La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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lunedì 24 maggio 2010

che minchione le formiche! II-8p

[continua dal post precedente]

Era un giorno di fine aprile, ma sembrava il preludio delle grandi calure estive, grondanti di umidità. Lo scirocco si era acquietato da diverse settimane, l’aria immobile si era fatta irrespirabile e il sudore si appiccicava sulla pelle, rendendo quanto mai spiacevole la sosta su una spianata polverosa. Ne parlo con cognizione di causa perché risiedevo in un corpo umano in quel frangente. Non è perciò strano che alcuni futuri commentatori, allora presenti, abbiano letto in quel semplice e casuale fenomeno meteorologico una simbologia trascendente, quasi che Gerusalemme, o il mondo intero, fosse sospesa in attesa del tragico evento. E difatti sul Golgota nel tardo pomeriggio, proprio quando uno dei tre uomini crocifissi – l’unico innocente, detto per inciso – inspirò per l’ultima volta quell’atmosfera carica di pioggia, le nuvole, addensandosi, si tinsero di nero. Nel cielo parvero lottare le une contro le altre, finché, strizza di qua urta di là, si produsse uno di quei temporali da manuale. Non mancarono né i tuoni né i fulmini e l’acqua cadeva a secchiate, come se – letteralmente parlando – Lui la mandasse. Per quanto involontario fosse tutto quello, ripeto, l’effetto generale risultò assolutamente suggestivo. Quel cielo squarciato da violente scariche elettriche e colorato in ogni possibile tono di grigio, la pelle livida degli uomini in croce, gli astanti zuppi da far pietà, il semplice minimalismo del pianoro del Cranio. Era il sacrificio del figlio di Dio e nessuna cornice artificiale, per quanti sforzi il migliore scenografo al mondo avesse potuto fare, avrebbe mai retto al confronto. 
Fu più di uno a urlare che si trattava di un castigo divino, ma a nessuno passò per la mente di ribellarsi: le guardie romane rimanevano a far da sentinella alla sentenza di Cesare e bastarono le loro lance e daghe a dissuadere da qualunque azione diversa dallo sterile lamento.
Piansi anch’io, prima di portare a compimento la mia opera ed essere nuovamente richiamato alla Sua presenza.
Mi accolse nelle medesime sembianze copromorfe, a cui, dopo miliardi di incontri, non ho ancora fatto l’abitudine. Pensavo di vederlo soddisfatto, dato che era stato un vero trionfo per il suo disegno e invece mi accolse con un’enorme delusione dipinta in volto, che gli piegava gli angoli della bocca verso il basso, facendone defluire liquescenti sostanze escrementizie.
Poi esordì, senza alcuna premessa: - Avrebbe davvero potuto essere mio figlio. 
L’asserzione naturalmente mi stupì, primo perché qualunque cosa esistente nell’universo lo era in un certo senso, secondo perché quell’angoscia da parte del mandante dell’omicidio proprio non la capivo; così risposi seccamente con un semplice: - Sì, perché no. – che lasciava aperto qualunque spiraglio per un mio ulteriore commento.
- E forse sarei stato un buon padre, proprio come lui mi vedeva.

... continua

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