “miasma mefitico”, “esalazione pestilenziale”. Quanto meglio sarebbe, soprattutto in situazioni di una certa ufficialità, usare un – battezziamolo così – coprometro, da zero a dieci unità, dette cop, in cui zero sta per nessun puzzo e dieci, quella da svenimento collettivo. Ad esempio, per una fogna a cielo aperto un giornalista denuncerebbe un tasso di 7,8 cop nell’aria. Non vi pare molto più professionale? Comunque, lo dico per voi, perché in fondo io non resterò ancora per molto in questa sgradevole condizione.
Quando decide finalmente di risalire a casa, l’atmosfera che vi respiro attraverso la sua mente ha un che di polvere di fata nebulizzata da Campanellino. E come se i miei incubi si stessero materializzando, vedo un appartamento tirato a lucido e dove l’ordine regna sovrano, un dolce tepore diffuso da stufette elettriche, tende e persiane spalancate al piacevole sole invernale e ad un cielo di un azzurro irreale, mentre un odore di ragù e lasagne da giorni di festa pervade persino la rampa di scale antistante l’ingresso. Un assurdo déjà vu di una mia commedia, di una mia pura immaginazione. Che a furia di frequentare Chi sappiamo, avessi acquisito una parte del suo immenso potere? Ma anche ammesso e non concesso che così fosse, considerato il lasso di tempo intercorso tra l’idea e la sua ipotetica realizzazione, per riuscire a far avverare un desiderio or ora immaginato, sarebbe comunque trascorso un intero giorno, restringendo ancor di più il già assottigliatissimo periodo a mia disposizione. Ahi, lasso, me misero, me tapino! Per sovrappiù la dolce mammina veste abiti borghesi e uno smagliante sorriso equamente distribuito sui suoi tre figli. Ha cucinato la torta variegata, la preferita di Agata e le chiede gentilmente di andare nella camera dei genitori. Lì l’attende anche suo padre con un abitino bianco a delicati fiori gialli, calze chiare autoreggenti e una raccomandazione – un po’ brusca, in verità – di provarlo, pettinarsi i capelli e togliersi il trucco.
Savvo non se ne stupisce più di tanto, sapendo che di lì a poco la sorella avrebbe dovuto ricevere la cresima, ma, quando la vede vestita come una collegiale con tanto di fascetta tra i capelli, è tale il contrasto con il suo abbigliamento abituale che non può trattenersi dal ridere a crepapelle. Arriva un immediato “tagliala” da parte della madre, a cui segue un “uffa, lo vedi che è sempre lui a cominciare” di Agata, che per poco non scoppia a piangere per l’umiliazione, e un immediato “tagliatela, tutti e due” del padre, proprio qualche secondo prima che Piagnisteo cominci il suo controcanto.
Ed è così, senza neanche un urlo e uno schiaffo, che la famiglia La Rosa si siede a tavola in piena e assoluta armonia. Si mugugna qualcosa sulla bontà delle portate, si guarda distrattamente la TV, si commentano con passione le ultime notizie calcistiche, si gusta il dolce e si consente persino che Savvo chiuda in bellezza col caffè e l’ammazza caffè, insieme ai genitori. La sensazione è talmente piacevole che il ragazzo non prova per nulla il bisogno di correre a razzo in cortile, come tutti gli altri giorni, e si attarda in quella cucina inondata di sole. Se ne avesse mai avuta l’abitudine abbraccerebbe qualcuno, invece di rimanere immobile – almeno così lo immagino io – con un sorriso beota stampato in faccia.
E anche quando suonano alla porta e suo padre gli indirizza un frettoloso “ora è meglio che vai”, Savvo stenta a cogliere la perentorietà dell’invito.
Il suo cuore è colmo di dolcezza e quasi dimentico che in quella casa le parole di suo padre non si discutono, gli ribatte senza malizia: - Non ho fretta oggi, scendo più tardi.
3, 2, 1, 0… un count down brevissimo e l’idillio si spezza con un vigoroso manrovescio che lo fa ritornare bruscamente alla realtà. Allora, come mosso da un riflesso condizionato, prende per mano Agata e sta per trascinarla fuori.
- No – il padre strattona la ragazzina, trattenendola -, lei rimane qua.

... continua

venerdì 23 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 21p

[continua dal post precedente]

Atto II - 23 dicembre: ... casca il mondo...
-2 (in Sicilia, periferia di Catania)

Un grigio pianoro invernale immerso nella nebbia più fitta: tutto alita di morte, i suoni assorbiti dalla coltre brumosa come anche i fantasmi di aridi stecchi che si intravedono quando già vi lacerano le carni al passaggio. Ovvero l’abbacinante riverbero solare contro gialle dune sabbiose, mentre il tremolio dell’aria soffocante, lontano, evoca miraggi liquescenti; neanche un alito di vento modifica quelle colline disertate persino da scorpioni e vipere cornute. O infine, l’interminabile distesa artica nel cui gelido biancore si animano solo le glauche riflessioni sovrastanti; ghiacci e ancora ghiacci che immobilizzano l’esistenza in silenzi siderali, senza echi, sibili, tonfi.
Qualunque creatura sensibile davanti a tali scenari si sente attanagliata da un profondo senso di solitudine per la desolazione che lo circonda, un orrore ineffabile e titanico che induce cupe riflessioni sulla finitezza e piccolezza dell’essere. DIO, PERCHÉ MI HAI FATTO NATO? Perché esistere, se tutto intorno a me è una valle di lacrime? Domande sul fato crudele o sulla beffarda casualità del creato si intrecciano inestricabilmente a rivelare solo un unico lacerante sentimento: io soffro.
Se riuscite a immaginare tutto questo, sarete comunque ancora lontani dal comprendere il mio senso di smarrimento di quella mattinata in compagnia dei pensieri di Savvo. Dopo averlo visto entrare a scuola, ho temuto che fosse morto tanto assoluta era la sua quiete cerebrale.
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(encefalogramma di Savvo fino alle h 10:10)
Il risveglio dalla sua letargia coincide con la campanella della ricreazione ed è un tutt’uno con il richiamo ormonale.
Infatti, si registra: - Minchia che sangue che mi fa Samantha! E quando l’insulto ci piace, fa la parte che si arrabbia, ma lo vedo che ci piace, perché non si allontana. Si volta, ma resta lì ferma. Tra un poco mi ci fidanzo di sicuro. Ma non la devo calcolare troppo sennunca penza che ce l’ha solo lei… e poi che figura ci faccio se me ne resto in classe come tutti questi babbi di minchia che hanno paura della professoressa?Ah, c’è quel mio compagno ripetente in prima che è della famiglia Alessi: un tipo sperto. Ce lo devo domandare a mio cucino Pippo se ci possiamo inzegnare noi qualche cosa della vita. – come sei ingenuo, Savvo, ti pare che gli Alessi stiano aspettando i Cosentino per dare qualche lezione tecnico-pratica ai loro ragazzi! - Era in succursale prima, poi lì ha buttato a terra una professoressa e lo hanno messo in centrale. Così, ci pare al preside che è più facile controllarci, ma noi ci mettiamo assieme un paro di amici e facciamo quello che vogliamo lo stesso. Oh, ma che c’hanno tutti da ridere’sti picciriddi? E Alessi è diventato più rosso di un peperone. Come, come? Gianluca ha controllato nel registro e Alessi non ha tredici anni, ma undici. È stato sbentato. – ride per alcuni minuti – Che faccia che ha fatto Desi quando ce l’ho detto! Lei che penzava di essersi fidanzata con uno più grande, mentre Alessi era più piccolo di lei. Minchia, la ricreazione è finita e ora chi c’è? Ah bello, inglese, sono un mostro in inglese, la professoressa mi ha messo buono la volta scorsa perché io ci studio sempre con lei. È troppo simpatica ’sta professoressa e poi c’ha due zinne… beato suo marito!
Vi risparmio l’intera ora di tombola in inglese con tutte quelle faccette felici e soddisfatte e soprattutto i saluti finali (perché oggi c’è mezz’orario in quanto antivigilia) farciti di auguri di natale, di buoni propositi per l’anno nuovo, baci, abbracci e dolcissimi sentimenti di compassione e amore per il prossimo, perché mi sale la nausea a solo ripensarci e perché, se durassero più di qualche minuto, potrei dirGli fin da subito: “Va be’, mi arrendo, troviamo una mediata transazione allo scioglimento del nostro contratto”.
Eppure stavolta si stanno prolungando, eccome, lungo tutta la strada di ritorno a casa, con Savvo che tiene per mano Piagnisteo – che non strepita, né urla e nemmeno piange! Si limita a trotterellare al fianco dei fratelli, il piccolo moccioso impertinente – e non picchia neanche una sola miserabile volta A ’ngrasciata. Si limita, è vero, solo a ripercorrere le tappe prossime future della sua conquista di Samantha e a ipotizzare vagamente di mettere la testa a posto per lo studio, senza che in ciò sia ravvisabile una folgorazione sulla via di Damasco – come paragonare la luce di una candela a quella di un faretto da tremila watt -, ma, sarà che il tempo si assottiglia e subisco sempre un po’ d’ansia da prestazione, sento crescere l’inquietudine.

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giovedì 22 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 20p

[continua dal post precedente]

Certo, due o tre metri riusciamo persino ad avanzare in bell’ordine sulla Strip, prima che un mega incidente a catena paralizzi il vialone e comincino ad arrivare strilla concitate di panico e sirene in lontananza. Probabilmente se avessi avvertito gli inconsapevoli partecipanti della sfilata, le reazioni sarebbero state più controllate, ma vuoi mettere la spontaneità dell’effetto sorpresa?
La volpe è la prima ad allontanarsi dai propri compaesani e cercare una via di salvezza nelle stradine laterali, prontamente seguita dai cinquantanove foxhound molto più pronti dei loro terrorizzati padroni ad acclimatarsi alla nuova atmosfera festaiola. I cavalli senesi e quelli dei pionieri – a corroborare la teoria delle invarianti storiche di Vico – soffiano, scalpitano, nitriscono per poi dare di matto, quasi travolgendo i poveri cinesi sotto il drago e andandosi a scontrare con le auto in arrivo. I pionieri, con tanto di carri, danno quindi inizio a pirotecniche fughe dalle auto in arrivo della polizia. Soprassiederò sugli innocui giocolieri, guerrieri masai, majorette e banda che bestemmiano, come anche sugli Arancioni che pregano, entrambi compostamente.
Mentre uno spettacolo a parte organizzano i romani. Un “bravi, bravi e ancora bravi” dagli sposi! Indimenticabile! Allo smarrimento iniziale rispondono in modo assolutamente impeccabile, schierandosi di fronte alle “mirabiles luces” dei fanali in pieno assetto di guerra. Ogni centuria si distribuisce prontamente in cinque manipoli disposti a scacchiera, gli scudi a testuggine, e avanzano emettendo dei rochi e spaventosi suoni gutturali.
All’unico tassista calvo di mezza età che esordisce: - Cos’è questa pagliacciata? Qualcuno la pagherà cara! - risponde un boato che lacera l’aria, provocando la fuga urlante di centosessantasette persone.
Una camionetta di Las Vegas Channel, fermatasi con perfetto tempismo a pochi metri dalla scena, rigurgita un opinionista in redingote fucsia con un furbesco sguardo felino, un orrendo cameraman e una graziosa cronista.
Quest’ultima sta blaterando: - … quando il clima prenatalizio è stato irrimediabilmente turbato da questa grottesca parata, di cui ancora si ignora l’autore o più probabilmente gli autori. Sembrerebbe ancora al vaglio l’ipotesi di una manifestazione non autorizzata di no global ambientalisti. La scenetta della caccia alla volpe farebbe, infatti, presupporre un chiaro intento provocatorio, così come la presenza di cavalli e fantini dovrebbe riaccendere il dibattito sul doping agli animali da corsa. Secondo lei, Mister Behemothson, quali motivazioni si celano dietro le altre rappresentazioni simboliche?
E l’opinionista, nelle cui sembianze si intravede, l’avrete già capito, il qui presente Io narrante (com’è facile manipolare e illudere la mente umana!): - Beh, vede, a mio parere il drago cinese va letto come allegoria dell’attacco economico della Cina all’occidente – lei annuisce, la mente obnubilata dal mio fascino – e al contempo riferimento ad una produzione massificata e spersonalizzante. La carovana di pionieri che sbanda e devia è evidentemente una bacchettata moraleggiante contro il nostro paese che, secondo questi, mi lasci dire, terroristi avrebbe per l’appunto abbandonato la retta via delle sue origini: la solita menata anticapitalistica di bassa lega, insomma.
- E i soldati romani? Sono stati forse inseriti come puro elemento di disturbo? – incalza la bella cronista.
- Oh no, mia cara, mi duole contraddirla, ma nulla è stato lasciato al caso, anzi direi che sono proprio loro la migliore chiave di lettura, in quanto più di chiunque altro incarnano l’arroganza dell’imperialismo, che costoro – e indico con un punto indefinito i presunti manifestanti no global – rimproverano ingiustamente agli Stati Uniti.
- Una cosa, però, gliela si deve riconoscere: quanto a realismo e cura dei particolari sono ineccepibili. Parlano persino in latino.
- Sì. – ammetto con sufficienza – Da quando Mel Gibson ha lanciato questa moda, sembra impossibile farne a meno.
- Mi pare di aver colto l’urlo vadete retro, buccae inferorum, cioè indietro, bocche dell’inferno, mentre sferravano il loro attacco vandalico, distruggendo fanali e carrozzerie delle auto bloccate dal loro passaggio.
- Indubbiamente molto suggestivo. – borbotto guardandomi le unghie e facendo intendere che penso diametralmente l’opposto – Ma il miglior modo per combattere questa cancrena sociale è il silenzio dei media. Questi eventi hanno un senso solo nella nostra civiltà, in cui ciò che è privato deve diventare pubblico e ciò che è pubblico non può che essere planetario. Spegniamo per un attimo i riflettori della notorietà su tali individui – dico con un sorriso accattivante rivolto alle telecamere – e scopriremo che non hanno maggiore consistenza di una bruma estiva, anzi che non esistono affatto. Creda a me: alle prime luci dell’alba si saranno dissolti nel nulla come ombre del passato. – sento la cronista scossa da un tremito per l’inquietudine di una realtà parallela sfuggita allo spazio-tempo che la mia mente le infonde – Schegge impazzite di società-fantasma, che invadono questa notte festosa mascherando il natale con i colori di un grottesco halloween. Scorrazzeranno per le strade tentando il saccheggio di un’atmosfera che non gli appartiene e, quando l’Aurora dalle rosee dita si mostrerà timida ai mortali, i loro piccoli fuochi fatui scoppietteranno verso il cielo, perdendosi in fumi sempre più tersi… in un PAF!

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mercoledì 21 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 19p

[continua dal post precedente]

Gli offriamo il restante spettacolo delle nostre fortune, mentre miagolo a pieni polmoni: - Vengaaaano, Lor Signori, vengaaaano. Si avvicinino ad ammirare questa meravigliosa coppia felina in rosa – faccio un inchino e Maria-Elena con me -, il colore del primo sbocciare di un sentimento, della primavera dei cuori, due cuori che si amano e a cui la sorte sorride benigna. Vogliate graziosamente presenziare alla cerimonia delle nostre nozze prossime venture, ma più prossime che venture, dato che si terranno immantinente all’uscita da questo casino, cassino, monte, pianura, landa, deserto, miraggio, mirage, dove il cerchio si chiude e la favola di quant’è bella la vita, arrivata alla fine, ricomincia da c’era una volta ancora e poi ancora.
E finisco per accattivarmi la loro simpatia con laute elargizioni monetarie. Ci fanno, così, da colorito corteo nuziale – due babbe natale in succinti pantaloncini rossi, un alcolista anonimo dalla pelle untuosa e verdastra e (ancor peggio) camicia hawaiana mal abbinata a pantaloni giallo canarino, un gruppetto di post adolescenti reduce da un rave party del giorno prima e pronto a lanciarsi in un’ennesima sfida all’ultima emozione, un’anziana che ha già perso mille bigliettoni a inizio serata, una giovane coppia italiana in luna di miele (che fausto augurio!) che ha trovato tanto trendy sposarsi nella capitale del kitch, un buffo tipetto di razza bianca, quarantadue anni portati male, chierica, papillon, giacchetta a quadri anni ’80 con tendenze ossessive compulsive, futuro serial killer -, mentre percorriamo a grandi falcate The Strip, fino a “A AAA Vegas Wedding Chapel”.
Campeggia un’enorme insegna rosso fragola con un cuore formato dall’abbraccio di due mezzi busti maschile e femminile, illuminata da un romantico neon a intermittenza, sotto doppie colonnine rinascimentali, decorate con non meglio precisate foglie (d’uva tendente all’acacia o d’acacia tendente all’uva). La nostra chiassosa processione irrompe nella minuscola cappella arricchita di fontanelle (in stile che qui chiamano genericamente “italiano”) e un chioschetto in trompe l’œil, proprio quando l’officiante sta sbucando fuori da una porta laterale.
Degna di un pallido sorriso di circostanza l’intero consesso, indirizzando un generico: - Chi ho l’onore di unire in matrimonio quest’oggi?
- Il qui presente e la mia bella, MAOOO! – gli annuncio, mentre facciamo un passo avanti, tra gli applausi sperticati.
Dal pallido sorriso il sorriso è scomparso per lasciar posto solo al pallido e il pallido mi fissa per un lungo momento e poi tartaglia la prima cosa idiota che il suo cervello da bracco sia riuscita a partorire: - Ma non è possibile sposare un gatto!
- Neanche che un gatto replichi alle tue stronzate, ma se è concesso sposarsi in questo circo costruito in una landa desolata, o di costruire osceni canili come il tuo – e indico il finto grigliato en plein air affrescato alle pareti -, oppure di aprire un museo che celebra il crimine organizzato, o ancora di ottenere un prestito per giocare d’azzardo, non vedo proprio perché ostacolare due anime gemelle nel loro sogno d’AMOORE. – e con quest’ultimo gnaulio gli sventolo sotto il tartufo una mazzetta di verdoni.
Ventimila per la precisione, che scompariranno alle prime luci dell’alba, ma che convincono il nostro restio celebrante a condurci all’altare. Al fatidico sì una bottiglia di champagne spunta tra le mie zampe e, dopo averne bevuto a garganella con Maria-Elena, ne mesco una coppa – miracolosamente tra i miei polpastrelli al momento giusto – per ciascuno degli ospiti e, finito il primo giro, verso una seconda volta. Quindi, affacciandomi nuovamente in strada, ne faccio sgorgare diversi litri, prima di offrirne a un discreto numero di passanti. Fingo che il flusso diminuisca per poi provocare nuove fuoriuscite di spumeggianti zampilli, in mezzo a stupefatte risate alcoliche.
Ma il gioco è bello quando dura poco, inoltre non intendo entrare in concorrenza con la mia stessa trovata di ‘Ain Kana. Perciò show must go on: faccio continuare la festa all’esterno. Dopo essermi messo alla guida di un nostro sgangherato trenino umano-felino con il frustino usato a mo’ di bacchetta di direttore di banda, ci muoviamo al ritmo di “Meu amigo Charlie Brown” che inizio a cantare con voce stentorea da gatto in calore. E affinché la nostra processione acquisti la grandiosità di un evento epocale, la faccio seguire da una fanfara di venti strumentisti con quaranta majorette francesi, da settantasette giocolieri svizzeri, trentadue fantini su cavalli senesi, un lungo drago rosso composto da centodue cinesi, cinquantanove cacciatori con altrettanti foxhound e una volpe inglesi, sessantaquattro Arancioni indiani, quindici guerrieri masai (gli altri sono in tour con il Cirque du soleil), una carovana di novantanove pionieri americani e a chiudere le file quattro centurie di legionari romani con tanto di pilum, gladius e scutum, per un totale di mille – perché le cifre tonde mi hanno sempre affascinato.

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martedì 20 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 18p

[continua dal post precedente]

- Ma allora si può sapere cos’hai? – le chiedo cercando di mantenere la calma, con un tono che ha ancora una vena di romanticismo, fermo sotto la copia della torre Eiffel, per acclimatarmi gradatamente dall’ultimo trasferimento.
Lei finalmente si volta verso di me e pensa: - Pensavo di aver diritto a un ruolo principale, non ad una particina da amante idiota che deve essere per forza accontentata dal regista pieno di sé!
- Prego? – fingo di non capire per essere certo che è davvero tutto qui il suo problema.
- Smettila di fare il sostenuto con me. Una costumista-streghetta, eh? Questo è il massimo che potevi concedermi della tua vita emozionante! Tu vai dal tale presidente e dal tal altro, provi ad organizzare una guerra di religione, prendi accordi con la CIA, il KGB, il Vaticano, ti godi una tortura ad Abu Ghraib oggi, a Guantanamo domani, in Cambogia domani l’altro. Mentre io, in sei mesi che ci frequentiamo, non ho fatto altro che aspettarti nei corridoi nei panni della tua segretaria, in alberghetti come tua gheisha o in località isolate e desertiche in attesa del tuo ritorno. E quando hai avuto una commedia per le mani cosa mi fai fare? La costumista-streghetta, con un accento francese che suonava falsissimo per di più! Si può sapere perché?
- Potrei risponderti che i “corridoi” erano in realtà lussuosi caffè annessi ad appartamenti presidenziali, che gli “alberghetti” erano hotel a sei stelle tra i più prestigiosi al mondo, che le “località isolate” erano resort in pieno parco nazionale keniota, ex-Paradiso Terrestre per intenderci, e che infine, poiché sei praticamente muta, ho voluto assegnarti l’accento comunemente inteso per più sexy, ma non lo farò. Ti dico, invece, Maria-Elena – e la prendo teneramente, ma con vigore tra le mie braccia – che tu meriti molto di più. Sei la mia compagna e in quanto tale ti dovranno riconoscere. Ti farò protagonista della mia esistenza e, per dimostrarti che sono sincero, organizzerò per te la più fastosa cerimonia che si sia mai vista. – mi inginocchio solennemente davanti a lei con le sembianze di Behemoth, in redingote fucsia con tuba, guanti bianchi e frustino, che ha già visto tante volte; le prendo una mano e gliela lecco pieno di passione e devozione, facendo le fusa, mentre le porgo un cofanetto – MAOOO, mia pantera, vuoi sposarmi?
La manovra è perfettamente riuscita perché Maria-Elena, sfoggiando un meraviglioso sorriso, mi titilla le vibrisse e pensa: - Sì, fai di me la tua pantera! – e mi lecca a sua volta il nasino delicato, da cui sento il suo progesterone in aumento.
Sbatto il frustino davanti ai suoi piedi ricoprendola di una tutina attillatissima in peluche rosa munita di una lunga coda eretta, mentre quindici centimetri di tulle le ornano i capelli.
Miagolo: - Sei bellissima, mia cara! – poi porgendole la zampa – E ora, andiamo a cercare i nostri invitati.
A dispetto di quanto si possa immaginare, né la nostra accoppiata multirazziale né il nostro abbigliamento destano nei passanti una benché minima curiosità.
Solo un advertising-boy, nei panni di un sandwich hamburger e formaggio, ci urla incrociandoci: - Ben fatto, ragazzi! Mi fate sentire davvero sollevato. Ora che vi ho visti posso dire con certezza di non essere il più ridicolo di Las Vegas.
Facciamo il nostro ingresso trionfale al Mirage, tra una stantuffata e l’altra di finti ceneri e lapilli misti a lava, quando ci si avvicina un buttafuori che si rivolge in cagnesco alla mia micetta.
- Non sono permessi gli animali, Signora – poi mi degna di uno sguardo in tralice -, soprattutto se privi di guinzaglio e museruola.
Mi si rizzano i peli della schiena e i baffi, mentre mostro inferocito i denti aguzzi: - La museruola a te la dovrebbero mettere, figlio d’un cane! Va’ a fare la guardia alla porta ché è quello il tuo posto, ammasso di pulci! – do una rapida sferzata davanti ai suoi stivali e, prima che possa riprendersi dallo shock, lo rispedisco all’ingresso uggiolando e dando di zampa ripetutamente dietro le orecchie, tutto compreso in un serio transfert canino.
- Pussy tesoro, iniziamo a svaligiare le slot, vuoi?
I suoi occhi cupidi sono la migliore risposta: inseriamo le monetine come un sol cuore, tiriamo le manovelle e DIN-DIN-DIN, tutti i dindini ne escono fuori. Alla quinta slot machine che sbanchiamo si è già riunito un nutrito numero di curiosi.

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lunedì 19 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 17p

[continua da post precedente]

Intermezzo: - 2 (notte)

Il momentaneo sollievo di ritrovarmi privo di quella palla al piede (che voi chiamate “corpo”), l’ansia di rivedere la mia bella, il riottenimento delle mie facoltà spirituali, la fiducia che l’avidità e il senso della famiglia avrebbero avuto la meglio su Savvo, la prossima fine di questa pessima giornata, tutto concorreva al mio buon umore. E già: rimango, nonostante tutto, un inguaribile ottimista! Ma non avevo fatto i conti con Maria-Elena.
Non c’è nessuno meglio di una donna per procurarvi una serata d’inferno, parola di questo povero diavolo.
La raggiunsi a Napoli per proporle una pepata di cozze in zona porto, Da Ciro, e poi il resto della nottata a fare fuoco e fiamme in una suite dello Sheraton. Ma lei, No che non mi sta bene. Questa città è troppo provinciale e soffocante. E poi non ho nessuna intenzione di andarmi a rinchiudere in un albergo… c’ho passato tutta la vita, in un albergo. Voglio spazi aperti, vita mondana, bella gente, bei vestiti… Avete capito in tenore della discussione, no? In realtà, si trattò di un monologo che captavo svogliatamente e a tratti, fingendo la più assoluta attenzione naturalmente.
Alla sua prima pausa sfoderai un accattivante sorriso a trentadue denti (che avrebbe convinto Oreste in persona, ma non Maria-Elena, nossignora) e un Ho il nostro sogno proprio qui, indicando la mia mano destra protesa verso di lei. Con l’atteggiamento della Diffidenza personificata l’afferrò e ci catapultai a Parigi. Paris, le grand Paris, ero già pronto a declamare, in smoking nero con loden austriaco al braccio e scarpe di vernice per un tip tap improvvisato sugli Champs Elysées tirati a festa. E lei era un vero splendore, in abito da sera di perline dorate cucite con fili d’oro (diciotto carati) dalla vertiginosa scollatura posteriore. Ah, che posteriore! Nessuno dei passanti si astenne dal fissarla e dal voltarsi indietro per un ultimo sguardo colmo di rammarico o invidia.
Proprio quando avevo la certezza che lei mi avrebbe abbracciato voluttuosamente, voilà il suo broncio raggelarmi e la sua mente cominciare a mugugnare che faceva freddo in quella maledetta città. Paris, le maudit Paris. Che si sarebbe presa un accidenti, persino con la pelliccia di ermellino che le avevo poggiato sulle spalle.
Così, eccoci a Las Vegas, la capitale del gioco d’azzardo, della lussuria, del divertimento più sfrenato, quest’enorme Barnum in pieno deserto. La città simbolo della più grande scoperta umana: niente è più naturale dell’artefatto. Ne sa qualcosa Chi è in cielo, in terra e in ogni luogo. E l’originalità risiede nell’affastellare più cianfrusaglie possibili come in una soffitta frequentata da quattro generazioni, in cui per mettere ordine non resta altro da fare che raccogliere tutto in enormi sacchi neri e buttarlo via. Una copia della torre Eiffel? Ma sì, mettiamola davanti all’hotel Paris. Una sfinge? All’hotel Luxor. Potrebbero mancare i grattacieli di Manahattan? Non scherziamo, sono perfetti per l’hotel New York New York. E un giro in gondoleta per i più romantici vogliamo negarlo? Basta ricostruire una parte di Venezia. Sempre per rimanere in Italia, una replicuzza del paesino di Bellagio sul lago di Como. Ancora l’Italia dell’Impero Romano nel Caesar Palace. E infine qualche stradone californiano, luminarie da megalopoli, un gigantesco castello medievale, la piccola Hollywood, un casinò che imita quello di Montecarlo, il miraggio dei tropici – non si sa bene perché - con vulcano e lapilli. Qui non puoi che ridere a crepapelle: ridere e gozzovigliare.
Maria-Elena, invece, rimane imbronciata.
Quasi quasi rimpiango di non essere rimasto nel corpo di Cosentino, dopo essermelo tolto di dosso come un abito usato. L’ho adagiato su un fianco a un’estremità del letto con la scusa di un lieve malore, a cui la moglie ha fatto seguito con un candido bacio in fronte accompagnato da una nota di stupore per quel contatto gelido, andando poi a rifugiarsi nel tinello e nella soap Una freccia nel cuore. La sua eroina si autoinfligge ogni settimana una fustigazione amorosa diversa e lei può piangere come una fontana, trovando tutto questo bellissimo! Chissà che sorpresa se questa sera la portassi a cena tutta in ghingheri, poi a ballare e infine le proponessi la più infuocata notte della sua vita. E perché no? In fondo gallina vecchia fa buon brodo. Lei apprezzerebbe di certo le attenzioni del sottoscritto, non come certa gente che gira il suo bel musetto da un’altra parte per non guardarmi neppure.

... continua

In attesa di restyling...

Cari amici,
se qualcuno di voi avesse in mente di acquistare on line il romanzo, lo invito ad attendere ancora qualche ora, dato che la sua veste grafica è al momento parzialmente da rivedere. 
Niente di grave, ma il testo troppo denso non invita alla lettura!

Dunque, non prima di oggi pomeriggio dopo le 16:00.
Grazie e scusate l'intoppo :/

domenica 18 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 16p

[continua da post precedente]

La felicità è una vaschetta da 450 g di Carte d’Or al bacio per quattro bulimici: deliziosa, ma finisce subito. Non ho neanche avuto il tempo di assaporarne il gusto dolcissimo che già sento in bocca il reflusso gastroesofageo di questo spregevole umano, mentre le tempie mi cominciano a martellare a un ritmo frenetico. È mai possibile che gli impulsi elettromagnetici emozionali debbano portarsi dietro tali e tante reazioni corporee?
Savvo non ce l’ha fatta, ha avuto paura. I suoi compagni sono andati via – è stato lui a dire di non aspettarlo -, mentre lui è qui davanti a me con la coda tra le gambe che cerca di trovare le parole più adatte, ma io ho già sentito tutti i suoi pensieri da un pezzo.
- Vuoi dirmi che qualcosa è andato storto, non è vero?
Muove un sassolino con un piede continuando a fissarlo, testa china: - Non è per questo… la giornata l’ho fatta, i soldi li hai visti…
- Ed è andata bene, anzi che dico bene, benissimo è andata. Hai fatto più di tutti gli altri messi assieme. Certo le pensioni non sono come le borsette… ma il merito resta comunque tuo. E allora cosa c’è?
- È che all’ultimo, davanti a una gioielleria, sai quella all’angolo con via…
- Sì, sì. – e con la mano gli faccio cenno di arrivare al punto.
- C’era un cristiano che io non lo avevo visto di faccia quando era entrato, perché guardava la vetrina. Allora con Iaffio abbiamo aspettato che usciva. Fermi al marciapiede di fronte facevamo finta di giocare col cellulare. C’aveva in mano un regalo, ma la faccia non si vedeva ancora perché mentre che usciva salutava il gioielliere. Allora io ci dico a Iaffio: “Metti in moto e traversa che quel cristiano sta uscendo.” Io poi ce l’ho preso il pacchetto dalle mani, ma mentre che glielo prendevo l’ho visto nella faccia… e quello nella mia.
- Ed era uno che conoscevi.
Fa di sì con la testa: - Un professore, uno di fisica – che ovviamente significa “educazione fisica”, altrimenti rischieremmo di credere Savvo un appassionato di scienze -, uno di quelli simpatici che mi aveva messo pure distinto l’anno scorso.
- Potevi far finta che era uno sghezzo!
- C’ho penzato dopo, ma non lo so se funzionava… però mentre che scappavamo ho lasciato cadere il pacchetto così fosse non mi addenunzia.
- Ma allora – mi agito furibondo sentendomi diventare paonazzo – sei proprio un minchione! Cosa te ne frega se ti addenunzia? Pe’ prima cosa – gesticolo con tutto il corpo facendo una pantomima esagerata del siciliano medio – puoi raccontare agli sbiri che stavi sghezzando; appoi, se non ti credono, seccome non c’hai nemmeno i quattordici, ti possono solo fare una segnalazione ai sivvizi sociali. Che quelli tanto li conosci già: ci sono due femmine sole (che si cacano pure addosso) pe’ tre quartieri. Il tempo che arriva il tuo turno sono passati tre mesi, stanno cinque minuti, scrivono un modulo, lo fanno firmare a tua matri e se ne vanno.
Sempre guardandosi le scarpe: - Sì, questo lo so. Ci sono già venute a casa mia una para di volte, pe’ colpa di Pino – il fratello minore, Piagnisteo – che fa il pazzo a scuola e c’hanno detto a mia mamma che glielo toglievano, se continuava così, ma a quella ci fanno un favore se glielo tolgono che dorme tutta la matina… io, però, i quattordici li faccio il mese che viene…
- E non la vuoi fatta una festa grande che ti chiamiamo a Gianni Celeste, Nino Fiore, Gianni Sacco e Gigi Finizio? – una pletora di illustri sconosciuti del neomelodico napoletano - Lo sai che ci rispettano tutti e che se glielo chiede tuo cugino – e indico me stesso con un’espressione di “modestia a parte” – ti cantano pure in coro tanti auguri!
Sento che la proposta lo alletta, tuttavia senza convincerlo del tutto. È più forte la paura al momento, anche se non sarebbe disposto ad ammetterlo. E Io, la Prima Creatura senziente, l’unica vera espressione di Colui che move il sole e l’altre stelle, devo lasciarlo andare. Così fingo tranquillità e uso la psicologia inversa, destinando a domani il contrattacco.
- Comunque, non sei obbligato a decidere entro stasera. – gli do una pacca sulla spalla trattenendomi a stento dallo strozzarlo, mentre la faccia sorridente di quel deficiente di Oreste mi sussurra “che ti avevo detto sul cantare vittoria troppo presto?” - Penzaci con calma. Tu lo sai qual è la differenza tra un minchione e uno della famiglia, non c’è bisogno che te lo dico io!

... continua

sabato 17 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 15p

[continua da post precedente]

Volendo, è quasi più complicato dell’acqua trasformata in vino… e tutto senza il mio aiuto! Comunque, sto vincendo, sto vincendo, STO VINCENDO. Devo pur andarlo a dire a qualcuno e chi meglio di Oreste mi darà la soddisfazione di diventare bordeaux dalla rabbia? Così, ciabattando ciabattando mi dirigo verso la chiesa del quartiere.
Arrivano gli schiamazzi dei ragazzi dal cortile retrostante dell’oratorio. Il portone è spalancato perché, pensate un po’, quell’angelo del focolare sta lavando il pavimento della chiesa. Maniche arrotolate da cui si intravede la maglia della salute, sudore che gli imperla la fronte e il collare giallo a chiazze, zimarra sbottonata fino all’alto addome straripante: questo sarebbe il vicario del vicario di Cristo.
Attraverso il corridoio ancora bagnato, mentre quello, intravedendo una figura con la coda dell’occhio le indirizza: - Abbia un po’ di pazienza, per favore. Tra pochi minuti sarà asc… - si interrompe riconoscendomi – ah, è lei! – e si appoggia sul bastone del mocho come se da un momento all’altro fosse pronto a usarlo come un gun cinese.
- Non mi inviti ad accomodarmi?
- Faccia come crede, tanto non mi pare le importi molto ciò che gradisco e ciò che non gradisco. – mi dice da casalinga frustrata.
- Oh, sì che mi importa altrimenti non sarei qua per una proposta che non puoi rifiutare… - pausa d’effetto con cadenza da Il padrino - lascia perdere il mio figlioccio. Fallo fare a un altro il chierichetto, Savvo è troppo grande ormai, ci deve aiutare in famiglia…
- Bell’aiuto e bella famiglia davvero!
- Patri Basilio, non esagerare che la mia pascienzia ha un limite e tu lo stai superando.
- Lei e la sua famiglia non mi fate paura – caro Oreste, la fai facile nei panni di Basilio; quant’è vero che sono tutti froci col culo degli altri! – Una vera famiglia dovrebbe pensare al benessere dei suoi membri, alla loro felicità, alla loro crescita sana in seno alla società…
- Sei solo chiacchiere e preghiere – dovevo adattarlo rispetto al “chiacchiere e distintivo” de Gli intoccabili -, solo chiacchiere e preghiere. Che ce li dai tu i soldi per campare la famiglia? – Oreste per tutta risposta mi pianta uno sguardo a occhio di bue che, secondo lui, dovrebbe risultare intenso.
- E che c’hai da guardare, ah? Ce l’hai con me? – tiro fuori la pistola e gliela sventolo sotto il naso, meglio di De Niro e Cassel messi insieme – Allora, ce l’hai con me?
Oreste sbianca d’improvviso, realizzando che potrebbe recare un qualche nocumento al suo corpo ospite e io, a questo punto, non ce la faccio più a trattenermi e scoppio in una risata fragorosa, prima agitandomi scompostamente e poi sedendomi per poter continuare a ridere, senza che il povero Cosentino abbia dolori agli addominali.
- Ci sei cascato! Lo sapevo che ci cascavi, sei così… angelico. – e le risate mi portano alle lacrime.
Ha aggrottato le sopracciglia: - Belzebù, sei tu?
- Chiamami pure Belzy, tesoro! – facendo gli occhioni dolci da cocotte.
- Che Dio ti stramaledica… - si avvicina e si accascia su una panca a fianco alla mia.
- L’avrebbe già fatto, ricordi?
- E così sto parlando con un morto.
- Tecnicamente non ancora.
- Non deve essere da molto dato che… - e fa un gesto di inspirazione col naso.
- Sì, grazie, ho fatto buon viaggio, sono arrivato da meno di ventiquattr’ore. Ma quest’uomo mi calza a pennello, non credi? – mi alzo e faccio un piccolo défilé nel corridoio centrale, con movenze da mannequin all’andata e la camminata da bullo al ritorno; il mio collega rimane con l’aria triste, perciò gli strizzo il faccione con una mano prima di dargli un sonoro bacio sulle labbra – E su, non fare ’sta faccia. Non mi dirai che tenevi anche a Cosentino?
- Avrebbe potuto pentirsi.
Scoppio nuovamente a ridere: - Ma lo sai che pensava di entrare in affari con me? Voleva farmi un prestito. Non pensarci più: storia passata. Invece della mia parlata che mi dici?
- Sei ridicolo, avevo capito subito che c’era qualcosa di strano in te.
- Tsé – faccio fintamente piccato – ti perdono solo perché sei geloso delle mie capacità.
- Geloso io? Ma se non sei nemmeno capace di prendere possesso di un umano senza privarlo della vita!
- Questo perché sono un vecchio modello e poi non mi sembra una gran perdita. Comunque, bando ai convenevoli, angioluccio dei miei stivali: Salvo sta con me.
- Primo: ti ricordo che sei in pantofole; secondo: aspetta a cantare vittoria… un paio di scippi non fanno di lui un dannato.
- Come credi, amico mio. - mi alzo e lo prendo tra le braccia, obbligandolo a un giro di valzer - Quand il me prend dans ses bras, il me parle tout bas, je voie la vie en rose
Lo lascio e mi avvio lungo la navata sorridendo e canticchiando il resto dell’aria della Piaf, vento in poppa.

... continua

venerdì 16 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 14p

[continua dal post precedente]

Un ritornello a tamburi battenti con un ritmo vivace, ma ripetitivo intona:

Siamo forti, siamo belli
siam cugini, siam fratelli.

Noi sappiam spaventare
con pistole e lupare,
siamo bravi anche a scortare
nostri capi e merci rare
importare e trafficare.

Se qualcuno si lamenta
a legnate si addormenta
e se vien la polizia
presto andiamo in birreria.

Trallallerollerolà.

Indistinguibili gli uni dagli altri procedono in perfetta fila indiana sfrecciando veloci su ingegnosi trampoli a molle e raggiungendo presto una distesa marina blu dalle lievi increspature disegnate in bianco. Lì altri folletti azzurro chiaro (che coincidenza! come i colori di Napoli), appena sbarcati da scarpe galleggianti, stanno scaricando enormi sacchi di miracolosa polvere bianca, che i fratelli e i cugini prendono sulle loro minuscole spalle dopo aver dato in cambio mille mazzetti di carta colorata.

Siamo forti, siamo belli
siam cugini, siam fratelli.

Trallallerollerolà.

I folletti rossazzurri entrano nel meraviglioso sottobosco verde pino, popolato da farfalle multicolori, lumaconi dalle conchiglie fucsia - che usano come cavalcature in mirabolanti gare di lentezza -, alberi parlanti, fuochi fatui, satiri, centauri, orchi, orchetti, goblin, elfi, hobbit, puffi, umpa lumpa, il Bianconiglio, il Cappellaio Matto, lo Stregatto, la Regina di Cuori, il Leone, la Strega, l’Armadio, l’Uomo di latta, lo Spaventapasseri e il Leone (un altro, diverso da quello di prima). Quasi sovrappopolato, direi, ma si sa, dove si sta in cento si può stare pure in mille.
Tornando agli operosi folletti rossazzurri, prendono la polvere bianca contenuta nei grandi sacchi e ne fanno sacchetti più maneggevoli e tascabili, per distribuirli alla popolazione del sottobosco e a quella delle zone vicine, ricevendone in cambio un milione di mazzetti di carta nera. Questo colore cupo e sporco, però, non piace affatto alle nostre vivaci creature che hanno escogitato un macchinoso, ma efficace sistema di pulizia, per comprendere il quale bisogna quanto meno osservarle nel vivo di un’altra attività.
Considerate per esempio il caso del Cappellaio Matto che per anni ricevette la visita di una coppia di folletti per chiedere mille mazzetti di carta colorata in cambio della loro vigilanza contro ogni pericolo.
CAPPELLAIO: - Ma qui, miei cari, non ci sono pericoli… ci sarebbe in verità la Regina di Cuori che ogni tanto se ne viene con quel suo “Tagliategli la testa!”, ma presa dal lato giusto riesci ad averne buon gioco.
FOLLETTI: - Distrugger potrebbe la tua cappelleria / qualcun con la ribalderia. – canticchiavano, mentre saltellavano da un piede all’altro battendo il ritmo sul pavimento con una buffa mazza rossazzurra.
CAPP.: - Vi ringrazio davvero, ragazzi, tuttavia l’unico che mi abbia importunato recentemente è solo il Bianconiglio che mi mette ansia al solo vederlo da lont… - il cappellaio si interruppe perché i due folletti, sempre saltellando e canticchiando, stavano sfondando tutti i suoi cappelli.
FOLL.: - La tua cappelleria è distrutta, / adesso è proprio brutta. / Se tu ci pagherai / mai più sarai nei guai!
CAPP.: - Be’, non mi resta altro che accettare il vostro servizio.
Il cappellaio pagò, pagò e pagò, finché ebbe un calo nelle vendite dei cappelli e chiese di poter pagare ogni tre mesi. I folletti accettarono di buona voglia, ma dissero che per il fastidio di aspettare si sarebbero presi quattromila mazzetti e non tremila. Il cappellaio pagò, ma in seguito all’effetto serra la temperatura nel sottobosco era aumentata e nessuno voleva più cappelli, perciò fu costretto a chiedere di pagare ogni sei mesi e non più ogni tre. Naturalmente i folletti, saltellando e canticchiando, ne furono felici, ma, essendo ancor più lunga l’attesa, avrebbero preso diecimila mazzetti anziché ottomila. Il cappellaio per un po’ pagò.
CAPP.: - Sono davvero spiacente, miei cari, di non avere i mazzetti per voi… forse potreste ripassare un’altra volta. – disse dopo altri sei mesi.
FOLL.: - La cappelleria adesso è mia / e tu puoi andare via. – canticchiò uno dei due folletti, mentre l’altro saltellando spinse il cappellaio fuori dal negozio.
Il cappellaio andò fuori di matto e cominciò a organizzare delle feste di buon noncompleanno per tutto il vicinato, ma questa è un’altra storia.
I folletti comunque con questo sistema hanno ottenuto la cappelleria, la fabbrica di cioccolato, diversi mulini di hobbit, una fucina di orchetti, l’Armadio, case, alberghi, Vicolo Corto, Vicolo Stretto, Parco della Vittoria, il castello della Regina di Cuori e persino il Regno di Molto Molto Lontano. Hanno quindi fabbricato una serie di canali fluviali bianchi come il latte che salgono e scendono, si allontanano e si avvicinano, si intersecano e corrono paralleli, ma sempre partendo dalla cupola fungina in cui i folletti vivono. Da questa si mettono in movimento minuscole zattere cariche di mazzetti neri, spinte da castori ammaestrati, che arrivati alle chiuse cedono la staffetta a scoiattoli dispettosi, che si muovono in mille direzioni opposte prima di fermarsi in una delle proprietà dei folletti. Qui Cenerentola, Cappuccetto rosso, Raperonzolo, la Bella addormentata nel bosco (svegliata per l’occasione), la Bella e basta, Biancaneve, la Sirenetta, la principessa Fiona e altre fanciulline (perché i folletti sono pure un po’ maschilisti) lavorano di gomito fino a liberare i mazzetti dalla fuliggine e ricavarne tanti bei blocchetti di carta colorata, che ripuliti ripartono finalmente con le stesse modalità verso la cupola fungina.

... continua

giovedì 15 luglio 2010

Che minchione le formiche! - III - 13p

[continua dal post precedente]

- Ma c’è la scuola!
- Ah, ma allora mi sono sbagliato, sei ancora un picciriddo! – lo lascio andare di botto e alzo la voce per fargli capire quanto mi abbia profondamente deluso – Vattene, sparisci, vai a giocare con i tuoi amichetti! Vuoi fare la fine di quei babbi di minchia che lavorano tutto il santo giorno e si rompono la schiena per niente? Liberissimo, ma togliti dalle badde che non ho tempo da perdere, io.
Con la coda tra le zampe, senza nemmeno alzare lo sguardo: - Non volevo dire questo, ma è che, se non ci vado, poi i carrobbineri mi vengono a cercare…
- Aaaaaaaaaah! – e porto un braccio a peso morto all’indietro ad indicare “se è solo per questo, sono quisquilie, pinzillacchere, bagatelle, bazzecole, carabattole” – E secondo te che fanno i carrobbineri? Ti prendono e ti portano a scuola, una, due volte, macari tre, ma poi? Hanno altre cose a cui pensare. Ma ora vai, ché sennunca è una giornata persa. – pacca sulla spalla e pace fatta.
L’ho convinto? Ma sì, l’ho convinto. Tutto tace nell’immensa vacuità del suo cervello, però era già dei miei, se così si può dire, ancor prima che mi interessassi a lui, quindi non so proprio di cosa mi sto preoccupando. Anche se fossi stato veramente Cosentino avrei scelto questo momento per mettere da parte gli scippi, che non sono altro che una fase formativa nell’educazione di un buon soldato, una Soldatsbildung (chissà perché, quando si parla di milizia, il tedesco mi sembra la lingua ideale). Certo non avrete davvero pensato che sia una fonte di guadagno ragguardevole, una di quelle attività che ti tirano su una famiglia? Pochi spiccioli e tanto rischio. Però, i ragazzi sviluppano la destrezza, la percezione del pericolo, la rapidità nella fuga, la pazienza dell’appostamento, un buon intuito da predatore e talvolta anche una qualche competenza intimidatoria. Dunque, escludendo l’abilità nell’uso delle armi, hanno una formazione abbastanza completa, relativamente in poco tempo. E soprattutto senza l’istituzione di C.A.P.M.M.C. (Corsi di Avviamento Professionale alla Manovalanza Minorile della Cupola). Ma ci pensate quanta burocrazia risparmiata? Un campo di addestramento, con la sua progettazione, realizzazione e manutenzione, un monitore ogni dieci, quindici ragazzi, vari collaboratori/attori per il role-playing (simulazioni di rapine a mano armata, estorsioni, lotta tra bande, studio e gestione delle dinamiche di gruppo…), per non parlare dei tempi inutili e dilatati destinati al pedinamento e poi i test, le valutazioni in itinere, gli esami finali. Improponibile. Così, invece, dopo neanche un paio di anni, se sono in gamba e legati con le famiglie giuste (e sì, anche in questo campo le raccomandazioni sono fondamentali), ricevono un’arma e nel giro di sei mesi al massimo hanno una discreta professionalità da spendere sul mercato.
Da quel momento sarà tutta un’altra musica, un altro ritmo, un’altra scenografia. All’esterno il quartiere potrebbe apparire grigio e miserabile come prima, ma non per loro, non per quei professionisti – mi viene la pelle d’oca per l’eccitazione al solo pensiero -. Loro non dovranno timbrare il cartellino come dei semplici operai perché saranno onnipresenti sul posto di lavoro, dato che il loro contratto ha avuto un inizio, ma non finirà mai (tranne per uno spiacevole incidente mortale), senza precariato, flessibilità o esubero di personale. Ma il concetto espresso con “lavoro” è quanto di più distante si possa riferire alla loro condizione, in cui è ravvisabile piuttosto la passione, l’entusiasmo, l’energia creativa – dirò di più -, la ragione di vita. Ciò che un occhio disamorato giudicherebbe una suburra di una città alla periferia dell’Europa, loro lo vedono un mondo, un intero pianeta vasto, gigantesco, come dei laboriosi folletti del sottobosco. Ingrugniti e rincagnati solo per esigenze sceniche, percorrono in salopette rossazzurre vaste praterie verde pisello sotto un cielo azzurro intenso sul cui margine in alto a sinistra (o a destra) vi è un gigantesco sole giallo ocra.

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mercoledì 14 luglio 2010

Librino

La parte "terrestre" di questo romanzo è quasi esclusivamente ambientata a Librino.
Si tratta di un quartiere periferico di Catania nato intorno agli anni '80 su progetto dell'architetto giapponese Kenzo Tange, che, abituato alle sue megalopoli simili a conglomerati di gigantesche arnie, prova a riproporne il modello.
Struttura, così, la circolazione stradale in enormi vialoni ad anelli, separati da spartitraffico che ne mutano il senso di marcia e... il nome! I risultati sono fin dall'inizio disastrosi: i suoi abitanti ricordano ancora come ai primi tempi bisognasse perfino scortare le ambulanze (o volenterosi visitatori) dall'ingresso del rione fino alle loro case, per non farli vagare come palline in un flipper secula seculorum.
Comunque, andando alle cose più serie, quel gran genio del Sol Levante non pensa minimamente che al sud Italia la gente sia abituata a girare a piedi, attraversare le strade, sedersi in piazza a scambiare quattro chiacchiere.
- Tloppe peldite di tempo. - si sarà detto.
Per cui non crea cavalcavia né sottopassaggi né tantomeno piazze.
- Cosa salebbe una piazza? - avrà chiesto ai suoi collaboratori indigeni e, dopo aver ricevuto le spiegazioni, ha ideato le rotonde.
Per quanto riguarda la bruttezza dei palazzoni anni '80, ci hanno pensato le ditte locali, che in quanto a far le cose male non devono di certo chiedere indicazioni a nessuno, men che meno a un orientale.
Il capitolo "orrori" finirebbe qui, se poi lo Stato si fosse occupato di rendere la zona ricca di servizi. Invece, a partire dall'assenza di fognature, luoghi ricreativi, uffici di pubblica utilità... scava il baratro più profondo. A questo si è aggiunta l'occupazione abusiva di alcuni palazzi (come il "palazzo di cemento"), grazie alla
mafia e alla connivenza/assenza dello Stato, dove adesso si vive in condizioni igieniche precarie con allacciamenti alla rete idrica ed elettrica abusivi e fatiscenti, fogne a cielo aperto e un'anagrafe dei residenti inesistente. Incredibile dictu, ma qui, come nelle favelas, si hanno 30.000 abitanti ufficiali e quasi altri 40.000 abusivi! Una città nella città.
Vorrei chiudere, però, con una nota positiva. Ci sono scuole, chiese, operatori sociali e filantropi (tra cui Fiumara d'Arte) che lavorano attivamente e indefessamente nel quartiere perché un giorno lo slogan lanciato da Antonio Presti possa risultare una realtà: "Librino è bello".

Che minchione le formiche! - III - 12p

[continua da post precedente]

- Il Tappinaro, guarda – sento provenire dalle mie spalle insieme allo scoreggiare di scooter che rallentano -, Savvo, è ancora lì il Tappinaro. – ribadisce il trombone di Iaffio.
- Muto, bestia che non sei altro! – gli dice, mentre lo fulmino con lo sguardo, ormai compreso nel mio nuovo ruolo.
Perché il “Tappinaro”, cioè “l’uomo sciatto che porta le ciabatte”, sarei proprio io. Avendovi già accennato che il mio corpo ospitante soffre di alluci valghi, non avrete dunque difficoltà a immaginare il perché di questa scelta estetica. Anche se, a ben analizzare, non sarebbe stata di certo l’unica calzatura possibile per Giuseppe Cosentino che se, invece, aveva eletto le ciabatte da mare, oltre alla comodità, celava almeno altri due motivi. Quelle ciabatte significano: uno) “non sono un bamboccione che si lascia piegare da cose come il freddo; io me ne frego, per me è sempre estate”; due) “giro per questo quartiere in ciabatte perché sono a casa mia; questa periferia è mia”. Ma quei mocciosi che scimmiottano l’ultima moda di “Vorremmodiventarefamosispettegolandoefancazzeggiando”  di queste raffinatezze cosa possono capirne?
- Che ci fai qua, Pippo? – mi si rivolge il cuginetto con atteggiamento spavaldo di eccessiva familiarità.
- E da quando sono tenuto a spiegare a un bambino quel che faccio e perché lo faccio? – lo rimetto a posto.
E lui balbetta, improvvisamente nudo di fronte alla sua banda: - Ma, ma io non volevo… non stavo mica…
- Ma certo, Savvo, certo – lo interrompo con ilarità accompagnata da un leggero scapaccione alla nuca -, lo sapevo cosa volevi dire. Stavo sghezzando, stavo solo sghezzando. Venivate da me, vero, carusi? – e a un loro cenno di assenso – E allora datemi un passaggio.
- Iancelo, scendi e ci raggiungi a piedi! – gli intima Savvo.
E il biondino quasi piangendo: - Ma il motorino è mio!
- Che pensi che Pippo te lo arrobba? È questo che pensi, bestia che non sei altro? – al suo no sconsolato con la testa lo lasciamo sul marciapiede, mentre mi accomodo dietro il taurino Iaffio, che riparte con un sorriso beota a trentadue denti, convinto di portare un illustre concittadino.
Ritorno alla mia postazione dal fascino minimalista (composizione n. 666, sedia impilabile di plastica nera e banchetto di formica bianca, “scrivania popolare”), rivolta da un lato ai garage (dove il provvido Cosentino ha ricavato un sottopassaggio verso una cantina, a sua volta collegata a un altro garage con via di fuga sullo stradone opposto), dall’altro romanticamente all’Etna, memento del “devi morire” e simbolo della gagliarda furia catanese.
- Però, capo – abbaia la voce baritonale di Iaffio, ringalluzzito dall’onore di avermi trasportato o forse dalla fase ormonale ascendente -, così sembra che sei juventino. – e indica il mio secretaire – Li dovremmo dipingere rosso azzurro. – ride di nuovo pensando di aver partorito un’idea da nobel.
- Vi ricordate – si unisce Nino – di quella volta dello scudetto che abbiamo dipinto rossazzurro alcune macchine e macari i pali della luce e i bidoni della spazzatura…
- E macari gli alberi! – lo aiuta Iaffio, mentre tutti ridono al ricordo dell’impresa.
- Ti piacerebbe dipingere tutte le cose bianconere di rossazzurro, vero, Iaffio? – gli dico ridendo e lui annuisce – Per esempio l’elefante del duomo – annuisce -, la cattedrale – annuisce -, lo stesso municipio, tutta la “Muntagna” – il dubbio si è insinuato tra le sue granitiche certezze – e perché no, i miei capelli, macari loro sono bianconeri, vuoi dipingere i miei capelli, Iaffio? - sono diventati serissimi, anche se io continuo ancora a sorridere; mancano proprio di senso del surreale; sarebbe meglio di Gaudì per Barcellona, una città, un intero vulcano e tutti i suoi cittadini in rossazzurro; una vera chicca per il turismo; comunque, messo da parte questo interessante progetto di sviluppo economico provinciale – Ne avete voglia di lavorare oggi?
- Per questo siamo venuti, Pippo. – taglia corto Savvo, mentre Iaffio e Nino si guardano le scarpe, Macco ghigna e LICANTRO aggrotta le sopracciglia.
Iancelo arriva nel frattempo trafelato: - Sono qui, carusi.
- Ci mancavi già. – ironizza Savvo; Iaffio e Nino ridono scompostamente, Macco ghigna e LICANTRO… ovviamente aggrotta le sopracciglia.
- E allora, Iancelo e Macco, voi vi fate Nesima e Cibali, voi due – e indico Nino e LICANTRO – la zona di viale Vittorio Veneto e tu, Savvo, con Iaffio viale Africa e corso Italia. – sento mugugnare Nino “minchia sempre a lui la posta, proprio ora che ci sono tutti quei vecchi con le pensioni”, ma faccio finta di niente – Mi raccomando che questo è periodo di feste, la gente è piena di pacchi. State attenti soprattutto a quelli che escono dalle gioiellerie. Gli uomini ben vestiti che ci entrano verso le sette e mezza, le otto di sera non ci escono mai a mani vuote, ricordatevelo. E un occhio ai bancomat, ovviamente. Va bene, il mestiere lo conoscete. Ci rivediamo per le otto e mezza qua. – prima che ripartano – Savvo, resta un momento. Ti devo dire una cosa.
Dandosi un’aria d’importanza quello fa cenno ai compagni di andarsene e a Iaffio di aspettarlo sul motorino, poi si avvicina.
Gli cingo un braccio intorno alle spalle, ancora più basse di una spanna del fu Cosentino: - Ti volevo dire che ho notato che in quest’ultimo periodo sei cresciuto. Sei quasi un uomo ormai, macari per come ragioni…
- Forse mi porta a femmine! – sta pensando con l’acquolina in bocca.
Così decido di fargli odorare l’esca prima di prenderlo all’amo: - … Come regalo di natale ti porto con me da zia Rosa, che ne dici?
- E che devo dire? – sprizza felicità da tutti i pori – Che zia Rosa la faccio contenta: non ne ha mai visti grandi e grossi come il mio!
- Ma sentilo! – gli dico ridendo e gli stringo la testa con un braccio, mentre con le nocche dell’altra mano gli propino una bella strigliatina – Secondo me zia Rosa appena ti vede, ti dice “Che bellino! E che lo vuoi sucare un po’ di latte?”
- E io ci dico che glielo suco il suo latte, se poi lei mi suca il mio!
- E bravo, Savvo, sei proprio cresciuto. E io allora la proposta te la faccio, ché sei diverso dai tuoi compagni. Io un lavoro per te ce l’avrei, una cosa seria che ti cambia la vita e allora sai di fica quanta ce n’è? Che devi dirci pure di no, non ce la faccio più… però mi servi anche di matina, non solo così per babbiare.

... continua

martedì 13 luglio 2010

Come si riconosce l'Arte?

Come si riconosce l'Arte in letteratura? La domanda delle domande.

Non sono un critico letterario, ma è un problema che mi è interessato parecchio, soprattutto da studentessa. Per il passato ci aiutano i grandi studiosi che hanno in qualche modo "canonizzato" la letteratura per quel che ne conosciamo, ma per gli autori contemporanei?
Io, personalmente, mi baso su alcuni criteri per esprimere un giudizio un po' più serio del "bello" o "mi piace". L'opera deve:
1° "divertire e meravigliare", il motto di Calvino, in cui il concetto di "divertimento" deve essere inteso come arricchimento dello spirito, un solletico, un prurito che ti induca alla crescita intellettuale, alla riflessione;
2° continuare il gioco della "cuna di spago"; come spiegato da Gombrich, ogni autore continua un lungo dialogo cominciato con gli scrittori che lo hanno preceduto, da cui ha tratto ispirazione e nutrimento, portando l'innovazione del suo sguardo, del suo stile, proprio come il gioco della culla (più comunemente eseguito con un elastico), in cui il primo segue un modello, ma il secondo inserisce una modifica e così via;
3° contenere delle invarianti storiche, cioè qualcosa che, se letto da un non contemporaneo, la faccia ugualmente comprendere e apprezzare; le invarianti sono di solito elementi ancestrali, comportamenti comuni all'umanità che, se presenti in un'opera, ci fanno subito dire "sì, è vero, l'ho provato, pensato, vissuto anch'io".

Ma, ripeto, è solo il mio metodo, di una lettrice appassionata e di una scribacchina alle prime armi.

Che minchione le formiche! - III - 11p

[continua da post precedente; questo episodio è piaciuto alla Nabu]

Gli compaio di fronte all’improvviso, proprio nell’immenso androne del palazzo, nelle fattezze arabeggianti da me preferite. La carnagione olivastra è simile alla sua, ma qui finiscono le analogie. Lo sovrasto di una buona testa con la nera criniera che mi lambisce le larghe spalle, su cui ricade una candida jellabah. Il corvino dei miei occhi incorniciati di henna incontra i suoi che tradiscono un profondo smarrimento.
- E ora ’sto turco da dove minchia è spuntato? – si chiede Cosentino, pur rimanendo in un gelido silenzio; poi per riportare le cose alla sua quotidianità – Che sei un lavavetri? – mi indirizza dal basso all’alto, mentre infila una mano nella tasca del giubbotto, dove tiene la pistola, e nel frattempo pensa – Però non sembra un lavavetri questo qua. È lavato e stirato come uno di quelli che c’hanno un sacco di mogli e i rubinetti d’oro, lì nei deserti… come minchia si chiamano…
- Sceicchi. – lo aiuto io, lasciandolo inebetito – Ma non sono uno di loro più di quanto non sia un lavavetri.
- E come… come… come…
Prima che si inauguri il nuovo giorno con un altro “come”: - Sapevo che stavi pensando questo? Semplice. – gli rispondo sorridente e affabile con una mano di ieratica comprensione sulla spalla – Perché sono il demonio! – e, dato che il pover’uomo sta pensando a un trucchetto da illusionista, faccio ardere l’intera superficie del mio corpo infondendogli, per qualche secondo, un assaggio di quel che lui chiamerebbe le bocche dell’inferno.
- Oh, Gesù, Giuseppe e Maria! – esclama Cosentino nell’inutile tentativo di scacciarmi con l’aiuto della Sacra Famiglia al gran completo.
- Mi dispiace, ma non ti sarà di nessun giovamento nemmeno invocare la Trinità o tutti i santi del paradiso.
- Perché ho peccato – sta già piagnucolando -, ho tanto peccato nella mia vita, però, io, Dio, ti prego, a te c’ho sempre creduto, e mi pento di tutto quello che ho fatto fino ad ora. Se mi aiuti, Dio santo e benedetto in eterno, ti prometto che mi comporterò come un santo da ora in poi! – si è messo persino in ginocchio e piange come un poppante, la faccia reclina sul pavimento.
- Sei davvero rivoltante, Cosentino! – gli dico spazientito – E io che ero venuto da te per un atto di cortesia, per lasciarti il briciolo di dignità che avevi!
- Ma allora – e mi guarda con gli occhi da triglia, asciugandosi le lacrime col dorso della mano – non sei venuto a prendermi e a portarmi all’inferno con te? – la bua è passata povero e indifeso babbeo, mentre ti aiuto a rialzarti con un’espressione così paterna che nemmeno a Yeshua con Lazar è riuscita meglio.
- Naaaa! – scuoto la testa incredulo, quasi ridendo di quell’assurda congettura; lui fa eco ancora un po’ timoroso alle mie risa – Chi ti ha messo in testa certe idee, benedetto figliolo? E a che scopo? Sentiamo.
- Beh – dice lui per cominciare, un po’ imbarazzato -, perché magari è arrivata la mia ora… non sono stato molto bene ultimamente… e magari avevo pensato che tu… insomma che lei mi avesse giudicato male – mimo l’espressione esterrefatta “chi io?” -, per quei peccati che ho commesso – la mia faccia è tutta una smorfia che esprime “ma quali peccati? quisquilie, venialità” - … qualcosina me la merito, lo so. – gli do un buffetto simbolico sul mento, così giusto per indicare “pace fatta e non pensiamoci più”.
- Ora, caro Cosentino, è venuto il momento di conoscere una volta per tutte la verità. Numero uno: è l’Angelo della Morte che si occupa del reclutamento anime nella vostra ultima ora. Numero due: da quel momento fino a data da destinarsi, ovvero al Giudizio Universale, voi siete morti; punto e basta. Numero tre: col Giudizio Universale mi toccherebbe fabbricare l’inferno. Ma, non preoccuparti, ho già il progetto pronto in un cassetto, le pratiche avviate e gli amici giusti al posto giusto…
- Quindi tu… lei non intende farmi del male, vero?
- Diciamo che non è il mio scopo diretto. Sono qui per una specie di prestito… e no, hai capito male, Cosentino! Lo so che tu di prestiti ci campi, ma non è dei tuoi soldi che ho bisogno. Devo prendere possesso del tuo corpo per qualche giorno…
- Co-co-cosa? – è impallidito; non starà per ricominciare a piagnucolare, mi auguro – Qualche giorno?
- Sì, tre per l’esattezza.
- E poi te… se ne andrà?
- Questa è la mia intenzione, anzi la mia promessa, giurin giurello. – dico baciando due dita a formare una croce.
- Sicuro sicuro?
- Parola di boy scout! – e gli do il cinque – Anche perché, si sa, l’ospite è come il pesce: dopo tre giorni, puzza.
Rido di gusto a pieni polmoni, non riuscendo a trattenermi, in un modo talmente coinvolgente che anche Cosentino mi viene dietro. Sembra che io stia per smettere e invece ricomincio dopo un leggero risucchio con un ritmo cadenzato AAH-AH-AH, prima più lungo AAH, poi due brevi AH-AH, ancora e ancora, finché Cosentino non apre bocca insieme a me, non prende fiato insieme a me, non muove i polmoni e tutta la sua energia vitale insieme a me. All’unisono. Come un solo uomo.

... continua

Premio Boopen

Per tutti gli amici "scribacchini", come me, ecco un corcorso a cui può valere la pena partecipare... e buona fortuna!

COME FUNZIONA: scrivi un racconto partendo dall’incipit prestabilito nel bando. L’incipit è uguale per tutti i concorrenti ed è tratto da un romanzo famoso. Per la prima edizione è stato utilizzato l’incipit de Il giocatore di Dostoevskij: "Ero tornato, finalmente, dopo un'assenza di due settimane". La lunghezza del testo potrà variare da un minimo di 5 cartelle fino a un massimo di 15, specificando accanto al titolo del racconto in quale delle tre sezioni del Premio si desidera inserirlo:

  • giallo/noir
  • narrativa
  • fantasy/fantascienza
La Giuria selezionerà quindici finalisti che saranno pubblicati nel volume I giocatori, e fra questi i tre testi finalisti, uno per ogni sezione, tra i quali verrà scelto il vincitore assoluto.
QUOTA DI PARTECIPAZIONE: 15 euro per un racconto, 25 per due racconti. Nel bando le istruzioni per il versamento.
SCADENZA: il termine ultimo per inviare i testi è venerdì 16 luglio 2010. Nel bando l’indirizzo completo a cui indirizzare la spedizione.
PREMIO VINCITORE ASSOLUTO: assegno di 1.000 euro e una proposta di contratto con Boopen LED