La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

Genius_01

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Genius_01 - ebook in vendita su Simplicissimus.it

mercoledì 30 giugno 2010

Che minchione le formiche! III-4p


[continua dal post precedente]

22 Dicembre: Giro giro tondo…


-3 (in Sicilia, periferia di Catania)
Voglio la lettura del pensiero di Savvo. Mi rimbomba nella testa l’eco tronfia delle mie stesse parole ed il senso di inopportuna soddisfazione provato a quell’infantile vittoria. Porco me! Come ho potuto scavarmi la fossa con le mie stesse mani? E quanto deve essere stato divertente per Lui vedermi gioire per quanto avrei presto capito essere stato un grossolano errore senza rimedio. Potevo chiedere di sentire le sue parole e le percezioni dei suoi sensi, quantomeno l’udito. E invece no! Voglio la lettura del pensiero di Savvo. Imbecille, Signore delle mosche che non sono altro! Cos’avevo in testa, liquami?
Ed ora eccomi qui, appostato dietro un putrido cassonetto, binocolo in mano come un ancor più lurido voyeur, nel tentativo di seguire quel moccioso, senza essere visto a mia volta. Dal suo risveglio a questo istante, che io sia dannato, gli unici messaggi pervenuti sono stati, in ordine temporale:
- ’Sto cazzo di sveglia! – quando mi ero ancora illuso che il primo pensiero del risveglio fosse foriero di una sequela di altri.
- E smettila di frignare. – circa mezz’ora dopo, ripetuto in varianti come “e stai muto”, “rompiminchia”, “appena mi alzo, vede”, tutte indirizzate con alta probabilità a suo fratello di tre anni.
- Quella ancora dorme. – dieci minuti dopo, riferito alla sorella di undici anni? O forse alla madre, dato che, a distanza di altri dieci minuti, sono tutti e tre fuori dal portone, a portata di binocolo.
Mi sento solo e nudo senza i miei poteri, con unica compagnia quei due neuroni scompaginati che rimbalzano nei vacui meandri cerebrali di Savvo. Ma quant’è vero che sono chi sono, chiunque dovesse vincerla questa sfida, la prima cosa che farò sarà liquidare questo sfigato. Non ha fatto altro che strattonare il piccolo, di nome Pino, di nickname Piagnisteo (per questo, sì, non posso dargli tutti i torti, strilla, urla e scalpita come se fosse posseduto da me), e strapazzare la sorella, Agata, detta A ’ngrasciata, non tanto, credo, per una particolare fobia verso l’igiene personale, quanto piuttosto per le sue mise, a dir poco eccentriche (canottiere a rete sopra maglioncini sbrindellati, pantaloni con una gamba arrotolata e una giù, calze spaiate, per non parlare delle acconciature selvagge stile aborigeno australiano, al paio con un rossetto sbavato, un eyeliner nero da procione tutt’intorno agli occhi e un ombretto dai colori fucsia, viola o blu che abbina ad un qualche elemento del suo abbigliamento, fossero pure le mutande, come oggi, il cui bordo, in tal caso, deve perentoriamente fuoriuscire dai pantaloni), a vestire un corpicino preadolescenziale da gattina rinsecchita. Savvo le tira i capelli, la schiaffeggia, le dà pugni nella schiena e, quando se la vede sfuggire di mano, la rincorre per colpirla a calci nel sedere. E questo per tutta la strada fino a scuola dall’orrendo alveare di quindici piani, che duecentoquarantadue individui chiamano “casa”: con l’acqua razionata, l’allaccio esterno della luce e privo di fognature.
E dato che non ho molto di meglio da fare, attendendo il miracolo della comparsa di un altro suo pensiero, e soprattutto che ieri (cioè fino a che avevo ancora tutti i miei poteri) mi sono preparato sull’argomento, vi racconto la storia dei palazzi occupati abusivamente.

... continua

Cinzia Di Mauro, un bestseller in rete

E' uscito un articolo, Cinzia Di Mauro, un bestseller in rete, riguardo a Che minchione le formiche! sul Giornale di Sicilia del 30 giugno 2010 firmato da Alessandra Bonaccorsi. Presto ne allegherò un'immagine. Buona lettura!

lunedì 28 giugno 2010

Che minchione le formiche! III-3p

[continua dal post precedente]


- Allora se siamo intesi… – Lui mi strizza un occhio, cosa che in queste circostanze funge da firma contrattuale – non ti resta che cominciare, anche da subito. – mi sta per rispedire indietro, quando lo fermo appena in tempo.
- Aspetta! Ancora due questioncelle. La prima di ordine tecnico-pratico: ho bisogno di tutte le mie facoltà per trovare l’individuo-ospite adatto al mio scopo…
- Ti concedo fino alla mezzanotte di oggi.
- Mi sta bene. E la seconda è più che altro una curiosità: - mi atteggio ad un’espressione di candore assoluto; neppure un infante al battesimo saprebbe fare di meglio - com’è che non riesco a vedere il futuro di Savvo nemmeno al di là dei dieci giorni? Non è che è destinato a morire prima che io possa portare a termine questa sfida e che quindi mi stai semplicemente prendendo per il culo?
Naturalmente, Lui ribatte con una mimica facciale che significa: Ma chi, Io? Come hai potuto anche solo pensare una cosa simile?
- Ho dovuto nasconderti la visione del suo futuro per impedirti di barare e naturalmente ho via via oscurato anche quello di alcuni altri…
- Alcuni altri?
- Beh, in realtà, avevo cominciato un provvedimento ad personam, poi, però, mi sono annoiato talmente (e volevo essere sicuro che nessun futuro potesse interferire con questa sfida) – immagino proprio che Chiau Mei della Cina del Nord avrebbe influito sicuramente sulla vita di Savvo – che l’ho esteso a tutti gli umani.
- Mmm, ora che guardo meglio non  riesco a vedere un accidenti di niente… Ma che stai combinando?
- Niente, niente! – fa Lui come un bambino beccato con le dita nella marmellata; quindi si ridà un contegno da creatore del Cielo e della Terra, anche se mi sembra che la melma sulle gote gli si stia scurendo, quasi una specie di rossore – Sei sempre tu a farmi qualche sorpresina… questa volta avevo pensato, se non hai nulla in contrario, di festeggiarlo insieme il compleanno. Così, solo oscurandoti la lungimiranza…
- Potrai mantenere l’effetto sorpresa per me. – completo io.
Mi sento tanto pieno di amore per Lui che sta traboccando.


Lodato sia tu, Signor mio,
piena del mondo è la tua Grazia,
magniloquente, Domine del limo,


il peccator a Te paga il fio,
Santo, li adorator di Te sazia
e nella sfida fammi giugner primo!


Sono un pessimo rimatore, perciò una doppia terzina di endecasillabi ABC-ABC è il massimo che in questo momento di grande emozione mi senta di potergli dedicare. La lungimiranza in confronto di tanto affetto? Uno scambio più che accettabile, Padre mio. Ora, sono davvero pronto. Oreste, preparati a perdere!

... continua

sabato 26 giugno 2010

Che minchione le formiche! III-2p

[continua dal post precedente]

Ad ‘Ain Kana mi ero imbucato fin dall’alba come servitore a cottimo per la festa di nozze che si sarebbe dovuta tenere quella sera. La paga era misera e quella morta di fame della padrona di casa stabilì a metà giornata di commutarne una parte “in natura”, concedendo il cibo che sarebbe rimasto alla fine della cerimonia. Gli scellerati dei miei compagni si mostrarono persino riconoscenti bagnandole la mano con i loro baci untuosi e costringendomi a fare altrettanto. – a proposito, dovrei metterGli in conto anche questi straordinari, ma lascio correre… non si dica che non so essere generoso – Comunque lo facevo per una buona causa: il Nazareno sarebbe stato tra gli invitati e avrebbe potuto aver bisogno del mio aiuto.
A farla breve mi toccò lavare quella porcilaia da cima a fondo, fare la spola dal mercato alla casa almeno sei volte (non c’era verso che la padrona non si scordasse qualcosa) e impastare, insieme a lei, quindici chili di farina. Quando gli altri servitori ebbero imbandito i tavoli e gli ospiti cominciarono ad arrivare, io ero già ben consapevole che il vino acquistato sarebbe stato a stento sufficiente per bagnarsi la lingua. La madre dello sposo avrebbe chiesto umilmente di scusare la propria stupida dimenticanza, dovuta al gran caos organizzativo, e tutti, anche se a malincuore, avrebbero dovuto fare buon viso a cattivo gioco.
Nessuno, però, aveva messo in conto che Mariām di Nazaret, figlia di Gioacchino ed Anna, moglie di Giuseppe il falegname e soprattutto madre di Yeshua (certo che senza i cognomi se ne perde di tempo!), riponesse una tale smisurata fiducia nelle possibilità del figlio. Ma si sa: ogni scarrafone è bello a mamma so’. Quale geniale idea germinò, infatti, da quella graziosa testolina? Visto che suo figlio poteva tutto, perché non risolvere quella quisquilia? E glielo chiese davanti ai suoi discepoli.
Ora, se la domanda fosse stata fatta in privato quel povero cristo avrebbe anche potuto inventarle una scusa qualunque, tipo: ma ti pare che posso scomodare il Padre mio, l’Onnipotente, per un bisogno così idiota come un po’ di vino ad una festa! E già che ci siamo vuoi anche un guardaroba nuovo, una villa in centro? Si sarebbe arrabbiato un po’, poi le avrebbe dolcemente concesso il perdono. Ma lei invece, no, cosa ti combina? Lo dice in pubblico. 
Yeshua cercò di ridurre il danno: - Madre, perché mi dici questo? Il mio momento non è ancora giunto.
Mariām non volle, tuttavia, sentire ragioni e con quell’insistenza tutta femminile lo lavorò ai fianchi per più di mezz’ora. Ma, figlio mio, cosa vuoi che sia mai, un giorno prima o un giorno dopo. Meglio ora che puoi rendere servizio a tutte queste brave persone. Lo so che è una sciocchezza, ma se devi cominciare con un miracolo, meglio con una cosa piccola, così ci prendi la mano e via dicendo.
I discepoli lo guardavano attoniti, ammirando estasiati il suo spirito di sopportazione, quando finalmente io gli parlai nella mente.
- Yeshua, sono il tuo Signore. Ordina ai servi di riempire d’acqua quei sei recipienti di pietra… - lui si voltò dal lato sbagliato – non di là, alla tua destra, sì, quelli. Vedrai che il contenuto si trasformerà in vino per mio volere.
Se c’è una cosa da precisare, è che era sveglio oltre che di buon cuore, quindi non gli ci volle molto per entrare nella parte. Diede degli ordini precisi e perentori, rimase con lo sguardo compreso nel suo ruolo senza inutili moine da circo. Io, nel frattempo, schioccai le dita, senza essere visto, e poi mi dedicai al mio ennesimo lavoro di facchinaggio.
Il capotavola, servito per primo, chiamò lo sposo e gli disse: - Tutti servono prima il vino buono e poi, quando si è già bevuto molto, servono il vino più scadente. Tu invece hai conservato il vino buono fino a questo momento.
Mi trattenni a stento dal replicare che non solo, se fosse stato per lo sposo (o per quella spilorcia di sua madre, che fa lo stesso), non ci sarebbe più stato vino scadente, ma nemmeno vino tout court.
I suoi discepoli furono senz’altro fidelizzati, ma io rimpiango ancora che il suo primo miracolo sia stato talmente sciocco e soprattutto per un così ridotto pubblico. Anche se forse, senza saperlo, sua madre per una cosa ha avuto ragione: meglio cominciare in piccolo. Se, infatti, Yeshua avesse reagito male ai miei suggerimenti mentali, avrei avuto modo di correggere il tiro le volte successive. Gli spiegai in seguito che avrebbe potuto fare qualunque cosa avesse voluto, ma lui purtroppo era fissato con quelle distribuzioni alimentari, a cinquemila uomini una volta, a quattromila un’altra. E, forse, mi dico oggi a fuorviarlo fu proprio quel primo imbarazzante miracolo.

... continua

lunedì 21 giugno 2010

Che minchione le formiche! III-1p


[continua dal post precedente]

Capitolo III


La doppia visione è finita nell’istante stesso in cui l’ho desiderato e al sollievo di aver lasciato quell’orribile chiesa si sostituisce il ritrovato disgusto per il budello in cui Lui mi ospita. Deve aver capito che tutta questa situazione mi puzza di bruciato: se questi per Lui sono risultati “discreti”, l’ottimo sarà forse destinabile a chi bestemmia una sola volta al giorno, alle prostitute che vorrebbero cambiare mestiere, a chi è colpevole di un omicidio preterintenzionale essendosene poi pentito, alla madre che ha quasi strangolato il proprio neonato… Lui sorride e io strizzo gli occhi e aggrotto la fronte tentando un ultimo sforzo di comprensione, ma inutilmente.
- Azazel, figlio mio – mi chiama così, il suo “essere forte”, tutte le volte che intende adularmi; la prima volta che gli umani mi hanno dato quel nome è stato dopo la mia prima unione con una loro femmina, quindi potrebbe anche essere un messaggio: farmi capire che ha già accettato la mia Maria-Elena -, non devi sottovalutare questa sfida. Ricordati che hai solo tre giorni di tempo – ha detto solo “tempo” nient’altro! – e di tempo terrestre, del pianeta Terra del Sistema Solare della Via Lattea… non mi freghi più con i tuoi giochetti, quindi mettiti d’impegno.
- Posso andare adesso? – provo l’ultima carta rimastami.
- No che non puoi, non ancora. Dovrai agire con la sola arma della persuasione, come Oreste, per cui ti revoco i tuoi poteri da ora fino alla mezzanotte del 24 dicembre.
- Non puoi farmi questo…
- Non posso?
- Non devi – arcua un sopracciglio con fare poco convinto -, non dovresti… - sto sbagliando tutto; occorre un rapporto più paritario tra noi: io ho fatto sempre tanto per Lui e Lui ha bisogno di me; non intendo essere sfruttato, mentre Lui gode del mio lavoro; ho i miei diritti e poi dov’è andata a finire la concertazione? – Apriamo un tavolo di trattative.
Sta sorridendo, riesco sempre a farlo distendere, per questo mi vuole bene: - Se proprio ci tieni, ti accontento subito.
Mi fa comparire una valigia metallica, proprio in mezzo a quel pavimento inzaccherato. Faccio per aprirla incuriosito e capisco trattarsi di uno di quei tavolini apriechiudi da campeggio, tanto in voga negli anni ’70.
- Che simpatico, davvero divertente! – mugugno ironico, ma senza farmi abbattere procedo ugualmente all’apertura dello strumento negoziale, adeguandomi con estrema dignità alla modesta seduta che trovo al suo interno. È il momento di discutere la mia posizione contrattuale e di regolamentare una volta per tutte il nostro rapporto professionale, altrimenti mi vedrò costretto ad incrociare le braccia. Lui continua a sorridere: buon segno – Punto uno all’ordine del giorno. Mantenimento della lettura del pensiero di tutti gli umani che incontrerò in seno a questa missione e anche di Oreste.
- Scordatelo.
- Allora di tutti gli umani.
- Non se ne parla nemmeno.
- Di Savvo o rinuncio.
Lo vedo ruminare un po’ sul da farsi, aggrottare la fronte, fessurare gli occhi, stantuffare col naso, infine sbuffare un: - Accordato, cos’altro?
Dal mio scranno plastificato mi travesto per l’occasione. Arrotolo all’avambraccio la camicia operaia a quadri, tiro leggermente su dalla cintola i pantaloni di velluto a coste, inforco gli occhiali da un astuccio in ecopelle appeso al collo e dal taschino della camicia spuntano fuori dei fogli stropicciati da cui leggo: - Punto due. Quale rimborso di… - faccio comparire sul tavolo una gigantesca calcolatrice a rullo e digito alla velocità della luce – trentaquattro giorni per il primo anno (terrestre!) di prova, trentasei giorni per cinque miliardi di anni a seguire, più la maggiorazione di due giorni per ognuno dei due milioni e mezzo di anni di livello professionale in “demonologia”, un centinaio di giorni di trasferta durante le incarnazioni  – un roboante DIN DIN conclude le operazioni e l’intero rullo di carta si srotola su tutto il tavolo prima, riempiendo la grande cavità intestinale, in cui ci troviamo, poi -, fa circa, calcolati per difetto, centottanta miliardi di giorni di ferie non godute. – Lui inghiotte rumorosamente e spalanca le enormi fauci – Riprendiamo, punto due. Godimento per i tre giorni a seguire delle serate libere dalle 20:30 fino alle 07:00 dell’indomani con annessa possibilità di dismissione delle future vesti corporee e di tutte le loro conseguenti limitazioni.
- Ac-ce-t-to. – lo sento balbettare – Purché non ci siano intromissioni notturne nella tua sfida.
Con un termine facilmente comprensibile da voi umani ho riacquistato, quantomeno part-time, i miei poteri magici. Il che non è cosa da poco: talvolta fa la differenza tra il credere e il non credere. Si fa presto a dire “se c’è la fede!”, ma vi posso assicurare che voi umani siete dei tipetti tosti da convincere e che, modestamente parlando, anche il Nazareno senza i miei servizi avrebbe avuto ben pochi pecoroni al suo seguito.

...continua

sabato 19 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-19p

[continua dal post precendente]

La signora – che in quanto femmina del Verro non me ne vorrà per l’inevitabile definizione - Troia e soprattutto la figlia non erano in vista e l’intera comitiva dei Nati Catanesi lo trovò un vero peccato, essendo entrambe di costituzione fiorente e di indole generosa. Savvo le ha rese protagoniste di non pochi sogni mattutini ad occhi chiusi, in cui ciò che non è brina si posa sui virgulti di tenera esuberanza, e di alcuni ad occhi aperti, quando l’immaginazione lo priva di sue coetanee. Ma anche loro erano sul posto e appena qualche ora dopo da buone donne di guerrieri si trovarono davanti all’uscio del loro focolare a porgere con cortesia e dedizione mazze, randelli, spranghe e biglie di ferro, incitando gli uomini alla battaglia con parole che solo discendenti di spartane potevano pronunciare: “Li dovevano ammazzare da piccoli, quei figli di donne dedite alla fellazio!” o “Spolpateveli senza lasciare neppure l’osso!” oppure “Spaccategli le corna” o infine, per qualcuno dei più intimi “Giuramelo che un colpo glielo devi dare anche da parte mia”.
E i combattimenti furono uno spettacolo indimenticabile, certo un po’ scomposti e lasciati alla libera iniziativa, tuttavia, o forse proprio per questo, diedero vita ad entusiasmanti fantasmagorie. Uomini-razzi si lanciarono dagli spalti piroettando su se stessi prima di ritoccare il suolo; uomini-sanitari, con le gambe umane e la testa da water o mitici esseri con braccia-lavabo, proruppero scroscianti in mezzo alla folla, gorgogliando temerari e scaricando tutta la loro liquida rabbia contro playmobil fischianti e rotanti in una pista da perenne girotondo; uomini-spermatozoi rinunciarono al loro individualismo e si unirono a centinaia, migliaia come un unico corpo e una sola mente, mossi dal desiderio di spingere, andare a segno, sfondare, correre a perdifiato verso l’ambito premio finale, seguire il flusso della corrente uccidendo al loro passaggio il noiosissimo uomo-filosofo che non fa un passo senza chiedersi “dove andiamo? perché viviamo? cosa c’è oltre?”. Poi l’aria si addensò di fitta nebbia brulicante di vita e, mentre spuntavano dal suo interno fuochi fatui guizzanti in ogni direzione, come sospinti dal vento, fu il segno che lo show stava giungendo al suo culmine. Mancarono gli applausi del pubblico, sospeso in un’atmosfera di stupefazione, ma, se mi consentite una piccola aggiunta – tu, lettore, stai pensando: “Fatto trenta, ti preoccupi di fare trentuno?”; attento al tono che usi, potrebbe dispiacermi e non mi costerebbe fatica venirti a trovare, in qualunque spazio-tempo tu sia -, si elevò un concerto di violini striduli e sincopati. Urla di terrore si sparsero per le piazze, dove ormai si era spostato lo spettacolo itinerante, quasi che vi fosse il mio zampino in tutto questo. La musica si fece vertiginosa in un crescendo che attendeva l’orgasmo finale, mentre i due schieramenti cozzavano e si ritraevano come in un affollatissimo pogo.
Quando la danza ebbe fine, milleduecentoquattro sapiens sapiens (regno: animale, classe: mammifero, ordine: primate, famiglia: ominide, ultimo anello evolutivo del genere homo, unica creatura razionale del pianeta Terra, nonché dell’intero universo), di cui quattrocentocinquantadue della periferia di Savvo, erano feriti e uno era morto.
- E tu che hai fatto allora? – gli chiede Piero con gli occhi sgranati dallo stupore e dall’ammirazione.
- E che vuoi che facevo? Sono scappato come tutti gli altri. – risponde Savvo condiscendente.
- Ma che è vero che lo conoscevi quel poriddazzo, l’unico che sono riusciti a tenere dentro?
- Non io personalmente. Giuffrida me ne ha parlato, prima che lo pigliavano.
- Ah, perché anche a lui hanno preso?
- ’Nzai niente allora? Giuffrida l’hanno pigliato, ma per spaccio e per resistenza a pubblico ufficiale…
- Vabbé – lo interrompe Iancelo -, ma la resistenza è normale, anche a Verri gliel’hanno data e si è fatta solo la condizionale. – dice tutto soddisfatto di saperne qualcosa anche lui.
- Che bestia! – lo onora Savvo con uno scapaccione e dandogli una lezione di codice di procedura penale, di cui la maggior parte di loro è edotta in tenera età – Con la condizionale non ti hanno condannato, mentre con la libertà condizionata ti vengono a controllare a casa. Come a mio patri. – sta pensando lui e sa che anche gli altri condividono questa sua stessa riflessione, ma non glielo diranno mai in faccia, se non sono dell’umore di essere picchiati a sangue e dal silenzio intorno evidentemente non lo sono. – Comunque neanche con lo spaccio l’hanno condannato, perché si è dato per tossico e l’hanno messo in comunità e tra ’ntannicchia è di nuovo fuori. Ma ti stavo dicendo che prima che lo pigliavano mi ha raccontato di quel cristiano di diciassette anni: c’hanno fatto una soffiata loro stessi agli sbiri, ché quelli un nome lo volevano per forza… era uno dei loro che è morto e pure importante era, il cornuto. – per chi non è avvezzo al colore locale, non cada nel tranello di considerarlo un insulto che suggerisca comportamenti poco onesti della moglie del defunto. Nulla di tutto ciò. “Cornuto e sbiro” è un’endiadi inscindibile da queste parti per qualunque impiegato dell’ordine pubblico – Perciò un nome glielo dovevano fare se no ci cacavano la minchia a tutti quanti per chissà quanto tempo.
- Ma che l’ha ammazzato veramente lui lo sbiro? – ci riprova Iancelo, mettendosi fuori portata onde evitare altre eventuali reazioni educative.
- Certo che no, cretino, non è che si sa veramente chi è stato in quella confusione. Il caruso c’era però, non ha ancora i diciotto ed è incensurato. Gli hanno trovato un bravo avvocato e ci stanno dando qualcosa alla famiglia. Si fa qualche mese alla Bicocca – il penitenziario minorile – ed è fuori. E quando esce, se si è stato muto, Santapietraepaola qualche lavoro glielo trova.
A questo punto non credo di aver bisogno di nient’altro per ritornare nel presente e il quadro d’insieme mi fa pensare che Chi so io abbia in serbo una qualche sorpresina per il sottoscritto.

... continua

mercoledì 16 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-18p

[continua dal post precendete]

- Certamente, Illustrissimo Signor Giudice – quest’ultimo scuote il capo avvilito -, lasci per l’appunto che vada al nodo vero del problema.

Il giorno precedente si era avuto un incontro al vertice a scopo transattivo tra il Presidente del Catania Calcio e Falsaperla, primo emissario del signor Santapietraepaola, supervisore dell’economia e della politica catanesi. Quando la segretaria gli comunicò all’interfono l’inattesa visita, il povero Presidente per poco non si uccise con l’eccesso di saliva che deglutì. Gli sembrò che le pompe di calore fossero state regolate a una temperatura troppo elevata e, leggendo sul telecomando 19 °C, non gli restò che maledire il polpo marinato appena mangiato da Saretto agli Archi della Marina. Appena risentì la vocetta acuta di Luana che gli richiedeva, fresca come una rosa, cosa dovesse dire al signore, fu tentato di far riferire che era troppo occupato e che si sarebbe fatto vivo lui stesso. Quell’ultima espressione, però, gli ricordò con straordinaria immediatezza quanto potesse rivelarsi falsa nella sua natura strettamente letterale, se proprio allora si fosse rifiutato di ricevere un uomo di Santapietraepaola.
Falsaperla era un tipetto segaligno, sotto il metro e settanta, un look casual composto da tuta acetata verde, scarpe da tennis bianche e berretto con visiera rosa, trentadue anni che gli solcavano vistosamente il volto. Entrò nello studio senza salutare, gettando degli sguardi distratti alle foto d’epoca della squadra, poi si sedette proprio di fronte alla scrivania, prima che il Presidente riuscisse a ritrovare un po’ della sua abituale buona educazione.
- Le porto i saluti di chi lei sa. 13
- Beh… grazie, ricambi. – rispose l’altro colmo d’imbarazzo.
- So che lei è molto occupato – il Presidente si chiese all’istante se Falsaperla riuscisse anche a leggergli nel pensiero, ma questo se non c’è il mio zampino non può accadere -, perciò non le faccio perdere altro tempo. Il suo regalo di fine anno è stato gradito, ma la squadra cresce e anche noi vogliamo farla crescere, quindi i nostri precedenti accordi non vanno più bene.
- Quanto ancora? – per il Presidente quella discussione aveva un effetto sauna, peccato che con il colesterolo a 240 e trigliceridi a 450 non fosse la cura dimagrante per lui più salutare. Il suo cuore, mentre il pover’uomo continuava a grondare sudore, cominciò a ballare la danza della pioggia.
- Altri venti. – Falsaperla sorrise, pensando alla percentuale che gliene sarebbe venuta in tasca.
- Mila? – chiese il Presidente tranquillizzandosi e abbandonando quel colorito paonazzo.
L’altro con l’agilità di un furetto si proiettò sulla scrivania fino ad afferrarlo per la cravatta, stringendogli il nodo: - Che pensi che mi faccio prendere per il culo da uno come te? – poi allentò la presa e fece per andarsene; prima di aprire la porta aggiunse – Prima della partita, sennunca ti roviniamo il campionato.
Ma il Presidente i soldi non li aveva trovati e nessuna banca aveva voluto prestaglierli perché la società non presentava molte garanzie. Perciò, adesso sapete a chi si riferiva, quando, intervistato il giorno dopo gli incidenti al Massimino, dichiarava con ossessione iterativa “mi hanno rovinato”.


- Ma questo è tutto veroooo? – si leva un coro di voci all’unisono, bocche spalancate al chiarore lunare (gobba a ponente stupore crescente, gobba a levante stupore calante).
- Vi ho mai mentito? – ciascuno di voi, pensa che ti ripensa, rileva con acuto senso d’osservazione che, beh effettivamente, non sono quel grande esempio di affidabilità che pretendo di essere – La risposta è: ma certo che l’ho fatto e sempre con enorme piacere! E stavolta? Vi starete chiedendo. Come se fosse così importante il singolo evento, la minuscola moneta di rame nel paiolo del tesoro degli gnomi. Per quanto mi riguarda io bado all’armonia dell’insieme, alla coerenza nella teoria dei mondi possibili, al fascino di una squisita affabulazione. Attendervi da me il vero, nudo e crudo? Più facilmente figlierebbe un eunuco.


Comunque, torniamo al nostro Giuffrida (o il cavaliere della Madama Bianca) che come è venuto se ne va, dopo aver tracciato le linee guida per il pomeriggio del partitone.
Il 2 febbraio, subito dopo pranzo Savvo, Macco e Iaffio – che sono lì fieri perché di quell’epopea sono stati anche loro gli eroici protagonisti – insieme al resto del C.S.N., dei Furiosi e dei Dicatina avevano già parcheggiato gli scooter a pochi isolati dallo stadio e vi stavano entrando – privi di quegli oggetti goliardici, perché avrebbero trovato all’interno i Verri, la famiglia del custode, pronta a offrirne ai richiedenti, quali gentili strenne preagatine - con le intenzioni festaiole di cui sopra.
Videro papà Verro grufolare nel pressi dei bagni con il lattonzolo primogenito – in realtà di diciannove anni suonati, ma ancora simbioticamente legato alla famiglia d’origine, ovvero per chi non mastichi la lingua di Aristotele “convivente” – e si lanciarono sguardi d’intesa. Entrambi al saluto urlato alla palermitana di COINNUTI risposero con un dito medio levato, che metteva in bella mostra il loro tatuaggio di appartenenza al Club Dicatina: una grossa catena intorno al polso destro, che rappresentava in modo esemplare la metafora locale “essere pazzi da incatenare”. Anche ad un occhio inesperto, lo stomaco prominente del Verro – padre – ne faceva un perfetto candidato alla prossima macellazione. Ma gli attributi maschili doveva averli altrettanto sviluppati se, per condurlo al mattatoio qualche giorno dopo, sarebbero occorsi cinque robusti macellai muniti di bastoni e cappi, che avendolo visto agitarsi, schiumare e avendolo sentito latrare “sbiri bastardi da mille euro al mese!” – a questo proposito mi sorge un dubbio: se fossero pagati tremila euro, sarebbero meno bastardi o costituirebbe un’aggravante? – lo pensarono affetto da idrofobia. E come tale, in qualunque società che si possa definire civile, avrebbe dovuto essere abbattuto. Non così avvenne, perché analizza che ti analizza saltò fuori che non solo non era colpito da nessuna patologia contagiosa e letale, ma anzi era stato allevato da uomini onorevoli per finire, al momento opportuno, come porchetta di Santapietraepaola. Così va la vita.

... continua


13 - Ora, giuro sulla Sua Essenza che la coincidenza dei miei sottintesi con quelli di Falsaperla è più apparente che reale, dato che, quando parlo di voi sapete Chi, innanzi tutto uso la maiuscola, inoltre non porto mai i suoi saluti, infine mai vorrei imitare un uomo con un tale cattivo gusto nella scelta del vestiario.

mercoledì 9 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-17p

Per motivi di natura tecnica - pare che non si riescano a postare dei riferimenti a piè di pagina! - pubblico stavolta in pdf. Mi raccomando di leggere le note, non tanto per la fatica compiuta invano nel tentativo di inserirle nel blog, quanto perché sono parte integrante del brano, che altro non è che una parodia delle esegesi dantesche come spiego nel mio commento ad ALI.

martedì 8 giugno 2010

Il pastiche

Naturalmente non ho la pretesa di essere esaustiva, ma solo di fornire alcune nozioni che incuriosiscano soprattutto i non addetti ai lavori.

Pastiche è una parola francese che deriva a sua volta dall'italiano "pasticcio", nell'accezione culinaria di pietanza in cui si mescolano alimenti diversi, e significa un'opera artistica (letteraria, artistica o musicale) in cui l'autore ha deliberatamente imitato lo stile di un altro o di altri autori, ovvero una miscellanea di generi diversi in un'unica opera.

Il termine è stato usato probabilmente per la prima volta da Théophile Gautier: "Si pour donner l'idée d'un peintre inconnu à Paris, nous avons été obligés de chercher des analogues, ne croyez pas pour cela au pastiche." (= se per dare l'idea di un pittore sconosciuto a Parigi, siamo stati obbligati a cercare degli stili analoghi, non crediate che il risultato sia un "pasticcio").

Per fermarci solo agli esempi letterari illustri, nell''800 Marcel Proust scrive Pastiches et mélanges imitando alla perfezione lo stile di scrittori come Flaubert e Balzac e all'inizio del '900 James Joyce si misura con un pastiche preraffaellita nella raccolta poetica Chamber music. Tra gli scrittori postmoderni, Thomas Pinchon in Mason & Dixon fa il verso all'inglese del '700 in particolare di Swift; in Fuoco nella polvere lo scrittore texano Joe R. lansdale rende omaggio alla letteratura di genere, ai romanzi pulp e a tutti quei libri che deve aver divorato da ragazzino; Pablo Echaurren pittore, disegnatore, fumettista e autore del giallo Delitto d'autore dice di sé: "Cerco di far dialogare livelli diversi, alto & basso, citazioni dotte con musiche stridenti provenienti da chitarre rotte scassate, punk. Ascendenze gaddiane con discendenze ramoniane (dai Ramones)." Potrebbero rientrare nella definizione anche i sequel di serie B degli Sherlock Holmes et similia, ma ne taccio volentieri.

Comunque, volendo portare il discorso alle sue estreme conseguenze, il primo vero pastiche è proprio il romanzo, dal Satyricon di Petronio in poi. Sì, perché la forza prorompente di questo nuovo genere, è quella di essere un "contenitore" di qualunque cosa l'autore volesse, dal teatro, superandone i limiti costruttivi scenografici, alla poesia, all'epistola.

Il pastiche quindi si fa interprete di questa rivoluzione del romanzo, della sua prima funzione di divertissement, giocando con la tradizione letteraria e con i propri lettori. In questo senso - e qui parlo della mia poetica - non allontana dalla trama centrale, ma è esso stesso trama. E' un come, ma è anche un cosa e nel caso di Che minchione le formiche! è lo stile di racconto del narratore Belfagor.

sabato 5 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-16p

[continua dal post precedente]


Uno degli anonimi giocatori fuori campo aiuta Luiggi a rialzarsi e, sostenendolo, lo riaccompagna a casa, mentre il resto del gruppo rimane compatto attorno al Suo campione nell’attesa di nuove esaltanti sfide. Ma Savvo è stanco di giocare e in fondo gli brucia di non aver vinto regolarmente.
- C’ho caldo, carusi, io me ne vado. 
Male, malissimo! Dopo questo eccellente exploit, mi cadi nella frustrazione? Non vorrai dargliela vinta a quel cretino di Oreste, vero? Almeno non questa volta che c’è in gioco l’eternità per Maria-Elena. Riprenditi, figliolo.
- ’Spe, Savvo – gli sta dicendo Macco, permettendosi di bloccarlo per l’avambraccio, come concesso a pochi altri -, mettiamoci dentro che c’è più fresco e racconti a Piero, che è tornato da poco con la sua famiglia da Milano, di quella volta del Catania-Palermo.
Gli altri si uniscono in un coro di “sì, sì, dai, raccontaglielo”, ansiosi più del novizio di riascoltare le gesta eroiche di quest’epica moderna dalla bocca di un aedo, che so all’istante esserne stato attore, oltre che diretto testimone. Si siedono nelle panche in fondo alla sala, mentre Oreste rassetta gli strumenti del mestiere, e porgono l’orecchio silenziosi in questo misterioso rito collettivo.
- È stato il 2 febbraio, no? – esordisce Piero - Che io e mio patri volevamo scendere un po’ prima di Sant’Agata, ma mia matri ci ha detto: “E ch’è mi lasciate sola con la picciridda (mia soru, la piccola) in treno?” E io ci ho risposto: “’Nzamai se l’arrobbano!” – risate generali – ché volevo scendere per forza, ma mio patri me ne ha data una che mi ha fatto volare per aria. – altre risate.
Improvvisamente colti da irrefrenabile impulso digressivo, iniziano a raccontare all’unisono – a tal punto che solo per la Prima Intelligenza da Lui creata sia possibile discernere i loro discorsi e comprenderli, considerato anche che la retorica non è proprio la più eccelsa delle loro arti. Nino sta illustrando di quella volta in cui controbatté un’accusa paterna di spergiuro (sic; il padre: - Munzignaro che non sei altro! Me li hai presi tu i dieci euro dalla tasca!; Nino: - Non sono stato io, lo giuro su quanto voglio bene a mia matri!; il padre: - Munzignaro, non ti vergogni a giurare su tua matri?) e alla fine ne prese tante, sottolinea con orgoglio, che suo padre aveva persino le mani doloranti. Iancelo in passato, obbligato a rimanere in casa dai genitori per occuparsi della sorella di tre anni, rilevò in loro presenza che, per quanto gli concerneva, quella cosa “ca feti”2 – sarebbe stato un peccato alterare l’ingiuria, non credete? Questa, infatti, contiene in sé una sua genuina perfezione, da un lato degradando l’offeso al rango di oggetto, dall’altro paragonandolo con garbo ad un elemento di defecazione – avrebbero potuto anche buttarla nell’immondizia – se non altro per esigenze metaforiche la conseguenza era logica. Il capo famiglia, poco sensibile al suo abile gioco lessical-semantico, concluse la vicenda nel medesimo modo più sopra riportato.
Mentre tutti gli altri – eccetto Macco, che preferisce osservare la scenetta e sorridere distaccato, e LICANTRO che le prende talmente tante volte che gli si presentano all’imbocco della memoria tutte insieme; così, come il flusso di una cascata da un collo di bottiglia, non c’è verso che ne tragga fuori nemmeno una – continuano a spiattellare confusamente ricordi personali a proprio uso e consumo, dato che reciprocamente né si sentono, né si comprendono, Savvo ruggisce uno “statevi muti”.


... continua

2. Puzzolente.

venerdì 4 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-15p

[continua dal post precedente]

Oppure, un rewind veloce all’inizio della visione: Savvo urla con una tale violenza che la gola gli si graffia fino a stillare sangue, il cuore inizia a pulsare al galoppo. Ottanta, ottantacinque, novanta, cento, centodieci, centocinquanta, duecento. Fa appena in tempo a portarsi le mani al petto che sembra scoppiargli, quando l’ischemia sopravvenuta al suo muscolo cardiaco gli provoca un’angina pectoris – non è deliziooooso il termine “angina”? Mi fa pensare ad una bambinetta paffuta dalle gote rosee: “Angina, tesoro, vieni che è l’ora della merenda!” e Angina brava e bella corre felice verso le braccia del suo papà e della mamma Maria-Elena – che lo fa contorcere per mezzo minuto circa. Poi dall’angina all’infarto miocardico il passo è breve. Il finale mi secco a variarlo, perciò ve lo ripropongo identico. I ragazzi attorno a lui rimangono prima impassibili, poi, mossi da un irrefrenabile impulso, che loro stessi rinunciano a spiegarsi, lo tirano su di peso e lo abbandonano ai lati del campo, provando uno strano sollievo – peggio per voi se lo avete riletto, ve l’avevo detto che era identico!
Comunque, non mi resta che rimettere il mio sogno nel cassetto, primo perché quello che sto osservando è il passato e come tale assolutamente immodificabile, secundo il ragazzotto in questione è il mio personale pallone in questa gara.
Al ventunesimo minuto di gioco la squadra di Macco, con le sue quattordici reti a sei, ha raggiunto un irrecuperabile vantaggio, considerato che cinque avversari su sette sono letteralmente spompati e arroccati in una difesa immobile attorno alla porta. 
- Siete delle minchie mosce! – li redarguisce il loro capitano honoris causa (dato che Iaffio, l’anziano del gruppo, non concepisce un pensiero autonomo nemmeno se glielo scrivono prima), poi rivolgendosi a Macco – Guarda che dobbiamo interrompere, con questi non si può giocare.
- È perché non vuoi perdere. – butta lì Luiggi, l’unico senza traccia di fiatone, strappando un mezzo sorriso a Macco che sa già come gli andrà a finire.
- Che minchia dici! – Savvo è sul piede di guerra, gli si avvicina fino a sfiorargli il torace; l’altro lo supera di una spanna, ma sta già indietreggiando – Andiamocene fuori e così vediamo chi ha ragione. 
Cosa intenderà per “aver ragione”, una cristiana ordalia? I due contendenti si affrontano nell’arena, mentre l’unico vero Dio fa da arbitro, dando il segnale d’inizio con un terribile fulmine a ciel sereno. Savvo affonda un attacco furibondo urlandogli (bravo! in tutti gli eserciti è la prima tecnica per intimidire) sue presunte origini da una donna dedita alla fellazio. Le braccia e le gambe mulinano colpi sgraziati, ma non privi di efficacia e, mentre Luiggi cade a terra cercando di proteggersi a uovo, l’altro sferra gli ultimi decisivi calci ai reni. Un gong improbabile risuona nell’aria, contemporaneamente all’ingresso di una svestita e sorridente cocotte con una busta da parte di Dio. 
Me la consegna e con voce stentorea annuncio al microfono: - The winner is… - sospensione di rito – Savvo! Dio dunque stabilisce che la partita si interrompa in parità senza alcun disonore per la squadra di Savvo.
Il fulmine, il gong, la cocotte e la mia entrata in scena mi si accordino per licenza poetica, quanto al resto della cronaca non l’ho modificato di una virgola.

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martedì 1 giugno 2010

Che minchione le formiche! II-14p

[continua dal post precedente]

Già nel cortile dell’oratorio, con il pallone sotto braccio Savvo prende in mano la situazione: - Allora, io e Macco facciamo le squadre. Comincio io e scelgo Nino. – sta pensando – Quello è un furetto in campo, gli faccio fare l’ala e io la punta, così Macco ce la suca.
Macco a seguire chiama un certo “Luiggi” fuori dal coretto degli irriducibili, ma di pregevoli qualità sportive, mentre Savvo ama giocare in casa con Iaffio, anche perché per avvicinarsi con lui in porta ci vorrà un bel po’ di fegato. Un anno addietro si è gettato sull’attaccante anziché sulla palla, rompendogli involontariamente un ginocchio, con il risultato che ad oggi, con lui portiere, non ci sono stati tiri più vicini dei cinque metri. Macco subito dopo riesce ad accaparrarsi LICANTRO e per stizza Savvo ribatte che l’offerta è un prendidue con Iancelo incluso e che se non gli sta bene può pure tornarsene a casa.
Iancelo tenta la sua carta: - Se fate così allora non gioco. – e fa per andarsene, ma, rendendosi conto che nessuno lo trattiene, rimane un po’ in disparte tra i mugugni per poi ritornare tra le fila di Macco.
Finite le convocazioni, si entra nel vivo del gioco. 43 °C al sole, 40 nelle poche zone in ombra, la loro pressione sanguigna è salita ad appena 90, nonostante la corsa serrata, grondano sudore fin dal primo minuto con la lingua il cinquanta per cento più secca. Se non avessi la certezza della loro attuale esistenza in vita, li darei per spacciati nel giro di una mezz’ora. I loro pensieri si sono azzerati (più di prima, se possibile), concentrati a rincorrere la palla, farsi lo sgambetto, insultarsi, sputarsi, picchiarsi, interrompere il gioco per separarsi e ricominciare le stesse azioni a ciclo continuo. Luiggi della squadra di Macco sembra fare la differenza e continua a tirare in porta con una tale furia che neppure i ruggiti di Iaffio riescono a fermare. È un fuori classe e tra meno di cinque anni sarà in nazionale. I suoi avversari ne sono perfettamente consapevoli. Tutti, tranne Savvo, che nel frattempo, sentendosi un divo incompreso, sputa sentenze di morte sui compagni di squadra, incapaci, a suo dire, di schierarsi in difesa, di interrompere l’altrui verticalizzazione, di coprire la porta, di portare palla, di tenere palla, di tirargli passaggi decenti.
Si sgola fino a inaridirsi l’ugola con laconici messaggi che reputa di sicura efficacia: - Passa! Corri, corri! Prendigliela! Dribbbla! - il tutto farcito di insulti che vanno dall’abusato “cretino”, al colorito “minchione”, al metaforico e geniale “sei un cacapiscio”.
Per un attimo mi estranio e lo vedo bloccarsi all’improvviso, portandosi le mani al collo, la giugulare gonfia, gli occhi strabuzzati, la bocca aperta a cercare inutilmente di immettere aria nei suoi polmoni. Ha ingoiato una minuscola ape, che, pungendogli la laringe, provoca il suo ingrossamento fino all’ostruzione – non è necessario cercare lo shock anafilattico in questo caso.  Le ginocchia gli si piegano, sbatte i pugni a terra in un ultimo, vano tentativo di opporsi all’inevitabile, mentre i ragazzi attorno a lui rimangono prima impassibili, poi, mossi da un irrefrenabile impulso, che loro stessi rinunciano a spiegarsi, lo tirano su di peso e lo abbandonano ai lati del campo, provando uno strano sollievo.

... continua