La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

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mercoledì 19 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-4p

[continua dal post precedente]


Maria-Elena non era il tipo di donna che crede che il gentil sesso vada onorato, rispettato e non sfiorato nemmeno con un fiore. Ma quando il succitato Luang, anni cinquantasette, un metro e sessantacinque per novantatre chili, prese un frustino e le diede feroci scudisciate sulla schiena urlandole “godi, femmina in calore”, lei si rese conto di non potersi accontentare di un semplice “smettila, per favore”. Mentre le sue carni si laceravano e il sangue cominciava a schizzare, disegnando una rosa dei venti nella stanza, dalla sua scomoda posizione a pecorina cominciò a cercare un qualunque oggetto che potesse far cessare quella tortura non richiesta. Si dà il caso che proprio la pediera del letto a baldacchino (che Madame Yupa aveva inserito quale unico decoro di un arredo, per il resto, monacale) avesse dato più e più volte segni di cedimento, dopo i numerosi movimenti oscillatorio-sussultori a cui era stata sottoposta nel tempo. Maria-Elena la forzò quel tanto necessario a sganciarla, la afferrò con entrambe le mani ad una estremità e, facendola scorrere accanto alla sua vita, la infisse con tutta la forza di cui si era dotata in quel frangente nell’addome dell’uomo alle sue spalle. L’asse (cosa che stupefece per prima la stessa Maria-Elena) risultò sufficientemente appuntita da provocare una lesione grastroenterica, che si rivelò letale già durante il trasporto in ambulanza verso l’ospedale. Se la mia futura innamorata non fosse stata troppo occupata a tremare di terrore si sarebbe indubbiamente accorta che l’onesta Yupa, dopo aver prontamente fatto portare via il moribondo, aveva avvisato la polizia dell’accaduto. Solo troppo tardi la vide confabulare per le strette scale con i quattro poliziotti prelevanti e indirizzare un dito inquisitore alla sua persona. 
Cos’altro restava da fare a Yupa, se non consegnare la colpevole, per lavare l’infamia dalla sua pensione?
Gli agenti, prima di depositarla in carcere la violentarono a turno, continuando a picchiarla e urlandole contro “puttana” (come se rappresentasse una novità per lei questo appellativo). Gioirono e si eccitarono per le urla, non sospettando che a provocarle non fosse affatto l’onta inflittale, ma semplicemente le sue ferite alla schiena, che la posizione supina le acuiva. Poi uno dei quattro comunicò che sarebbe stato pericoloso per la loro reputazione se la puttana avesse parlato e propose di tagliarle la lingua, così, tanto per essere sicuri. A nulla valsero le preghiere, le rassicurazioni, le suppliche e le lacrime di Maria-Elena.
2 giugno, ore 22:47: avevo appena assunto le sembianze di un piacente inserviente addetto al braccio femminile per farmi qualche scopatina con donne che definire “assatanate” non è autoreferenziale. – Vi sono parso incoerente, vero? Ma come, i più attenti di voi si saranno chiesti, un attimo prima è lì che trema terrorizzato all’idea di entrare in un corpo umano e qualche istante dopo confessa candidamente di farlo abitualmente e per il proprio piacere personale? Dubbio lecito, ma nato da un banale qui pro quo. Io, infatti, AMO mescolarmi agli uomini, Lui solo sa quanto! Ci sguazzo nel vostro pianeta come un maiale nel fango. Mi piace, però, avere i miei confort, le mie comodità, sapete com’è, l’età ce l’ho, le possibilità pure… Quindi preferisco mutare sembianza, trasformando la mia essenza con un mero esercizio di illusionismo, senza portare quei vostri panni materiali che francamente non mi si confanno (sempre troppo caldi, troppo freddi, troppo larghi o stretti…). Nel caso in cui la necessità mi obbliga a impersonare qualcuno già esistente in natura, onde evitare inopportuni doppioni difficili da spiegare per le vostre ristrette vedute, allora e solo allora, mio malgrado, mi incarno (operazione raramente priva di conseguenze per il corpo mio ospite). - Ma a quella prima occhiata cambiai immediatamente idea: vi leggevo volontà di vendetta, determinazione e potenzialmente grande disponibilità nei miei confronti. Da parte mia non avevo quasi più dubbi, volevo possederla, conoscerne i pensieri più reconditi, soddisfarne i desideri e vederle indirizzare verso di me i suoi sorrisi, per sempre. Così non mi rimase che agire come qualunque altro innamorato che si fosse trovato nei miei panni. Andai da lei, le mostrai alcuni dei miei molteplici volti, le sussurrai il mio nome, narrandole una storia che già conosceva e un’altra che lei avrebbe potuto possedere in futuro se solo avesse voluto. La libertà, il dominio del mondo, la ricchezza, l’assenza di malattie e sofferenze, il soddisfacimento di qualunque sua fantasia.

...continua

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