La saga di fantascienza Genius ha trovato un editore! Qui di seguito troverete anche i primi capitoli dei tre romanzi.

Che minchione le formiche! è il mio ultimo romanzo, che potrete leggere qui di seguito, pubblicato sul mio blog poche pagine per volta, partendo dal post intitolato I miei romanzi e proseguendo in sequenza progressiva con i vari capitoli e le loro parti (es.: Che minchione le formiche! I-2p, I-3p...).

Buona lettura!

Genius_01

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Genius_01 - ebook in vendita su Simplicissimus.it

lunedì 31 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-13p

[continua dal post precedente]

- Fate un bell’applauso. – invita il gatto, dando per primo l’esempio con le sue zampette; quando finalmente il pubblico si è unito e lo scroscio è cessato  – Vi rivelerò, senza tema di smentite, che LICANTRO è un ragazzo fuori dal comune. Possiede un puntiglio che solo pochi hanno dimostrato così precocemente. Come chiamarla? Voglia di sapere, di andare al dettaglio. Pensate che ha trascorso sette anni alle elementari e due in prima media, candidandosi per un terzo anno di approfondimento. È anche un ragazzo esuberante, come dire, brioso. Qualcuno potrebbe definirlo un bruto, solo perché ha picchiato una maestra e un compagno in quinta elementare durante una lezione. – gli dà una pacca sulle spalle condiscendente – Ma sarebbe un giudizio affrettato perché questo bel faccione, maoo – i cuscinetti con gli artigli a riposo piantati sotto il mento del fanciullo per mostrarlo alla platea -, pago della punizione costatagli la bocciatura, adesso quando ha da menare qualcuno dei suoi conoscenti lo fa rigorosamente lontano dalla scuola. Di’ a tutti, tesoooro – miagola mellifluo -, perché hai queste reazioni, su non essere timido, maoo.
- Mi prendono sempre in giro. – mugugna laconico.
- Volendo fare l’avvocato del diavolo, qualcuno potrebbe sostenere che sei un po’ irascibile, che talvolta non cogli lo spirito bonario dello scherzo e che tal’altra non ne sei neppure tu il bersaglio.
- Ah, che hai detto? Mi stai prendendo in giro anche tu, non è vero?
- No, ti sbagli, non era mia intenzione, è tutto un equivoco, maoo… - precisa, ma troppo tardi.
LICANTRO si è fatto paonazzo in viso e comincia a ringhiare ferocemente, mentre il gattone scende patte a terra e arcua la schiena in posizione di attacco, emettendo dei sibili e fruscii poco rassicuranti. Il ragazzo inaspettatamente fa lo stesso e gli balza addosso atterrandogli sulla schiena. Tra ringhi e abbai rotolano dietro le quinte, in mezzo alle risate del pubblico e agli applausi fragorosi.
N.B.: suo padre, non essendo né minorato fisico né mentale, non fa il posteggiatore, ma si è imparentato con una della famiglia Arena e questo gli ha garantito ugualmente l’accesso ad una professione rispettata. Attualmente è in aspettativa (una sorta di anno sabatico, in cui gli Arena mantengono la sua famiglia con una pensione, frutto di collette mensili, più o meno volontariamente versate, da parte dei commercianti di Catania) in una struttura statale, vitto e alloggio gratuiti, anche se quest’ultimo (nove metri quadrati condivisi con altri due ospiti) lo lascia un po’ a desiderare.


- Ed è per questo motivo – sta dicendo Oreste – che bisogna comportarsi bene, perché qualunque azione produce una reazione e se abbiamo fatto del male, qualcuno proverà a farcela pagare e ne piangeremo le conseguenze.
Sarà partito dalla parabola del “buon seminatore” per arrivare a questa conclusione? Comunque sia, Savvo non l’ha trovata poi così edificante.
Infatti sta pensando: - Sì, lo voglio proprio vedere questo qualcuno che prova a farmela pagare che gli spacco le corna.
- In ogni caso – continua il mio angioletto -, non mi voglio dilungare oltre e dato che oggi vi siete comportati tutti bene, vi do il pallone per giocare fuori.
Segue un sonoro applauso, mentre il falso prete ripiega per una porta sulla destra verso la canonica. La gotta incipiente gli conferisce una goffa andatura a metà strada tra il claudicante e l’orso bruno, tanto che Iancelo non può fare a meno di additarlo alle spalle con un “taliáti” di scherno.
Savvo, non appena vede scomparire l’anziana figura dalla porta, si lancia contro il compagno con tale impeto che quello si copre la faccia con le braccia: - Talía, si spaventa. – e ride, venendo imitato dagli altri.
- Non mi sono spaventato. – cerca di difendersi Iancelo, inutilmente.
- Hai fatto così – e mima il suo movimento di schermo -, ti sei spaventato. – e ride ancora, poi quando quello sta per aprire nuovamente bocca trasforma il suo volto in una maschera di serietà e cattiveria – E hai fatto bene, perché, se rifai di nuovo il bestia che sei, ti ammazzo a botte, hai capito? Hai capito o no che se non ci comportiamo bene patri Basilio non ce lo dà il pallone? E se non ce lo dà per colpa tua, io ti ammazzo a botte. – un po’ ridondante e scevra di varianti lessicali, ma indubbiamente la sua retorica atticista, che si potrebbe definire francescana per la sua semplicità, si mostra immediatamente efficace.
Non posso fare a meno di pensare che un incarico con questo soggetto per me sarà un gioco da ragazzi. Che Chi so io si stia rincoglionendo o sto sottovalutando qualche elemento di analisi? Ritornerei già al presente partendo dalla prima ipotesi, ma per non peccare di tracotanza mi concedo ancora uno sguardo.

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domenica 30 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-12p

[continua dal post precedente]

Tornando alla carta d’identità dei Nostri.
NOME: Iancelo
ALTEZZA (attuale): 1,63 m
ALTEZZA (massima futura): 1,77
CAPELLI: biondo cenere
OCCHI: azzurri
PROFESSIONE DEL PADRE (dichiarata): a lei che ci interessa?!
PROFESSIONE DELLA MADRE: e anche questo a lei che ci interessa?!
PROFESSIONE (di Iancelo futura): e allora forse non mi sono saputo spiegare?!
ETÀ (attuale): 12 anni
ETÀ (massima futura): 45-65 anni
LIVELLO MENTALE: 4 (nota 1)
LIVELLO FISICO: 4 (vd. nota precedente)
LIVELLO SOCIO-CULTURALE: 4 (ibid.)
GIUDIZIO COMPLESSIVO: neandertaliano medio; a quindici anni avrà già la prima scappatella con una dodicenne della zona, un po’ tocca anche lei, e le loro spirali genetiche in una vorticosa danza daranno vita a un’altra imperfetta creatura, che a sua volta si unirà con un altro suo simile sviluppando il gene della deficienza congenita.

Ormai a conoscenza di chi sono e di Chi frequento le mie ultime rivelazioni sul futuro non avranno stupito nessuno. Dovreste, invece, perché non mi spingo al di là dei dieci anni, gli ultimi dei quali sono avvolti in una fitta nebbia, quindi nella maggior parte dei casi riesco solo a elaborare delle previsioni ipotetiche. Ma per Iancelo, come per moltissimi altri, chiunque dotato di un minimo di buon senso potrebbe dedicarsi ad un’infallibile arte divinatoria. A questo punto il vostro dubbio successivo dovrebbe essere: se sai come andranno le cose di qui a sette, otto anni, saprai già se vincerai la partita con l’angelo Oreste. Se non ci avete pensato, consolatevi scegliendo la soluzione che più vi aggrada: a) la logica non è mai stata il mio forte; b) non ho mai letto nulla prima sulla demonologia; c) devo smetterla di leggere dopo una faticosa giornata di lavoro; d) Iancelo sarà di certo peggio di me. Comunque la risposta è no. Pur essendo dotato di una buona lungimiranza, non vedo a un palmo dal naso, ovvero, fuor di metafora, l’arco dei sette, dieci giorni a venire mi è totalmente sconosciuto.
Last but not least, TA-RA-TA-TA-TA (rullo di tamburi).
- Avete intenzione o no di fare silenzio, razza di cani pulciosi? – giunge una voce nasale e cantilenante in mezzo al nero brusio scatenatosi da quando sono state spente le luci sul palco.
Finalmente un faro accecante illumina un gattone antropomorfo al centro della scena, curiosamente vestito in un redingote fucsia, accompagnato da tuba, dello stesso colore, tenuta nella mano sinistra, mentre nella destra stringe con nonchalance felina un paio di lunghi guanti dalle cortissime dita e un frustino, entrambi bianchi.
- MAOOO! – si lamenta Behemoth, portandosi una zampa agli occhi – Abbassate quelle maledettissime luci. – qualcuno nel buio esegue – Così va meglio. – miagola chinando la zampa, dopo averle concesso una leccata – Signore e Signori, Mesdames et Messieurs, Ladies and Gentlemen, Damen und Herren, è qui con noi Antonio Licandro, detto Antonio, per distinguerlo da Nino, o più spesso LICANTRO – lo urla arrotando la “t”, similmente all’area anglosassone.
Entra goffamente nel fascio di luce un ragazzone sui quattordici dalla corporatura tarchiata, carnagione semitica, casco di capelli corvini pettinati con una riga anni quaranta da giorno di festa, abito classico per uomo marrone più piccolo di una o due taglie, sopracciglia aggrottate e testone ritratto tra le spalle in segno di timidezza.

Note
___________________
1 - Su una scala da 1 a 10.


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venerdì 28 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-11p

[continua dal post precedente]

Schiocco le dita e vedo comparirmi in mano una splendida rosa rossa a gambo lungo in pieno sboccio, che le porgo con un movimento secco del polso come un ballerino di tango. Lei sorride istericamente, stupefatta di quanto le sta accadendo, finché la mia destra le ruota a un palmo dal corpo lentamente per poi richiudersi di scatto, provocando la comparsa sulla puledra di un abito da tanguera più adatto alla serata che l’attende. Chiffon rosso fuoco con una setosa sottoveste nera che si intravede dallo spacco profondo fino all’anca; i suoi voluminosi capelli castani, divenuti improvvisamente corvini e raccolti a chignon, le vengono da me decorati con la rosa regalatale; i suoi banali tacchi a spillo sono sostituiti da più larghi e passionali.
Tutt’intorno il teatro si è trasformato in una monumentale sala da ballo: il pavimento di lucido marmo, le pareti immerse nella più profonda oscurità e un fascio di luce sopra noi due soli miracolosamente proveniente dal nulla che ci sovrasta.
Una musica caliente ci travolge e, come da essa sospinto, l’afferro dalla vita mentre le nostre gambe si irrigidiscono e si intrecciano in sincopati movimenti da milonga, i nostri busti si fronteggiano e inizia una breve schermaglia di desiderio e diniego, in cui i nostri volti si evitano, ma i nostri sguardi si cercano. Quando el su ritmo sta per concludersi la costringo ad un intenso casquet.
Ancora con il fiato in gola la giornalista mi guarda stordita come al risveglio da un sogno. Tutto è tornato alla normalità: siamo nel foyer di un teatro e i suoi colleghi sono in un imbarazzato silenzio, vedendola paonazza in volto, una mano su un seno, l’altra sulla passera, concludere la sua pratica onanistica.
- Ha colto adesso lo spirito della commedia? – le dico sorridendole e lasciandola sprofondare nella vergogna.

Sono sicuro che in questa verde frontiera tra il danzare e l’amare vi sarete lasciati sfuggire l’intera valenza di “posteggiatore”. Ma sì che l’avete letto, poco più in alto, durante la presentazione di Nino. Trovato? In pochi secondi: normodotati. Dai trenta secondi a un minuto: lievemente ritardati. Oltre il minuto: n..o..n p..r..e..o..c..c..u..p..a..t..e..v..i, c’..è d..i p..e..g..g..i..o n..e..l..l..a v..i..t..a. Un piccolo chiarimento in proposito è d’obbligo.

Qui chiamano così degli uomini con un titolo di studio che oscilla tra la quinta elementare e una licenza media “creativa” (assegnata cioè perché “creavano” amletici dubbi sui loro neuroni), con capacità professionali quali l’utilizzo di un fischietto, la gestione di una semplice contabilità (prelievo di denaro con possibile reso) e di una geometria dei mobili (i problemi che si pongono sono di solito: avendo uno spazio di x metri lineari e/o quadrati con una capienza di y macchine e motorini, quante seconde e terze file di posteggio posso creare senza che la polizia intervenga?) e con virtù morali come l’assoluta dedizione alle loro autorità, una certa forza di persuasione nel far rispettare le loro norme e il desiderio di vendetta nel caso in cui il punto precedente fosse inefficace. Il valore, però, maggiore di questi uomini deriva dal senso di unità delle loro famiglie, a cui devono (proprio per le loro spiccate e provate competenze) l’assegnazione di una fetta del suolo pubblico, che come dice la stessa parola “è di tutti”, quindi perché non loro, visto che ne reclamano a gran voce il possesso? E se quel terreno è loro, ne consegue che tutti gli altri debbano pagare un piccolo obolo per sostarvi. Una logica stringente.

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giovedì 27 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-10p

[continua dal post precedente]

Ma ora è meglio che ritorni al mio giovane amico, di cui riesco a non perdere nemmeno un pensiero, perché, grazie a Lui, taglio, cucio e incollo la conoscenza del tempo passato come meglio mi aggrada.
Però patri Basilio alla fine di tutta ‘sta tiritera il pallone non ce l’ha fatto nemmeno vedere da lontano. E allora stavolta tutti guardano me per vedere se devono ricominciare con il bordello oppure no e io do il buon esempio, stando zitto e fermo, perché se no saltiamo di nuovo la partita.
Hai capito Salvo (o Savvo)? Il ragazzo ha talento da vendere, proprio lo spirito di un leader… e non ha nemmeno compiuto i quattordici. Guarda quel tale, Alfio Privitera, detto Iaffio, sedici anni e pende dalle sue labbra: la forza di un toro e il cervello di una gallina. Per una volta quell’incapace di Oreste sta adottando la strategia giusta. Se porta Salvo dalla Sua parte (ovvero quella che crede esserlo) riuscirà a trascinare con sé anche gli altri. Per quanto, di fianco a Salvo, in terza fila, vi sia il suo braccio destro, a metà strada tra il gregario e il leader. Troppo individualista per essere sia l’uno che l’altro. Occhialetti da intellettuale, tratti del volto regolari, fisico ben modellato; se non fosse per quegli anacronistici capelli ingellati appiccicati sulla fronte e il suo linguaggio trogloditico, potrebbe anche camuffarsi per un piccolo borghese: Marco Laudani, detto Macco – buffo quanto facciano pensare ai personaggi della commedia latina, Maccus, Pappus, Buccus.

Racconto di natale
(Il titolo sa di già sentito, ma sono aperto a diversi suggerimenti da parte della critica)
commedia in tre atti di Belfagor
(è il mio pseudonimo preferito in ambito letterario et similia)

Personaggi principali:

Savvo, il capo-banda
Macco, il braccio destro e rivale del capo-banda
Iaffio, gli altri la mente, lui il corpo
Nino, lo svelto, ma solo di gambe
Iancelo, il lento, anche di gambe
LICANTRO, il picchiatore


L’autore-regista e i suoi attori, tra cui il famoso Gilardo Capra, che nature può ancora interpretare ruoli dai sette ai sedici anni (e truccato, fino ai diciassette), si ritrovano nel foyer della Royal Opera di Londra, dove la pièce, annunciata da mesi di una roboante e martellante advertising campaign, andrà in scena in latinum classicum (non era necessario scriverlo in latino, e soprattutto in accusativo, ma il corsivo dà un tocco talmente chic, così pieno di charme, anche un po’ démodé nonché old style), con alcuni intercalari in volgare sicano, sopratitolata in francese del Cinquecento. La critica europea è in visibilio, mentre quella americana (stanziale al bar del foyer e, a giudicare dalle due bottiglie di Chateaubriand già pagate, in previsione di rimanervi fino alla fine dello spettacolo) ha un solo aggettivo da sfoderare: saccente.
Una succulenta giornalista - quasi un orgasmo tutte le volte che si sente parlare (e per questo smette di malavoglia) – si avvicina a Gilardo Capra e cinguetta:
- Ho letto che lei interpreta Antonio, detto Nino, un ragazzino di appena dodici anni – quello sorride dimostrandone la metà – fratello maggiore di una nidiata di quattro frugoletti, su cui la giovane madre – che ha iniziato a riprodursi a quattordici anni, aggiungo io – non riesce a imporre la propria autorevolezza. – certo sarebbe un’impresa titanica e da illusionista al mio pari mostrare ciò che non si possiede - Il risultato è che Nino (come pure i suoi fratelli, tranne l’ultima arrivata) trascorre l’intero pomeriggio per la strada, scorrazzando per il quartiere con un motorino, senza casco e senza patente; ha un evidente ritardo scolastico, una totale insofferenza nei confronti dell’autorità istituzionale, ma riconosce di buon grado quella di Savvo, anche più del padre. D'altronde non lo vede mai, perché quello fa il “posteggiatore” in centro. Stesso mestiere del padre di Iancelo…
Capra ingaggia una breve, ma intensa colluttazione per impadronirsi del microfono, scompigliandosi la boccoluta criniera, finché riesce nell’impresa, ma vanamente perché non può che ridarle la parola con un: - Qual era la domanda?
- Se mi avesse fatto finire… - interviene la donna stizzita, reimpadronendosi dello scettro – quello che volevo chiederle è questo: A suo parere è lecito, nell’affrontare l’esegesi dell’opera, cogliere una poetica tesa alla riaffermazione di tematiche neonaturaliste e neoveriste?
- Ah? – è quanto di arguto riesce a proporre ai suoi ammiratori.
E a quel punto interloquisco direttamente io, capigliatura alla Strehler con il volto fascinoso di Redford cinquantenne: - Benché la sua curiosità sia frutto di un’acuta intelligenza – la blandisco e lei, cagna fedele, è già pronta a gettarmisi ai piedi -, la ricerca di uno stile attraverso i temi trattati l’ha deviata dalla retta via… posso offrirle dello champagne, chérie?


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mercoledì 26 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-9p

[continua dal post precedente]

A quel punto mi fu tutto chiaro. Dopo il divertimento più sfrenato era l’ora dei mea culpa e cercava in me il solito avallo che lo risollevasse dal senso di inadeguatezza che, mi aveva confessato una volta, lo coglieva di fronte alle enormi aspettative riposte dagli umani su di Lui.
Giocai il mio ruolo: - Ognuno è quel che è e non può cambiare la sua natura, solo per piacere agli altri.
- Mi è dispiaciuto per lui…
- Lo so.
- Davvero…
- Certo ti credo.
- No, non è così per dire…
- D’accordo.
- Mi è capitato altre volte di mentire in proposito, ma stavolta è diverso…
- Non lo metto in dubbio.
- D’altronde gli ho riservato un ruolo di prim’ordine nella Storia…
- Esatto, tanto basta.
- È stato oggetto di mia diretta attenzione…
- Cosa si può chiedere di meglio?
- Era un grande capo carismatico…
- Il più grande.
- Gli ho voluto bene…
- Già, che fortuna!
- Oltre tutto, prima o poi muoiono lo stesso…
- Certo, tanto vale togliersi il pensiero subito.
- E anche quando avessi sbagliato, non sono l’unico ad avere delle colpe…
- “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”.
- Non è divertente, Belzebù.
- Cosa, “Nostro Signore”?
- Quello che stai facendo.
- “Perdonami perché non so quello che faccio”.
- Tagliala!
- Cosa, “Padre mio che sei nei cieli e di cui sia santificato il tuo nome e venga il tuo regno”?
- Non mi va, lo sai bene.
- Che sia santificato il tuo nome o che venga il tuo regno?
- Che lo citi.
- Bastava dirlo.
- E poi avevamo dei progetti per lui…
Sinceramente il volermi coinvolgere a quel punto mi dava la nausea, così ripetei: - Avevamo?
- So che sono stato Io a ordinarti di ucciderlo…
- Ecco ora hai detto bene.
- Ma, d’altro canto, non volevi anche tu milioni di proseliti per Me?
- Stai rigirando la frittata.
- Comunque sia, occorreva un martire per dare più seguito alle sue parole.
- Non per contraddirti, però me l’hai detto tempo addietro tu stesso che tra seicento anni verrà fuori un certo Maometto… – fece una smorfia come se cadesse dalle nuvole – Non preoccuparti, te la rinfresco io la memoria. Sai quell’arabo della Mecca, dove inizia a predicare, a cui i mercanti vorrebbero fare il culo, ma senza successo, che fonda un nuovo credo religioso in Te, chiamandoti Allah, dicendo che lui e il Nazareno sono i tuoi profeti, che nel frattempo unifica le tribù della penisola arabica, gettando le basi per il grande Impero dell’Islam?
- Aaaaaaaaaaah, lui! Stai parlando di quel Maometto. Perché a quell’epoca sarà un nome tra i più comuni…
- Già, proprio quel Maometto, che morirà ricco e capo di una nazione a sessantadue anni (che è un’età più che invidiabile per i tempi che correranno). Ergo, “per dare più seguito alle sue parole” non doveva necessariamente finire la sua vita a trentatre anni e in croce.
- Quella è tutta un’altra storia e tutt’un altro personaggio. – mi diede un’occhiata che significava “cosa ne vuoi sapere tu, sconsiderato impertinente che non sei altro?” – Il Nazareno non aveva la stessa stoffa di condottiero. Diciamocelo: era un perdente.
- Ma se poco prima hai detto che era un “capo carismatico”! Come si fa ad essere capo carismatico e perdente al contempo? – ero su tutte le furie; l’idea che dovesse vincere sempre e solo perché Lui era Chi era mi maciullava gli ammennicoli.
- Eppure è la pura verità. Se fosse rimasto in vita, lui non avrebbe guidato il popolo da Me eletto fino alla creazione di una nazione ebraica grande e forte…
- Ma non è affatto vero che tu lo abbia eletto ad alcunché.
- Sì, però era quello che la gente pensava e, nonostante ciò, non si sarebbe messo a capo di nessun esercito…
- Beh, se non altro, era coerente, lui!
- Fai meno il sarcastico. Quello che sto cercando di spiegarti è che alla lunga tutti quei seguaci che aveva intorno gli avrebbero chiesto di passare ai fatti e lui li avrebbe delusi con quella sua tiritera dell’Amore e del porgere l’altra guancia. Ecco perché l’ho dovuto sacrificare: gli ho offerto una fine degna di un eroe.
Non potei che trarne una sonora lezione di saggezza e di umiltà su quelli che vengono comunemente definiti gli imperscrutabili disegni divini.

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lunedì 24 maggio 2010

Dio o Mammona?

Nella presente opera, man mano che vi addentrerete, vi sarà sempre più chiaro che la divinità - nonostante i frequenti richiami biblici - non ha nulla a che vedere con il dio cristiano. Tanto quest'ultimo è buono, giusto e al di sopra dei volgari conflitti umani, quanto quello rappresentato in Che minchione le formiche! è bizzoso, iracondo, annoiato ovvero a nostra immagine e somiglianza, proprio come gli dei della mitologia greco-latina. Partendo da questa ipotesi narrativa, nessuno si offenda quindi se ne discende che il demonio non sia frutto di una corruzione angelica, ma il figlio prediletto di un tale Padre. Noi e tutto il resto del creato, di conseguenza, saremmo né più né meno che gli effetti di un gioco, seppur sapiente, di un esperimento da parte di un essere immensamente potente e, pur tuttavia, infantile nella sua attitudine a stancarsene in fretta.
Qualunque riferimento a personaggio cristiani, ebraici e/o di altre religioni non esprime alcun mio reale giudizio di condanna o, ancor peggio, nessun dileggio, rimanendo nei limiti di una garbata fantasia letteraria, in cui i pensieri sono espressi dal demonio-narratore.

che minchione le formiche! II-8p

[continua dal post precedente]

Era un giorno di fine aprile, ma sembrava il preludio delle grandi calure estive, grondanti di umidità. Lo scirocco si era acquietato da diverse settimane, l’aria immobile si era fatta irrespirabile e il sudore si appiccicava sulla pelle, rendendo quanto mai spiacevole la sosta su una spianata polverosa. Ne parlo con cognizione di causa perché risiedevo in un corpo umano in quel frangente. Non è perciò strano che alcuni futuri commentatori, allora presenti, abbiano letto in quel semplice e casuale fenomeno meteorologico una simbologia trascendente, quasi che Gerusalemme, o il mondo intero, fosse sospesa in attesa del tragico evento. E difatti sul Golgota nel tardo pomeriggio, proprio quando uno dei tre uomini crocifissi – l’unico innocente, detto per inciso – inspirò per l’ultima volta quell’atmosfera carica di pioggia, le nuvole, addensandosi, si tinsero di nero. Nel cielo parvero lottare le une contro le altre, finché, strizza di qua urta di là, si produsse uno di quei temporali da manuale. Non mancarono né i tuoni né i fulmini e l’acqua cadeva a secchiate, come se – letteralmente parlando – Lui la mandasse. Per quanto involontario fosse tutto quello, ripeto, l’effetto generale risultò assolutamente suggestivo. Quel cielo squarciato da violente scariche elettriche e colorato in ogni possibile tono di grigio, la pelle livida degli uomini in croce, gli astanti zuppi da far pietà, il semplice minimalismo del pianoro del Cranio. Era il sacrificio del figlio di Dio e nessuna cornice artificiale, per quanti sforzi il migliore scenografo al mondo avesse potuto fare, avrebbe mai retto al confronto. 
Fu più di uno a urlare che si trattava di un castigo divino, ma a nessuno passò per la mente di ribellarsi: le guardie romane rimanevano a far da sentinella alla sentenza di Cesare e bastarono le loro lance e daghe a dissuadere da qualunque azione diversa dallo sterile lamento.
Piansi anch’io, prima di portare a compimento la mia opera ed essere nuovamente richiamato alla Sua presenza.
Mi accolse nelle medesime sembianze copromorfe, a cui, dopo miliardi di incontri, non ho ancora fatto l’abitudine. Pensavo di vederlo soddisfatto, dato che era stato un vero trionfo per il suo disegno e invece mi accolse con un’enorme delusione dipinta in volto, che gli piegava gli angoli della bocca verso il basso, facendone defluire liquescenti sostanze escrementizie.
Poi esordì, senza alcuna premessa: - Avrebbe davvero potuto essere mio figlio. 
L’asserzione naturalmente mi stupì, primo perché qualunque cosa esistente nell’universo lo era in un certo senso, secondo perché quell’angoscia da parte del mandante dell’omicidio proprio non la capivo; così risposi seccamente con un semplice: - Sì, perché no. – che lasciava aperto qualunque spiraglio per un mio ulteriore commento.
- E forse sarei stato un buon padre, proprio come lui mi vedeva.

... continua

domenica 23 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-7p

[continua dal post precedente]

Prologo –Settembre: “Giro giro tondo”



4 mesi prima (in Sicilia, periferia di Catania)

A occhio e ancor di più “croce” direi che questo è l’interno di una chiesa: una sola navata semicircolare (se ancora di navate si può parlare per questi edifici in stile refettorialcazzconfusionesco), quaranta panche in tamburato di ciliegio e altrettanti inginocchiatoi disposti su due file, un fonte battesimale somigliante a una striminzita fontanella di paese, un altare costituito da un tavolo ricoperto da una tovaglia in lino, fabbricato in Cina, i dipinti dei Santi alle pareti sostituiti con poster di bambini negri di questa o quella parte dell’Africa, invitanti ad aderire a svariate campagne di beneficenza, e infine un crocifisso in alluminio, stilizzato a tal punto che potrebbe pure trattarsi di un uccello intrappolato a una rete. Oh, Santo Lui! E poi parlano di crisi di vocazioni e di identità religiosa! Dove sono finiti gli sprechi sfarzosi di un tempo? Capisco che si prediligano investimenti nella Banca San Paolo o nell’Opus Dei. Ma, porco Lui, c’è un limite a tutto! Non si può lasciare una chiesa (per quanto in culo al mondo sia) senza il suo copioso strato di stucco e patina dorata… ne va del buon nome della Casa Madre!
31 °C e gli spifferi, che penetrano da sotto il portone d’ingresso, sembrano delle ventate di fon. Ma non è solo questo che trattiene i quindici ragazzi presenti dal precipitarsi fuori urlanti con un pallone in mano. E di certo non è per merito di Oreste che, nei panni di don Basilio (anni cinquantadue, un metro e sessantacinque, ottantatre chili mal distribuiti tra l’addome e il busto, 270 di colesterolo e un principio di gotta), con un sorriso spianato a trentadue denti, sta ripetendo la formula di rito a cui nessuno fa più caso da secoli.
- Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. – sta dicendo patri Basilio e tutti ci segniamo nelle spalle e in fronte più lenti che possiamo, perché l’altro giorno quando l’abbiamo fatto alla velocità della luce, così per ridere, solo per vedere chi era il più sperto, il prete è diventato tutto rosso e si è stracambiato in faccia. Minchia che ridere, però poi ha cominciato a urlare che eravamo dei diavoli e dei mali cristiani e che non eravamo degni di Nostro Signore e del suo sacrificio in croce per noi e tutta questa serie di cose. Non la finiva più e io dico chi gliel’ha chiesto a lui ’sto sacrificio, che se lo poteva pure risparmiare, così non ci stavano sempre addosso per farci sentire in colpa. Come se l’avessi ammazzato io in persona o qualcuno che conosco.
Ben detto, fratello, dai a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, perché questo è proprio tutto merito Suo. Neanch’io posso dirmi se non un suo umile esecutore.

... continua

venerdì 21 maggio 2010

che minchione le formiche! II-6p

[continua dal post precedente]


Frignavano come degli infanti, ancor prima di vederci arrivare in volo: intuirono chi fossi io, ma bastò che riconoscessero lei perché i loro mugugni si facessero più simili a quelli dei maiali pronti per essere sgozzati. La furia di lei non li lasciò molto nel dubbio sul loro prossimo futuro. Strappai per lei un giovane virgulto di bambù (ventitre millimetri di diametro per una lunghezza di cinquecento), tendendoglielo quale mio primo omaggio floreale. Maria-Elena lo tuffò nel corpo del primo in su per quella parte che tacere è bello. E dentrofuoridentrofuoridentro finché fu pronta per il secondo atto, a cui la soccorsi amorevole, porgendole un kriss, dalla lunga lama ritorta e dall’impugnatura a forma di testa di drago, appartenuto a Chakkri (uno dei loro eroi nazionali, da me conosciuto durante una pausa di lavoro, mentre non sapevo come dividermi tra Washington e Robespierre, per essere certo che non dessero vita alle solite beghe di comari). Mi parve commossa dal mio gesto, forse perché si sentì davvero capita nel profondo e mi elargì un altro sorriso; poi sollevò, con levità tutta femminile, lo scroto del poliziotto come un trofeo di novella valchiria verso l’astro luminoso.
Compiuto per la seconda volta il suo rito di vendetta mi parve già piuttosto spossata, quindi mi offrii di terminare l’operazione in sua vece, lasciandomi guidare dall’entusiasmo dell’innamoramento. Ah, di cosa non è capace un essere appassionato! Quindi, lei mi si concesse tra il tenue frusciare delle risaie e il sordo tamburellio di canne, mentre quattro nenie soffocate accompagnavano il nostro ansimante crescendo.
Proprio nel momento in cui la sinfonia dei nostri corpi zampillava le note più acute, Maria-Elena col pensiero mi chiese: - Moriranno?
E io in piena estasi: - Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare!
E Maria-Elena di rimando: - Che risposta sarebbe?
Non mi restò che tradurre prosaicamente: - A Lui piacendo, sì!

Sospiro soggiogato dai ricordi che, seppur recenti, hanno già la capacità di rendermi nostalgico e so che non c’è nessun’altra risposta possibile.
Alzo occhi e mani al cielo e impostando la voce: - Berrò l’amaro calice…
Lui scuote il capoccione, rassegnato: - Non puoi proprio fare a meno di queste menate teatrali, vero? Comunque sia, in Sicilia alla periferia di Catania c’è un ragazzino, Salvo, detto Savvo. Da quattro mesi ci sta lavorando l’angelo Oreste – a sentire il suo nome mi prende una nuova fitta allo stomaco: non ci posso credere, dovrò operare a fianco di quell’idiota! Questa sì che è una prova d’amore -, ottenendo risultati discreti. Ti faccio dare un’occhiata, così giudicherai tu stesso.

...continua

giovedì 20 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-5p

[continua dal post precedente]


- Qualunque? – mi chiese la sua mente per nulla intimorita alla mia presenza.
- Certamente, Maria-Elena, ogni cosa. 
- Anche la vita eterna?
Questo andava un po’ oltre la mia diretta giurisdizione, ma conoscevo Chi poteva occuparsene e avrei senz’altro trovato il modo di convincerLo, tanto che risposi con pieno convincimento: - Anche.
- Forse mi stai mentendo – sorrise lei – o forse è solo la mia mente che sta vagando nella pazzia e mi sta facendo credere nella tua presenza, ma non ho niente da perdere, quindi ti rispondo di sì, sono disposta a essere tua.
Ricordo di essermi sentito fuori di me dalla gioia e di aver agito di puro istinto. Soffiai verso l’alto, aprendo, con fragorosa baldanza, uno squarcio fino al tetto della prigione. Le macerie ricaddero come dopo una violenta scossa di terremoto proprio accanto ai nostri piedi e sollevarono un enorme polverone, che nascose momentaneamente quell’apertura grande a sufficienza per la nostra ascesa. Ai violenti accessi di tosse di detenute e guardie seguirono le urla. Al piano superiore Nui Mosul stava passando a miglior vita – si fa per dire: quando un terrestre muore, umano o canide che sia, non lo attende nessun tempo supplementare, né per il corpo né per l’anima… che riposi in pace e amen! Anche perché (qui una precisazione è assolutamente necessaria) l’Anima, intesa come spirito volatile, quasi un’essenza alcolica, che quando tiri via il tappo (alias quando schiatta l’involucro materiale), esce fuori dall’ampolla ascendendo in cielo versus discendendo agli inferi, quest’Anima semplicemente non esiste. Ci sono invece impulsi elettromagnetici che passano attraverso tutta la massa cerebrale degli esseri senzienti e depositano un bagaglio misto di informazioni ed emozioni. Il quale bagaglio viene rielaborato attimo dopo attimo in base ad esperienze sensibili interne ed esterne all’individuo, provocando comportamenti, scelte, sbalzi umorali. Se tutto questo lo si intende chiamare “anima”, non sarò certo io ad oppormi.
Davanti a questo stato di panico embrionale la mia Maria-Elena era rimasta impassibile, anzi no, piuttosto incuriosita, forse perché resasi conto di non essere minimamente toccata da quanto la circondava. Il pulviscolo, infatti, danzava intorno alla mia aura, che comprendeva ormai anche la sua persona. Sentivo che cominciava ad acquisire fiducia in me, nella mia potenza, nella sua libertà, nella congiunzione delle nostre vite.
Ancora avvolti in quella leggera nebbia, l’afferrai per la sua sottilissima vita, sollevandoci in volo come attratti dall’azzurro silenzio al di sopra di noi, mentre al di sotto l’incredulità impediva alle sentinelle di imbracciare le armi.
Prima che lasciassimo Bangkok, Maria-Elena mormorò al mio orecchio una frase inintelligibile, che io però compresi.
In quella romantica notte di luna piena, sorvolai con lei le luci della città, che mi sembrava brillassero solo per noi, mentre sentivo la morbidezza del suo corpo contro di me. La condussi al limitare della prima foresta di bambù, dove le canne argentee ci accolsero con una leggera danza a cui rispose il gre gre di ranelle lontane. I quattro ci aspettavano nudi, imbavagliati e incaprettati, secondo le sue volontà. Nonostante la frescura notturna, erano madidi di sudore.


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mercoledì 19 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-4p

[continua dal post precedente]


Maria-Elena non era il tipo di donna che crede che il gentil sesso vada onorato, rispettato e non sfiorato nemmeno con un fiore. Ma quando il succitato Luang, anni cinquantasette, un metro e sessantacinque per novantatre chili, prese un frustino e le diede feroci scudisciate sulla schiena urlandole “godi, femmina in calore”, lei si rese conto di non potersi accontentare di un semplice “smettila, per favore”. Mentre le sue carni si laceravano e il sangue cominciava a schizzare, disegnando una rosa dei venti nella stanza, dalla sua scomoda posizione a pecorina cominciò a cercare un qualunque oggetto che potesse far cessare quella tortura non richiesta. Si dà il caso che proprio la pediera del letto a baldacchino (che Madame Yupa aveva inserito quale unico decoro di un arredo, per il resto, monacale) avesse dato più e più volte segni di cedimento, dopo i numerosi movimenti oscillatorio-sussultori a cui era stata sottoposta nel tempo. Maria-Elena la forzò quel tanto necessario a sganciarla, la afferrò con entrambe le mani ad una estremità e, facendola scorrere accanto alla sua vita, la infisse con tutta la forza di cui si era dotata in quel frangente nell’addome dell’uomo alle sue spalle. L’asse (cosa che stupefece per prima la stessa Maria-Elena) risultò sufficientemente appuntita da provocare una lesione grastroenterica, che si rivelò letale già durante il trasporto in ambulanza verso l’ospedale. Se la mia futura innamorata non fosse stata troppo occupata a tremare di terrore si sarebbe indubbiamente accorta che l’onesta Yupa, dopo aver prontamente fatto portare via il moribondo, aveva avvisato la polizia dell’accaduto. Solo troppo tardi la vide confabulare per le strette scale con i quattro poliziotti prelevanti e indirizzare un dito inquisitore alla sua persona. 
Cos’altro restava da fare a Yupa, se non consegnare la colpevole, per lavare l’infamia dalla sua pensione?
Gli agenti, prima di depositarla in carcere la violentarono a turno, continuando a picchiarla e urlandole contro “puttana” (come se rappresentasse una novità per lei questo appellativo). Gioirono e si eccitarono per le urla, non sospettando che a provocarle non fosse affatto l’onta inflittale, ma semplicemente le sue ferite alla schiena, che la posizione supina le acuiva. Poi uno dei quattro comunicò che sarebbe stato pericoloso per la loro reputazione se la puttana avesse parlato e propose di tagliarle la lingua, così, tanto per essere sicuri. A nulla valsero le preghiere, le rassicurazioni, le suppliche e le lacrime di Maria-Elena.
2 giugno, ore 22:47: avevo appena assunto le sembianze di un piacente inserviente addetto al braccio femminile per farmi qualche scopatina con donne che definire “assatanate” non è autoreferenziale. – Vi sono parso incoerente, vero? Ma come, i più attenti di voi si saranno chiesti, un attimo prima è lì che trema terrorizzato all’idea di entrare in un corpo umano e qualche istante dopo confessa candidamente di farlo abitualmente e per il proprio piacere personale? Dubbio lecito, ma nato da un banale qui pro quo. Io, infatti, AMO mescolarmi agli uomini, Lui solo sa quanto! Ci sguazzo nel vostro pianeta come un maiale nel fango. Mi piace, però, avere i miei confort, le mie comodità, sapete com’è, l’età ce l’ho, le possibilità pure… Quindi preferisco mutare sembianza, trasformando la mia essenza con un mero esercizio di illusionismo, senza portare quei vostri panni materiali che francamente non mi si confanno (sempre troppo caldi, troppo freddi, troppo larghi o stretti…). Nel caso in cui la necessità mi obbliga a impersonare qualcuno già esistente in natura, onde evitare inopportuni doppioni difficili da spiegare per le vostre ristrette vedute, allora e solo allora, mio malgrado, mi incarno (operazione raramente priva di conseguenze per il corpo mio ospite). - Ma a quella prima occhiata cambiai immediatamente idea: vi leggevo volontà di vendetta, determinazione e potenzialmente grande disponibilità nei miei confronti. Da parte mia non avevo quasi più dubbi, volevo possederla, conoscerne i pensieri più reconditi, soddisfarne i desideri e vederle indirizzare verso di me i suoi sorrisi, per sempre. Così non mi rimase che agire come qualunque altro innamorato che si fosse trovato nei miei panni. Andai da lei, le mostrai alcuni dei miei molteplici volti, le sussurrai il mio nome, narrandole una storia che già conosceva e un’altra che lei avrebbe potuto possedere in futuro se solo avesse voluto. La libertà, il dominio del mondo, la ricchezza, l’assenza di malattie e sofferenze, il soddisfacimento di qualunque sua fantasia.

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domenica 16 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-3p

[continua dal post precedente]

- Sì, capisco cosa intendi – gli dico sentendomi un po’ in colpa e col terreno che mi frana sotto i piedi -, ma non essere ingiusto. Alcuni anni fa ti ho persino scatenato uno tsunami… non era certo uno spettacolo di tutti i giorni.
- Grazioso, sì, non male…
- Non male, eh! Lascia che ti rinfreschi la memoria, allora. – mi sto davvero inalberando, ma quando è troppo è troppo! Dopo tutto quello che ho fatto per Lui – Il genocidio in Kossovo, la guerra in Rwanda e Burundi? Te ne ricordi, di’, te ne ricordi? E dell’olocausto che mi dici?
- Provi a fare il furbo con me, figliolo? – mi sta facendo la paternale con quel tono condiscendente da Nuovo Testamento, che sono stato io stesso a suggerirgli.
- Giochiamo a carte scoperte: tanto è inutile girarci intorno. Tu sai quanto me cosa è opera degli umani e cosa mia e penso, senza tema di smentite, di potermene attribuire un buon venti per cento…
- Cinque…
- Quindici…
- Dieci – poi aggiunge perentorio, in modo di non dar adito a repliche – e questo è il massimo che sono disposto a concederti.
- D’accordo. Comunque ritornando a questo natale ho una certa ideuzza. – giro l’indice intorno alla tempia cercando di proiettare l’espressione della mia più intensa partecipazione, anche perché sto per proporgli una sorta di “pagherò”, che so già non gli farà sprizzare gioia da tutti i pori – Sto mettendo le basi a una nuova guerra di religione – Lui sbuffa annoiato -, sì, lo so che l’hai già visto, ma questa volta sarà in grande stile: il mondo arabo contro l’occidente.
Mi vedo già grandi titoloni, fuochi, fiamme, un’esplosione nucleare tanto per ravvivare l’ambiente, qualche stupro al femminile, al maschile e di bambini soprattutto (le loro emozioni sono sempre le più genuine e più gradite da Sua Immensità), carestie, fame – una pestilenza? Perché no? Un bel morbo non guasta minestra -, massacri ovviamente in nome di Dio e di Allah (ma ora che ci penso, non sarebbe male coinvolgere Shiva, anche solo per fare un po’ di diversità e colore) e poi quel che sempre ne consegue: una lenta e sfiancante ricostruzione, speranze spezzate, deprivazione della libertà e della salute, tanti ricatti, furti e un sistema di corruzione diffuso. Si può arrivare anche a venti/trenta milioni di vittime. Ho il sorriso sulle labbra. Sto per portare a casa un bel dieci e lode per il mio compitino, quando mi accorgo che sta scuotendo il capo per niente soddisfatto.
- Ecco, vedi cosa c’è, sei un po’ rozzo. Prediligi la quantità alla qualità come un gran fragore di bande di piazza, tutto piatti e tamburi, rispetto ad un concerto da camera. Dovresti per una volta provare ad affinarti, sporcandoti le mani proprio come gli altri.
- Cosa intendi per “sporcarsi le mani”? – gli chiedo guardando inorridito il suo volto stillante merda liquida.
- Proprio come fanno gli angeli: incarnarti in un umano e semplicemente con le armi del convincimento motivarli all’azione da te desiderata.
Nel più puro terrore Lo prego: -  Non puoi farmi questo, non a me, non alla tua prima e più perfetta creatura! Non puoi chiedermi di essere uno di loro, non di nuovo. – penso con orrore alle loro necessità corporee, alle sofferenze della loro carne e mi sento come uno stomaco dopo una lavanda gastrica.
- Non sarà per sempre e poi non mi hai appena detto di volerti unire a una donna? E, comunque, o stai alle mie regole o niente immortalità per Maria-Elena. A te la libera scelta.

Rivedo il sorriso di Maria-Elena, quella prima volta che incrociai il suo sguardo all’interno del carcere di Bangkok. Maria-Elena, nata diciassette anni prima da Nicola Collini (attualmente di anni cinquantacinque, imprenditore bergamasco, recatosi in Thailandia per viaggio di piacere) e Noui Dong (anni trentuno, se fosse ancora in vita, ma è morta a ventisei, prostituta di Bangkok; a quattordici improvvidamente dimentica che il suo ciclo di fertilità le imponeva il preservativo quelle notti; perché lui la noleggiò durante tutti i suoi cinque giorni di permanenza nella capitale, chiamandola “Maria-Elena”, come la sua prima fidanzatina del liceo). A dodici anni Maria-Elena (la mia, non la fidanzatina di Nicola), orfana della madre, rimase nello stesso bordello, lo Yupa’s hotel, in cui era cresciuta, pagando adesso la pigione con le proprie prestazioni professionali. Nessuna novità fino a sei mesi prima del nostro incontro, quando lei pugnalò un cliente che la stava picchiando.

... continua

sabato 15 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-2p

[Continua dal post "Che minchione le formiche! II-1p"]

Avevamo già assistito alla comparsa dell’uomo, una creatura che mostrava una certa intelligenza e una curiosità sempre crescente verso il mondo circostante. Da principio Lui ne sembrava affascinato in maniera quasi magnetica, proprio come una madre che assista ai progressi dei propri cuccioli e si mostri sollecita a coadiuvarli.
Il mio compito fino a quel momento consisteva semplicemente nel riferirgli eventuali eventi cosmici in aperto contrasto l’uno con l’altro, tipo una concentrazione di stelle in collisione che avrebbe potuto mettere a repentaglio la gran parte del creato o l’eccessiva riproduzione di esseri aerobici, capaci di assorbire l’intera riserva di ossigeno di un pianeta (come era avvenuto su Marte). Certo anch’io presi un grosso granchio la prima volta che osservai il buco nero – ma ero molto giovane a quei tempi - e Lo avvisai del rischio che correva il suo operato se non fosse corso ai ripari. Quando ebbe terminato di ridere, scuotendo l’intero cosmo mi spiegò che si trattava solo del suo tritarifiuti, nient’altro.
Comunque, questo durò fino all’apparizione degli ominidi, quando finii per diventare la loro balia. “Bada che non abbiano freddo”, “fa’ attenzione che non sentano troppo caldo”, “non mancheranno di sostanze nutritive?”, “controlla che abbiano sufficienti luoghi di riparo”. Così nel loro luogo d’origine, Lui aveva voluto una temperatura da perenne primavera – si era dovuto inclinare leggermente l’asse della Terra, ma i risultati erano stati quelli calcolati -, una ricca vegetazione spontanea, abbondante di frutti, una profusione di laghi e fiumi.
Quando Gli fu chiaro, però, che, eliminati tutti gli ostacoli, gli uomini non avrebbero fatto altro che crescere e moltiplicarsi, la sua attenzione cominciò a scemare e in breve il disinteresse si fece fastidio. E fu allora che elaborai l’Inganno Originale, di cui ogni altro ne è solo un pallido surrogato.
Innanzi tutto individuai un banano – sottolineo “banano” e non un melo, come rielaborarono gli Ebrei in modo del tutto arbitrario e falso, dato che di quel genere di alberi non ve n’era neppure l’ombra in Africa centrale: ma quel che è scritto è scritto – e, sotto le mentite spoglie di un immenso nuvolone tempestoso, parlai alle menti di quei primi uomini, facendo credere loro che i frutti di quell’albero appartenevano a Colui che li aveva creati, che quelle banane gli erano particolarmente care perché erano migliori di qualunque altro frutto loro avessero mai mangiato e perché servivano a darGli i suoi poteri (come il tuono, il terremoto, la pioggia eccetera), nonché la vita eterna. Gli imbecilli, anziché rispettare ciecamente quell’oggetto sacro (nel qual caso mi sarei trovato nella spiacevole occorrenza di escogitare altro), si comportarono proprio come avevo previsto. Nottetempo, una dozzina di loro, in assoluta autonomia l’uno dall’altro, si recò all’albero. Vedendo Hu-Hu – lo chiamo così solo per convenienza, in quanto ricordo i suoni da loro emessi nella concitazione degli eventi, ma non i loro nomi - che vi si era arrampicato, gli altri procedettero ad una subitanea sassaiola per causarne la caduta, prima che riuscisse ad assaggiare il cibo miracoloso. Hu-Hu per tutta risposta si issò sempre più in alto, cercando la protezione del casco di banane. Quell’improvvisata intifada, oltre a rovinare la loro futura libagione, procurò il crollo del malcapitato primo arrivato.
Quindi, così si svolsero i fatti, senza l’intervento di nessuna Eva. Anzi ci tengo a precisare che nessuna donna era presente quella notte, con buona pace di tutti i misogini a venire!
A questo punto non mi restava che completare il mio piano. Portai allo scoperto un’enorme quantità di serpenti, facendo credere che rappresentavano il Male opposto a Lui, il Bene, che li scacciava dal Paradiso Terrestre perché loro avevano fatto un frappé con le sue sacre banane. Da quel preciso istante sarebbero stati peccatori (inculcai l’idea dell’inevitabilità di questo concetto) e si sarebbero dovuti procacciare il cibo con fatica nel resto del mondo a loro ostile. Dio li avrebbe guardati con occhio benevolo, ma ci sarei sempre stato io in agguato. Carneficine, assassini, strazi, lamenti e quant’altri diversivi alle loro monotone vite divennero all’ordine del giorno. Anche se, a onor del vero, non posso assumere la paternità assoluta di tutti questi eventi. Infatti, poche migliaia di anni dopo, in quella stessa Africa centrale, pur non essendo cambiati quegli elementi naturali che mi avevano spinto a battezzarlo “Paradiso Terrestre”, si verificarono i medesimi scontri che altrove, tra gli esseri umani rimasti. Tanto che sono arrivato alla conclusione che sarebbe bastato attendere l’aumento di quella popolazione per ottenere risultati analoghi. Ciò non toglie – e qui sta il mio merito, anche da Lui riconosciuto – che ci sono arrivato in tempi più brevi, prima che le Sue ubbie conducessero allo sterminio di quella specie. Se l’umanità sapesse che deve la sua esistenza a colui che definisce il demonio!
Lui prese molto sul serio questa burla: creò Michele, Gabriele, Raffaele, nonché tutte le schiere dei Serafini e Cherubini, facendomi mantenere il segreto soprattutto con loro, che scoprii sarebbero stati i miei avversari in Sua vece. Ed è ormai da un milioncino di anni che andiamo avanti con questo gioco di “guardie e ladri”.

... continua

martedì 11 maggio 2010

Precisazioni sul commento di ALI

Ho pubblicato l'intera (fatta eccezione per la breve sintesi dei contenuti del romanzo) scheda di lettura fornitami da ALI (Agenzia Letteraria Internazionale) in modo che i miei lettori possano verificare un loro futuro giudizio con questo professionale.
Inoltre, vorrei approntare una breve "autodifesa" su alcuni punti.
1) "Nei testi di narrativa ben riusciti l'autore riesce a non introdurre note ma a spiegare quanto opportuno all'interno della narrazione e senza appesantire la stesura."
Sono totalmente d'accordo anch'io con questo assunto. Solo che l'agenzia si riferisce al passo che comincia con "Era l'ora che volge il disio ai naviganti" e pubblicato alla fine del capitolo II. Si tratta di una parodia stilistica dantesca, anzi delle più celebri edizioni commentate della Divina Commedia, in cui il testo di Dante ha minor spazio delle esegesi a pié di pagina. Quindi le "note" non sono veramente tali, ma parte integrante del romanzo.
2) "[...] si ha la sensazione che il divertimento "prenda la mano" all'autore, il compiacimento e il desiderio di cimentarsi con stili e registri diversi (teatrale, poetico, espedienti grafici, tiritere, canzonette...) prevalga decisamente sui contenuti e l'unità dell'opera."
La mia "poetica" o meglio quella di Che minchione le formiche! è racchiusa in ciò che potete leggere nel "Racconto di natale". Il divertimento è stata proprio la cifra dominante dell'opera, ma non vi è stato nessun autocompiacimento o desiderio di testare le mie capacità stiliche. A rischio di sembrare immodesta, se c'è qualcosa che mi è sempre riuscita naturale (come per alcuni disegnare, cantare o fare sport) è la scrittura. Al contrario nel cercare un'unità nel romanzo l'ho trovata (così almeno era nei miei intenti) nel pastiche, nella miscellanea di stili, nella germinazione contenutistica sospinta dalla forma della parola. Ad esempio un semplice nome proprio, Marco, che storpiato dai protagonisti diventa Macco, evoca il Maccus della commedia latina e di qui germina (quasi una riproduzione spontanea) un racconto teatrale. Oppure Salvo, che racconta ai suoi compagni un evento significativo per la loro storia, evoca un aedo e questo termine germina lo stile del poema epico o dantesco (senza andare troppo per il sottile). Lascio ai più abili solutori il perché di tutte le altre scelte stilistiche ;)) ma vi assicuro che c'è e non è fine a se stessa.
3) [...] una forma di esibizionismo fa capolino qua e là: uno sfoggio di cultura (anche questa sicuramente di grado non comune, ma non per questo da esibirsi come un trofeo!) compiaciuto, ma improprio [...].
Ovviamente, liberi di non credermi, ma non credo di avere una cultura di grado così non comune, quindi nessuno sfoggio. Ma, mi chiedo, questo giudizio non può forse derivare dall'appiattimento culturale a cui si tende, per cui ciò che fino a quarant'anni fa era inteso come normale ora viene giudicato extra? Quindi, nessuno sforzo per il lettore di prendere eventualmente in mano un dizionario? E' così che sono diventata quel che sono, leggendo autori che mi costringevano a elevarmi dal mio insulso e scipito blaterare quotidiano.

lunedì 10 maggio 2010

Perché il demonio come narratore

Nel suo primissimo progetto Che minchione le formiche! nasce dal desiderio di descrivere una realtà periferica degradata (quella di Librino a Catania) da me conosciuta per motivi di lavoro. Lo stile che stavo cercando era grottesco-surreale. L'uso, però, di un linguaggio fortemente mimetico dialettale, nonché un contenuto così localistico, avrebbero rischiato di inficiarne totalmente il risultato, ricreando un effetto di cronaca siciliana da me aborrito.
Quindi, per dare un respiro più ampio al mio racconto, ho partorito il primo capitolo: una carrellata del natale in diversi angoli della Terra. Dalla carrellata è venuta fuori l'idea di mostrare uno sguardo dall'alto, come "in volo". E chi vola e al contempo può risultare un narratore onnisciente?
Il demonio, mi sono risposta. E non solo: questa figura mi permetteva di osservare tutto con estremo cinismo, scevro di retorica e di forzata positività, alla quale ci si sente spesso obbligati in un contesto socio-economico, come il suddetto (soprattutto per un'insegnante quale io sono). Last but not least, Belfagor è anche la quintessenza dell'artista. Contiene, cioè, in sé l'assoluto egoismo pronto a tutto (a vendersi l'anima persino) per raggiungere l'assoluta perfezione estetica e, in quanto votato a tutte le potenzialità (letterarie), a sperimentare tutti gli stili. Questo mi offre lo spunto per scrivere del pastiche...

domenica 9 maggio 2010

Che minchione le formiche! II-1p

[continua dal post precedente]

Capitolo II


Essere risucchiato attraverso gli spazi siderali, lungo la linea del tempo, mentre ti trovi in piena digestione, non è quella che definirei una bella esperienza. Ma non ho mai avuto altra scelta: quando Lui mi vuole aspira la mia quintessenza presso di Sé. L’Onnipotente, l’Onnisciente, l’Alfa e l’Omega, Colui che tutto muove, il Creatore, l’Assoluto, il Signore dell’Universo, il Tutto. Quel che mi lascia perplesso è perché, con tanti sfondi mentali di cui potrebbe dotarsi per la sua umile creatura – non matura per la visione del centro del creato -, si ostini ad ambientare i nostri incontri in questa specie di immondo intestino crasso. Anche se, la risata, che mi accoglie ogni volta, al vedermi impantanato tra queste pareti escrementizie, mi fa sorgere più di qualche sospetto.
Il silenzio tutt’intorno a me disattende, però, le mie aspettative. Rimango immobile, scettico sul da farsi finché vedo il suo profilo protendersi enorme dalla superficie del budello di fronte a me, come un rosso altorilievo maculato di feci. Non è in gran forma o quantomeno ostenta di non esserlo, con quell’espressione tra il  triste e l’annoiato, che gli conosco fin troppo bene. Non prelude a nulla di buono.  E io che dovevo chiedergli un favore... non è proprio il momento giusto.
- So già tutto, naturalmente – pronuncia a labbra serrate con l’aria disgustata -, ma tu chiedimelo lo stesso.
- Sì, anche a me fa molto piacere rivederti. Che bella sorpresa che mi hai fatto! – gli dico stizzito per la sua mancanza di garbo. Sarà pure Chi sarà, ma che modi!
- Piantala, Belzebù, non è il momento di pensare all’etichetta e ringrazia che ti ho dato udienza, nonostante il mio umore odierno.
Sa benissimo quanto mi faccia imbestialire quel nome. “Signore delle mosche” ci sarà Lui, visto il luogo dove predilige mostrarsi. Sì, sì, lo so che stai leggendo i miei pensieri; l’ho fatto apposta, cosa credi!
- D’accordo, d’accordo. Preferisci Asmodeus, Astarte, Azazél, Belfagor, Dagon, Lilith, Mammona, Mefistofele, Moloch o Samael? Quanto la fai lunga, figlio mio.
- E va bene: avrei bisogno dell’eterna giovinezza per Maria-Elena. Sei contento?
Il suo volto si grinza come in preda a un conato, apre le fauci gocciolanti merda e se le lecca: - Non posso mica concedere l’immortalità a tutte le cocotte di cui ti invaghisci. E so che stai per dire che stavolta è diverso, che lei ti capisce, che non è solo bellissima, che sarà la tua compagna per il resto del tempo e che non te ne stancherai mai…
Lo interrompo, tentando l’arma della seduzione: - Tra un poco cadrà il tuo compleanno e ho in cantiere un regalo veramente speciale. – sorrido ammiccante; in fondo, sono sempre la sua prima creatura senziente e dovrà pure contare qualcosa.
- Lo dici tutti gli anni e poi è la solita solfa… facendo eccezione per l’Inganno Originale.
Già, penso davvero di aver superato me stesso in quell’occasione. Ne è passato di tempo, però rimane la mia trovata migliore, quella che fa la differenza tra un colpo di fortuna e uno da maestro.

...continua

giovedì 6 maggio 2010

Che minchione le formiche! I-4p

[continua dal post precedente]

Ci avviciniamo a Mimì Caputo in persona, che gestisce la sua attività da tre generazioni, trentadue anni, sposato da quindici con Concetta di ventisette. Novanta chili di bellezza palermitana, colta al compimento dei dodici anni, quando ne pesava ancora cinquanta, prima cioè che le sue cinque gravidanze l’arricchissero di adipe e cambiali. Il buon Mimì, allora, padre e marito responsabile ha tentato la strada del bisinisse - ha parenti in America e lì li chiamano così gli affari -, affiliandosi alla Camorra e facendo accettare il proprio trasferimento nella centralissima via S. Gregorio Armeno. Da quel momento le sue vendite sono salite alle stelle e anche i suoi prezzi. D’altronde, come dargli torto? Sei bocche da sfamare a casa, più le tasse, più la percentuale del clan Contini. Comunque non si può lamentare, soprattutto da quando i suoi clienti hanno cominciato a chiedergli di essere messi nel presepe.
- Bella signora, solo un attimo e sono da lei. – dice rivolgendosi a una Maria-Elena così sorridente da illuminare quanto le sta intorno, mentre conclude le ultime trattative con un precedente visitatore – Eccomi, in cosa posso favorirla? – non ha occhi che per lei e non può fare a meno di pensare a come io sia fortunato e ai novanta chili della sua Concettina.
- Aspetterebbe invano una risposta da lei. – intervengo io – Purtroppo la mia signora non ha il dono della parola. – Mimì non riesce a nascondere la sua crescente invidia alla mia rivelazione ed io sorrido condiscendente – Le svelerò io i suoi più nascosti segreti. – gli sussurro all’orecchio ammiccante, poi dalla mia mente alla sua – La signora vuole una Madonna col suo volto  e un bambino con il mio… 
- No, non può essere. – farfuglia Mimì.
- Mi stai sfidando? – gli comunico ancora col pensiero, mentre il mio viso subisce una metamorfosi a suo solo uso e consumo. La pelle si arrossa e si ispessisce, due lunghe corna si fanno strada tra i capelli corvini di lana caprina e la lingua mi diventa nero pece.
- Oh Gesù! – invoca lui, segnandosi.
- Non precisamente. – gli rispondo ridendo.
- Tutto bene, papà? – gli chiede il suo primogenito, vedendolo impallidire, dopo essersi avvicinato.
- E ora rassicuralo, se non vuoi che mi mostri anche a lui… non sai quanto sarebbe noioso per me.
- Bene, bene, ma ora, jamme, o papà, torna  a servire i clienti, che io qua c’ho un affare da sbrigare.
Allontanatosi il ragazzo: - Bravo, Mimì. – e gli do un buffetto sulla guancia – Sei un bravo guaglione e poi non avrai a pentirtene. Guarda sotto il bancone – quello esegue con circospezione -, c’è una valigetta. Dentro ci sono cinquantamila euro. Bastano per questo lavoro, non è vero? – “sì” fa lui con la testa ed è già meno spaventato – Passerò a prendere il presepe la prossima settimana. Sarà pronto? – scuote di nuovo la testa affermativamente e io so che è vero.
Già per la strada Maria-Elena mi guarda incupita. Lo so che non se li meritava affatto cinquantamila euro… e, infatti, non glieli ho dati. Come sarebbe? Non appena avrò ritirato la nostra scultura, di quel denaro non sarà rimasta che carta straccia. Sì, proprio un bel tiro, anche perché Mimì con quel gruzzoletto deciderà di pagarci in un’unica soluzione l’emissario dei Contini che, non appena si accorgerà del reale contenuto della valigia, la restituirà al mittente carica di tritolo.
Continuiamo a camminare abbracciati, diretti alle pizzerie di via dei Tribunali (ripercorrendo le orme di quello sfigato di Bill, perché solo uno sfigato può farsi fare tre pompini in vita sua e vederne uno di questi schiaffato in prima pagina su tutti i giornali della Terra), mentre io canticchio: - Gonfialo e dopo pungilo. E lui fa bum, bum, bum, bum, bum, bum, bum…

fine primo capitolo... continua

martedì 4 maggio 2010

Che minchione le formiche! I-3p

[continua dal post precedente]

Non ridere, Maria-Elena, non ridere, sono anch’io capace di emozionarmi. In fondo l’idea del figlio di Dio e dell’amore tra tutti gli uomini erano state tutte farina del suo sacco. Veri colpi di genio. Che creatività, che fervida immaginazione!

Comunque sia, divago e ti faccio perdere questo grazioso mercatino. Non è così che lo definisci? Un grazioso mercatino. Tutto quello che guardano i tuoi occhi diventa grazioso per me. Tutto questo festival del legno, chiazzato di rosso e verde, lo è nelle tue mani. Naturalmente non pretendere di trovare nessun made in Sweden, perché le mani degli occidentali non hanno più i calli sufficienti per questi intagli. Questo cavallino che ti sta porgendo la gentile biondina ad esempio è stato scolpito a Pechino da Liu-mei, femmina, anni sessantotto, due figli, di cui uno fatto dichiarare alla sorella, sterile, e dipinto da Junshio, maschio, anni sette, aspettativa di vita altri quarantacinque, se riuscirà a superare l’influenza di quest’inverno.
- Are you interested, sir? – mi si rivolge la bionda venditrice con un ammiccante sguardo grigio.
Devo essere il suo tipo. Ho fatto centro: le fattezze arabe fanno strage di cuori qui al Nord.
- Sure, miss Katarina. – poi, sorprendendola proseguo nella sua lingua – E desidero ripagare le sue attenzioni e quell’oggetto che la mia bella vorrebbe possedere con la rivelazione del suo futuro.
- Come fa a sapere il mio nome?
- So questo e molto altro, mia cara. So che tua madre si chiama Inge e tuo padre Mattias, originario della Danimarca. Che hai deciso di interrompere gli studi per un anno sabatico, in cui girerai il mondo, prima la Francia e poi l’Italia. Lì incontrerai Luigi, l’uomo dei tuoi sogni (perché non avresti dovuto? Ce ne sono a migliaia che corrispondono al tuo ideale e tu sei l’ideale per tutti loro): una figlia e poi lui ti dirà che si è stancato della tua cucina da forno a microonde, del disordine della vostra casa, di te che brontoli sempre che lui non c’è mai. Per allora ti avrà già tradita, ma passerà ancora un anno prima che tu faccia armi e bagagli e riprenda la via del Nord senza una famiglia, una casa, una professione e con una figlia a carico. – le prendo il cavallino dalle mani; credo di essermelo meritato e mi allontano con Maria-Elena sotto braccio, mentre sento Katarina alle nostre spalle diventare pallida e prossima allo svenimento.

In un fiat, come possiamo sia io che Lui – beh, per la precisione, Lui può, io ne ho solo la gentile concessione con revoca ad suum libitum, per rimanere in linguaggio tecnico -, eccoci a Napoli nel famoso Rione Sanità. Botteghe di ceramisti, una di fronte all’altra da buon suk arabeggiante, dove ad essere aspirati sono essenzialmente gli euro dei turisti. Un presepe te ne può costare anche cinquemila. E qui, non c’è trucco e non c’è inganno, signori e signore, ogni opera è interamente lavorata a mano, ricalcando le ambientazioni del settecento napoletano. Perché, però, abitazioni, arti e mestieri del sud Italia di mille e settecento anni posteriori alla nascita del Nazareno debbano essere ritenute “chille ò veramente”, ancora mi sfugge. Anche se, meraviglia delle meraviglie, con una piccola aggiunta monetaria puoi avere anche il tuo volto tra quello dei presenti al santo evento. Ti piacerebbe, Maria-Elena, essere una delle lavandaie o la panettiera? Non ci posso credere. Bada che li leggo i tuoi pensieri. Vorresti dare le tue sembianze alla Madonna e le mie al bambino. Neanch’io avrei potuto pensare a niente di più sacrilego, ma per te questo e altro.

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lunedì 3 maggio 2010

Che minchione le formiche! I-2p

[continua dal post precedente]

Gli Scandinavi, loro sì che ci sanno fare con queste cose. Se ne intendono della Palestina, delle sue distese brulle punteggiate di olivi, dei suoi uomini bruni come la loro terra, di quella lingua che aspira tutto, anche la linfa dell’anima. Loro, che hanno esportato la loro tradizione ovunque nel mondo, con gli abeti delle loro Alpi, le renne, le slitte, la neve e quell’individuo panciuto, più simile a un crapulone che a un santo della cristianità – e non sanno (beata ignoranza!) quanto vicini siano alla verità. Si era illuso più di tutti il Nazareno. Lo ricordo come fosse ieri, con quegli occhi incavati da una fame atavica di conoscenza, con la rivoluzione sempre pronta nel cuore e un’inesauribile speranza.

Lo fermai una volta, presso la collina del Getsemani, in un tardo pomeriggio di calura estiva, mentre il sole calava disegnando lunghissime ombre di bitorzoluti olivi. Il frusciare delle cicale era talmente assordante che difficilmente si accorse della mia presenza alle sue spalle. Fu per questo che volgendosi all’improvviso trasalì? O forse perché ero l’unico, tra i tanti scalcinati che lo stavano a sentire (compreso lui stesso), a non avere il volto imperlato di sudore e a non puzzare di caprone – anche tu, Maria-Elena, te ne sei stupita la prima volta; un devoto cristiano belga, prima di trombarti, ti aveva raccontato nel suo approssimativo inglese quale destino ti avrebbe atteso all’inferno se non cambiavi religione e professione e quali torture ti avrebbero inflitto le puteolenti creature demoniache che lo abitano. Quando, in realtà, io profumo come un damerino ad un’uscita in società, sempre. Quasi sempre. Facendo eccezione per quelle pochissime volte che mi impossesso di un umano, in quanto la mia quintessenza dentro quel corpo crea una reazione chimica vicina alla cancrena, rendendo il mio ingresso esiziale nonostante il mio successivo abbandono.
Dandomi l’aria di chi attende parole profetiche, gli dissi: - Maestro, tu credi davvero che Lui ci ami?
E il Nazareno mi guardò con l’intensità che sapeva dedicare a chiunque si rivolgesse a lui e per cui io tutt’oggi l’ammiro. Poi, appena per un attimo, distolse gli occhi dai miei corrucciato, infine regalandomi forse la migliore interpretazione di se stesso: - Se così non fosse, che senso avrebbe tutto questo? – e allargò le braccia volgendosi intorno, come ad indicare l’intero creato.

Bellissimo! Mi sgorgarono delle sincere lacrime di commozione. E mi dispiacque anche di vederlo morire a quel modo e così giovane, ma gli ordini sono ordini e non si discutono.

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domenica 2 maggio 2010

I miei romanzi

Ho iniziato a scrivere nel 2000 e un po' per gioco, un po' per sfida mi sono lanciata in una trilogia di fantascienza (litenet), la saga di Genius. Con il primo romanzo ho partecipato al concorso Urania 2004 della Mondadori e al Premio Fantascienza.com 2006, piazzandomi in entrambi i casi tra i finalisti.
Già in Genius_03, però, ho sperimentato degli inserti stilistici comico-surreali che preludevano al mio successivo progetto letterario, concluso del 2008: Che minchione le formiche! 
 Questo romanzo è un susseguirsi di stacchetti surreali, di stili sempre diversi, di continue digressioni (tra cui alcune su episodi biblici rivisitati dal demonio, quale diretto testimone), di puri e semplici divertissement  e soprattutto di tematiche a tinte forti (mafia, prostituzione, disagio sociale…) raccontate con un occhio cinico e grottesco.
Qui di seguito, inizierò a pubblicarlo a piccole tranche. Spero vi piaccia... buona lettura.


Che minchione le formiche!
 storia semiseria tra escatologia e scatologia
ovvero una commedia di natale


Capitolo I


In volo radente sulla favela di San Paolo. Duecentoquarantatre tonnellate di lamiera, sedici quintali e mezzo di eternit, appena novantaquattro chili di cartone (lo pagano a sei cruzeiro al chilo), non più di quaranta tra legno e stracci (rispettivamente dieci e dodici cruzeiro al chilo), un tanfo nauseabondo, di cui nessuno si è dato la pena di rintracciare un’unità di misura, ma che, qualora vi fosse, ammonterebbe a due quintali di merda umida, sessantaquattro cani e ottantadue gatti (ventisette di loro finiranno in pentola entro le 11:40 di domani) e un milionecinquecentosessantaseimila-trecentoquarantanove umani (ancora per tre minuti in realtà, poi ve ne saranno quattro di meno).

Juliana, Maria, Pedro e Fernando, detto Coelho per il suo non eccelso coraggio, ci vedono. L’aria è frizzante e non si sono ancora addormentati sui loro cartoni. Maria, la più piccola, sei anni, accenna un grido, ma Juliana, la capobanda di undici, glielo tarpa sul nascere con una mano sulla bocca. Si segna, come ha imparato a fare in chiesa prima che la cacciassero di casa, e gli altri fanno lo stesso. Io le sorrido il più malignamente possibile e la sento mormorare “o diabo”. Non che abbia molta importanza ormai rispettare l’iconografia classica, tanto non avranno il tempo di raccontarlo a nessuno. Proprio adesso (ora locale 23:52), infatti, lo squadrone degli Jumentos Audazes li sta sottoponendo alla cura del sonno eterno. Maria, Pedro e Juliana si accasciano sul posto presi in pieno dalla raffica di proiettili. Coelho tenta la fuga, ma è una pessima tattica. Li incattivisce: lo feriscono di spalle alla schiena e ad una coscia, prima che il polícia Alvarez lo finisca con un colpo di manganello assestato alla nuca. 

Certo, Maria-Elena, partendo da qui sfugge da principio l’atmosfera del natale, anche perché venti gradi la notte, trenta di giorno non sono proprio l’ideale per ricostruire il freddo di quella stalla col bue e l’asinello (che poi erano due capre del Sinai, ma poco importa). Ma sei stata proprio tu a dirmi di voler vedere un po’ il mondo sotto le feste. D’altronde, come vedi, gli addobbi ci sono tutti nelle vie del centro, con le vetrine illuminate, finti cristalli scintillanti, abeti della taiga norvegese (che forse non riusciranno a vedere l’epifania, nonostante i condizionatori messi a palla), mescolati a quelli sintetici della Cina, con ciondoli tailandesi disegnati a Parigi. Qualcuno espone perfino improbabili orsi polari semoventi su una coltre di neve più spessa che nei luoghi d’origine. Un kitch interessante, ma non il mio preferito.

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